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giovedì 3 luglio 2014

VOILA', MR MOJO RINSIN'





James Douglas "Jim" Morrison (Melbourne, 8 dicembre 1943 – Parigi, 3 luglio 1971)  



In occasione del compleanno del Re Lucertola, pubblico l'incipit del racconto che gli ho dedicato, contenuto nella raccolta "Pere Lachaise - Racconti dalle tombe di Parigi" a cura di Laura Liberale, edita da RATIO ET REVELATIO.


Parrebbe, a un primo sguardo distratto, che la nebbia sia solamente una convenzione narrativa. Io dico che forse sarebbe peggio venire qui – per dire – col sole e quaranta gradi all’ombra; allora sì che la contraddizione sarebbe maggiore, dolorosamente stridente. Ma tant’è. Mentre mi avvio nel vialetto, a passo lento, che camminare non mi distolga dal guardarmi attorno, velature di bianco umido e stracciato stagnano svogliate sul terreno, e tutto si adegua docilmente allo scenario di contrizione. 
Mucchi di foglie svolazzano, sparpagliati da brezze gelide e acuminate, e i rami degli alberi sono crepe nere stampigliate contro il vetro del cielo.


Ed eccomi qui, piovuto a sproposito in un incipit dal vago sapore esistenzialista, grigio come il collo di pelo sintetico del mio giaccone.

Divisione 6, giusto? Sei, conferma la piantina che fatico a tenere tra le dita per via dei guanti. La porto con me, e la consulto pure, anche se conosco perfettamente la strada, perché mi dà l’idea di orientarmi in una dimensione sconosciuta.

In realtà so benissimo dove andare, quasi a memoria.


Mi aggiusto la sciarpa e costeggio sulla sinistra, e ad un certo punto taglio nell’interno, facendo scricchiolare il ghiaino. Attorno, la sfilata di cappelle di marmo bianco e alberi neri, e lapidi conficcate nella terra. Respiro l’aria gelida che mi pizzica la gola, cerco di sentire il luogo, così drammaticamente immutabile da essere diverso, ogni volta, per particolari infinitesimali.



E il freddo, stavolta, pretenderebbe di essere metafora.

Vedi, io dico che dovremmo essere avvertiti prima che finiremo a contare i secoli nella Divisione 23 – per dire. Così, tanto per guardare il mondo con altri occhi. 

Tanto per convincerci che conviene fare in fretta, a trovare un senso e riscattare questa vita. Oppure fare anche con calma, non è questo che importa, l’importante è trovarlo, un senso. Se c’è.


Che poi, quale essere avvertiti prima. Lo sappiamo tutti, come stanno davvero le cose, è che facciamo finta.

Oppure preferiamo imbottirci di sogni.

Eppure, in fondo al vialetto, che diverge a quarantacinque gradi dal viale principale, si intuisce a malapena un taglio di sole. Che se non ci fosse – per dire – non sarebbe poi questa brutta notizia.

Se una mattina ti svegli e non vedi il sole, o sei morto, o sei il sole.



Mi dico, in uno sbuffo di vapore umido, e sorrido tra me.

Penso a quante persone hanno ripetuto questa frase annuendo con espressione assorta, come se stessero rivelando agli amici una verità talmente assoluta che non vale neppure la pena di spiegarla – lo capisci da te.

 
Oppure l’hanno postata su Facebook, pillola di saggezza esistenziale in cerca di Like.



E non si sono neanche accorti che in realtà era solamente un gioco di parole.

giovedì 8 maggio 2014

PERE LACHAISE - RACCONTI DALLE TOMBE DI PARIGI (SECONDA)






Mi è parso, ma potrei sbagliare, anche se ho davvero la sensazione di no, che dentro questa antologia ci siano righe scritte col cuore. Il che, per quanto mi riguarda, è parecchio, anche se non tutto. Il resto, ovviamente, è che le righe, oltre che scritte col cuore, siano scritte bene.

