venerdì 25 aprile 2014

PERE LACHAISE - RACCONTI DALLE TOMBE DI PARIGI (PRIMA)

Memoria collettiva, dicono si chiami.
Che poi vuol dire che ci sono cose che si collocano nel cuore di tutti e diventano alfabeto dei sentimenti e dei sogni. Per me è contribuire alla memoria collettiva collocare spezzoni della vita appoggiandoci sopra la colonna sonora.
E per di più sono convinto di avere avuto la fortuna di crescere in un momento storico che ha prodotto la più bella musica del novecento. Ecco qui, l’ho detto. E se questo è segno di invecchiamento, me ne farò una ragione.

Tutto questo per spiegare perché, quando nel corso di una chiacchierata con Laura Liberale ed Heman Zed - amici miei di musica, di letteratura, ed amici miei e basta – mi parlarono dell’idea di scrivere una raccolta ispirata a Pere Lachaise dissi sì di slancio, come si dice in questi casi, col cuore. Una tomba a testa, una sorta di Spoon River postmoderna in cui un coro di scrittori raccontasse un cimitero che, prima che un cimitero è appunto un luogo dell’anima, una concentrazione di simboli, un simbolo esso stesso.

Certo, c’era il problema di scippare ad Heman la tomba del re Lucertola.  E devo dire che è andata bene perché è bastato dire per primo: “Io scrivo Jim Morrison”. E lui che a modo suo è un signore, non ha protestato.
Qui si impone una digressione, perché nella lunga frequentazione con Heman è diventato ormai un tormentone rinfacciarsi a vicenda scippi di storie che “io la volevo scrivere ma l’hai già scritta tu…” oppure “quest’idea te la dico così non te ne vieni fuori tra sei mesi a dire che l’avevi avuta prima…”.

E’ un gioco, ma in realtà credo che sia giustificato dal fatto che con Heman, batterista di cui non comprendo unicamente la passione per Ringo Starr, condivido un amore totale per la musica, il che non può che portarci a battere le stesse piste. Spesso,  ma per fortuna non sempre. Questa volta, ne sono certo, mi ha salvato il fatto che - quel vecchio pirate - aveva in mente un modo sornione ed ironico come è spesso lui per aggirare la regola e non scrivere di un morto e di una tomba in una raccolta che parla di morti e di tombe.
Che di certo, sono belle soddisfazioni.

Ma in definitiva, l'ho spuntata, e il racconto su Jim Morrison l'ho scritto io. Si intitola: "Voilà, Mr Mojo Risin'" (l'anagramma di Jim Morrison con cui il nostro diceva che si sarebbe chiamato, quando e se avesse deciso di sparire e di assumere un'altra identità...) e l'inizio del racconto suona più o meno così:


Parrebbe, a un primo sguardo distratto, che la nebbia sia solamente una convenzione narrativa. Io dico che forse sarebbe peggio venire qui per dire col sole e quaranta gradi all'ombra; allora sì che la contraddizione sarebbe maggiore, dolorosamente stridente. Ma tant'è. Mentre mi avvio nel vialetto, a passo lento, che camminare non mi distolga dal guardarmi attorno, velature di un bianco umido e stracciato stagnano svogliate sul terreno, e tutto si adegua docilmente allo scenario di contrizione. Mucchi di foglie svolazzano, sparpagliati da brezze gelide e acuminate, e i rami degli alberi sono crepe nere stampigliate contro il vetro del cielo.

Ed eccomi qui, piovuto a sproposito in un incipit dal vago sapore esistenzialista, grigio come il collo di pelo sintetico del mio giaccone.
Divisione 6, giusto? Sei, conferma la piantina che fatico a tenere tra le dita per via dei guanti. La porto con me, e la consulto pure, anche se conosco perfettamente la strada, perché mi dà l’idea di orientarmi in una dimensione sconosciuta.

In realtà so benissimo dove andare, quasi a memoria.

Mi aggiusto la sciarpa e costeggio sulla sinistra, e ad un certo punto taglio nell’interno, facendo scricchiolare il ghiaino. Attorno, la sfilata di cappelle di marmo bianco e alberi neri, e lapidi conficcate nella terra. Respiro l’aria gelida che mi pizzica la gola, cerco di sentire il luogo, così drammaticamente immutabile da essere diverso, ogni volta, per particolari infinitesimali.

E il freddo, stavolta, pretenderebbe di essere metafora.

Vedi, io dico che dovremmo essere avvertiti prima, che finiremo a contare i secoli nella Divisione 23 per dire. Così, tanto per guardare il mondo con altri occhi. Tanto per convincerci che conviene fare in fretta, a trovare un senso e riscattare questa vita. Oppure fare anche con calma, non è questo che importa, l'importante è trovarlo, un senso. Se c'è.

Che poi, quale essere avvertiti prima. Lo sappiamo tutti, come stanno davvero le cose, è che facciamo finta.

Oppure preferiamo imbottirci di sogni.

Con Laura invece condivido la passione per i temi cimiteriali, fin dal suo Tanatoparty, e dal mio Quevivagarcia, di cui lei ha letto alcuni capitoli, e che per ora resta nel cassetto, ma sono sicuro che prima o poi uscirà. Due libri che parlavano di morte, di decadimento, di oblio. Lei