Ed anche in questo caso, se si escludono le mie, scritte un po’ per istinto, un po’ per amore della musicalità, mi è parso che ci fossero, qui e là righe che vale la pena di leggere, e di ricordare.

Parlare di un’antologia è sempre un impegno rischioso. Se si parla del proprio lavoro si rischia di passare per egocentrici e per autoreferenziali. Peggio mi sento se si parla del lavoro degli altri. In un’antologia che raccoglie più di venti racconti, con che criterio scegliere? Perché parlare di uno piuttosto che di un altro?

Perché mi piace, direte. Eh, magari fosse così facile. Dietro un’antologia si avviluppa una rete di relazioni e di rapporti, corrispondenze di amorosi sensi, scambi di suggestioni e di idee che rendono davvero difficile prendere una posizione – quantomeno – pubblica.

La verità è che Pere Lachaise - Racconti dalle tombe di Parigi, una raccolta di scrittori italiani edita da Ratio et revelatio, una editrice rumena, è davvero un’idea fichissima, lo posso dire?
Si commenterà che non vale, visto che ci ho scritto. Un po', è vero. Ma solo un po'.
Perché mè parso, fin da quando Laura Liberale me ne parlò per la prima volta, che parlare di un cimitero e – quindi – fermarsi a riflettere sulla morte, fosse una azione che ha un profondo valore culturale, in un’era priva di memoria e profondamente dimentica del senso delle cose.

O meglio ancora, dimentica ed incapace di chiedere alle cose di rivelare il proprio senso.

Ecco allora che scrivere un racconto guardando una lapide, e cercando in un qualche modo di farsi rivelare il senso che sta dall’altra parte è un’impresa che mi ha fin da subito coinvolto e appassionato.

Laura è così. E' capace di perseguire l'impresa con una determinazione insieme mistica e guerriera che me la fa pensare, nella mia immaginazione, un po' Eva Kant, un po' Giovanna d'Arco. E con la stessa mistica ostinazione ha raccolto, editato, rotto le scatole, riscritto, ripensato. Mica da tutti, ma non ne ho mai dubitato.
Poi, ci sono state le sorprese, e la sorpresa più grande di tutti me l’ha data quello dal quale, più di tutti, ero preparato a farmi stupire. Il mio fratello di sangue sardo, e di letteratura: Francesco Frisco Abate.

Ci accomuna, forse, il fatalismo proprio della gente dell’isola. Ma ancor di più, ne sono certo, ci accomuna un’esperienza che condividiamo con milioni di persone nel mondo, e che non pretendo essere speciale, se non per il semplice fatto che è la mia: l’esperienza del proprio non essere eterni, dell’avere sperimentato, per così dire, il proprio essere a termine.

L’aver contato, scanditi dal suono di un un bip di un monitor della frequenza cardiaca, i secondi lunghi della notte, soprattutto quelli delle ore del lupo. Le ore piccole, che si chiamano così perché sono composte di poche lettere, una, due, tre, ma anche perché sono riempite di poche cose, per chi è sveglio. In certi casi che sono quelli a cui alludo, soprattutto di silenzio e di attesa.

Non ho scritto questo per guadagnare la facile solidarietà che si tributa in questi casi.

L’ho scritto per dire che la pacatezza disincantata – quasi il senso di necessità, starei per dire – con la quale Francesco, nel suo racconto “Sex toy” ha raccontato quel buco lievemente sfuocato che si apre sulla superficie della realtà nel posto dove prima c’era un amico, un uomo, una amante, qualcuno a cui abbiamo voluto bene e ora non c’è più… beh, credo che mi basti e mi avanzi come premio per avere scritto poche pagine, di certo non le più belle, di questa antologia.

L’ho voluto dire, perché Francesco sa quando sia schivo e refrattario ai complimenti gratuiti, e sa che non li farei mai, se non venissero dal cuore.

Ma ovviamente – pur nella consapevolezza della propria, artigianale pochezza – un pezzettino di cuore l’ho lasciato anche appoggiato sul mio “Voilà, Mr. Mojo Risin’”, nel quale mi sono spericolatamente concesso di scrivere di Jim Morrison, come se non fossi solamente l’ultimo dei tanti postulanti che tentano improvvidamente di vivere di luce riflessa da tanto genio.

Però sono abbastanza contento di avere scritto questo raccontino, perché mi è riuscito di dire una cosa che forse pare banale, ma a guardare il panorama musicale odierno – martoriato da Marie e da bambocci da reality - forse così tanto banale non è: che allora, in mezzo alle sette note, o officiando il rito delle dodici battute, i musicisti cercavano qualcosa, una chiave di volta, una spiegazione per il vuoto. Una rotta verso il tutto o verso il nulla, indifferentemente.

Mi è riuscito a dire qualcosa di cui sono orgoglioso. Che ho conosciuto una musica, e gente che la faceva, il cui tema non era – o non era solamente – lo show business, ma il sogno.


Fosse esso sogno di libertà, di infinito, di giustizia.

Sogno, e non illusione.

Sogno, perché si credeva di poterlo realizzare.

E, non so voi, ma ho trovato bellissimo potere affermare tutto questo di fronte alla lapide di una tomba. Forse, per lo stesso motivo per cui ho amato il racconto di Francesco. Che voglio prendere come esempio di tutti gli altri, che ho amato, e che poco alla volta, racconterò.



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venerdì 25 aprile 2014

PERE LACHAISE - RACCONTI DALLE TOMBE DI PARIGI (PRIMA)

Memoria collettiva, dicono si chiami.
Che poi vuol dire che ci sono cose che si collocano nel cuore di tutti e diventano alfabeto dei sentimenti e dei sogni. Per me è contribuire alla memoria collettiva collocare spezzoni della vita appoggiandoci sopra la colonna sonora.
E per di più sono convinto di avere avuto la fortuna di crescere in un momento storico che ha prodotto la più bella musica del novecento. Ecco qui, l’ho detto. E se questo è segno di invecchiamento, me ne farò una ragione.

Tutto questo per spiegare perché, quando nel corso di una chiacchierata con Laura Liberale ed Heman Zed - amici miei di musica, di letteratura, ed amici miei e basta – mi parlarono dell’idea di scrivere una raccolta ispirata a Pere Lachaise dissi sì di slancio, come si dice in questi casi, col cuore. Una tomba a testa, una sorta di Spoon River postmoderna in cui un coro di scrittori raccontasse un cimitero che, prima che un cimitero è appunto un luogo dell’anima, una concentrazione di simboli, un simbolo esso stesso.

Certo, c’era il problema di scippare ad Heman la tomba del re Lucertola.  E devo dire che è andata bene perché è bastato dire per primo: “Io scrivo Jim Morrison”. E lui che a modo suo è un signore, non ha protestato.
Qui si impone una digressione, perché nella lunga frequentazione con Heman è diventato ormai un tormentone rinfacciarsi a vicenda scippi di storie che “io la volevo scrivere ma l’hai già scritta tu…” oppure “quest’idea te la dico così non te ne vieni fuori tra sei mesi a dire che l’avevi avuta prima…”.

E’ un gioco, ma in realtà credo che sia giustificato dal fatto che con Heman, batterista di cui non comprendo unicamente la passione per Ringo Starr, condivido un amore totale per la musica, il che non può che portarci a battere le stesse piste. Spesso,  ma per fortuna non sempre. Questa volta, ne sono certo, mi ha salvato il fatto che - quel vecchio pirate - aveva in mente un modo sornione ed ironico come è spesso lui per aggirare la regola e non scrivere di un morto e di una tomba in una raccolta che parla di morti e di tombe.
Che di certo, sono belle soddisfazioni.

Ma in definitiva, l'ho spuntata, e il racconto su Jim Morrison l'ho scritto io. Si intitola: "Voilà, Mr Mojo Risin'" (l'anagramma di Jim Morrison con cui il nostro diceva che si sarebbe chiamato, quando e se avesse deciso di sparire e di assumere un'altra identità...) e l'inizio del racconto suona più o meno così:


Parrebbe, a un primo sguardo distratto, che la nebbia sia solamente una convenzione narrativa. Io dico che forse sarebbe peggio venire qui – per dire – col sole e quaranta gradi all'ombra; allora sì che la contraddizione sarebbe maggiore, dolorosamente stridente. Ma tant'è. Mentre mi avvio nel vialetto, a passo lento, che camminare non mi distolga dal guardarmi attorno, velature di un bianco umido e stracciato stagnano svogliate sul terreno, e tutto si adegua docilmente allo scenario di contrizione. Mucchi di foglie svolazzano, sparpagliati da brezze gelide e acuminate, e i rami degli alberi sono crepe nere stampigliate contro il vetro del cielo.

Ed eccomi qui, piovuto a sproposito in un incipit dal vago sapore esistenzialista, grigio come il collo di pelo sintetico del mio giaccone.
Divisione 6, giusto? Sei, conferma la piantina che fatico a tenere tra le dita per via dei guanti. La porto con me, e la consulto pure, anche se conosco perfettamente la strada, perché mi dà l’idea di orientarmi in una dimensione sconosciuta.

In realtà so benissimo dove andare, quasi a memoria.

Mi aggiusto la sciarpa e costeggio sulla sinistra, e ad un certo punto taglio nell’interno, facendo scricchiolare il ghiaino. Attorno, la sfilata di cappelle di marmo bianco e alberi neri, e lapidi conficcate nella terra. Respiro l’aria gelida che mi pizzica la gola, cerco di sentire il luogo, così drammaticamente immutabile da essere diverso, ogni volta, per particolari infinitesimali.

E il freddo, stavolta, pretenderebbe di essere metafora.

Vedi, io dico che dovremmo essere avvertiti prima, che finiremo a contare i secoli nella Divisione 23 – per dire. Così, tanto per guardare il mondo con altri occhi. Tanto per convincerci che conviene fare in fretta, a trovare un senso e riscattare questa vita. Oppure fare anche con calma, non è questo che importa, l'importante è trovarlo, un senso. Se c'è.

Che poi, quale essere avvertiti prima. Lo sappiamo tutti, come stanno davvero le cose, è che facciamo finta.

Oppure preferiamo imbottirci di sogni.

Con Laura invece condivido la passione per i temi cimiteriali, fin dal suo Tanatoparty, e dal mio Quevivagarcia, di cui lei ha letto alcuni capitoli, e che per ora resta nel cassetto, ma sono sicuro che prima o poi uscirà. Due libri che parlavano di morte, di decadimento, di oblio. Lei ha un modo molto orientale di guardare alla fine dell’esistenza terrena. Probabilmente ha capito qualcosa di più di me, in materia, ed anche il racconto che ha pubblicato nell’antologia rispecchia questa disincantata e ineffabile serenità.
Dove altro ci potevamo ritrovare, se non in una raccolta ispirata da un cimitero?

Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi.  E’ una raccolta scritta da 23 autori italiani, ognuno dei quali ha messo in scena una parte di sé, riverberandola sulla lapide di uno degli ospiti di quel famoso cimitero di Parigi.

Ecco cosa scrive Laura in quarta di copertina:

E se, ancora una volta, Édith Piaf potesse cantare e Isadora Duncan ballare? Se Honoré de Balzac diventasse uno zombie in compagnia di fanciulline con fiori tra i capelli? Se oggi il padre di Victor Hugo ci parlasse di politica e la contessa di Castiglione di intrighi di sesso e potere? Se il pittore Jacques-Louis David volesse dipingere una storia di fantasmi e Gioachino Rossini tornare a Parigi grazie a un gatto? Se Victor Noir rimpiangesse l’amore e Colette de Jouvenel sua madre? Se Nadar e Georges Méliès fossero ancora alle prese coi loro mestieri? Se le passioni di Abelardo ed Eloisa, di Yves Montand e Simone Signoret non si fossero mai spente? Se a Jim Morrison e a Sadegh Hedayat andassero strette le tombe? Se la terra stessa del Père-Lachaise si raccontasse con la voce delle foglie, delle radici, dell’aria, al martellare del DJ set di Sex Toy?

Già. E se succedesse? Beh, è successo.

Più scrivo per raccontarla, più mi rendo conto che questa raccolta è un incontro di amici, di esistenze, che si ritrovano gustose e vitali proprio contemplando la fine terrena di una serie di miti.

E così, nella storia personale che posso narrare a proposito di questo libriccino, c’è anche la mia telefonata a Cagliari, a Francesco Frisco Abate. “Ehi bro’… (ci chiamiamo bro’, facciamo gli americani, ma siate indulgenti, abbiamo una certa età..) …ti va di scrivere una cosa su pere Lachaise?” Francesco neanche ci pensa, è fatto così. E’ sardo, e i sardi, ve lo giuro sul mezzo sardo che è in me, dividono il mondo in due categorie. Quelli da valutare, e quelli per cui dare la vita. Se, come parrebbe, sto per lui nella seconda categoria, ne sono onorato. Ed anche sollevato per avergli finora chiesto sempre molto meno della vita. Ma vi dirò, mi ha stupito come sempre, partorendo in pochissimo tempo un racconto bellissimo.



Sì, è bello pensare come intorno a questa raccolta si sia coagulata una corrispondenza di amorosi sensi, per dirla coi Sepolcri del Foscolo, che vedo abbastanza tematici. E allora mi piace citare Simona Castiglione, che tutti credono si stia spacciando per una discendente della Castiglione, alla quale ha dedicato il suo racconto, e invece, a mio parere,  contessa lo è veramente, e anche lei ha il sangue blu,  solo che si diverte a farci credere che sia tutto un bluff.

E via ancora, Mauro Graiani e Riccardo Irrera, miei compagni di avventura nella scrittura cinematografica. Assieme a loro – e ad Alessandro Pondi - ho conosciuto per la prima volta Heman, quando abbiamo messo le mani sulla riduzione cinematografica di un bellissimo romanzo dello Zed, La cortina di marzapane. Film che non è ancora uscito, ma chissà.
C'è ancora un sacco di tempo, prima dell'Armageddon.
E poi c’è un vero esercito di amici acquisiti nello scrivere questa raccolta, ma che amici diverranno di certo. In primo luogo, Raluca Lazarovici Veres,  l’editore.
Sono davvero contento di questo progetto, anche per il fatto che è edito da lei, da un’editrice rumena, Ratio et revelatio.

Lo trovo un bel modo per aprire le frontiere soprattutto della testa.  Si può davvero viaggiare con e grazie ai libri, soprattutto quando essi diventano un’occasione e uno strumento per unire genti e terre diverse. "Libri che taglino trasversalmente l'Europa", dice Raluca.

L’idea mi piace.


Tutti gli altri diventeranno amici - oltre che di penna e stampa, quello lo sono già... -  nel corso delle presentazioni dell’antologia, e nel viaggio che ad Ottobre faremo assieme in Romania al loro salone del libro, con puntatina, inevitabile, in Transilvania a visitare il castello del Conte Vlad.  E qui, li cito tutti, anche i già citati, in rigoroso ordine alfabetico, compreso il sottoscritto: Francesco Abate, Chiara Baldini, Francesca Bonafini, Claudia Boscolo, Simona Castiglione, Laura m. De Matteis, Caterina Falconi, Loretta Franceschin, Sara Gamberini, Mauro Graiani, Stefano Guglielmin, Riccardo Irrera, Janis Joyce, Laura Liberale, Paolo Logli, Gianluca Minotti, Gianluca Morozzi, Antonio Paolacci, Andrea Ponso, Paola Ronco, Paolo Zardi, Heman Zed, Giovanna Zulian.


Una carovana di cantastorie a casa di un protagonista di un’altra storia immortale. Immortale, ovviamente, al prezzo del sangue. Ma in fondo non è questo, spesso, il prezzo della scrittura?


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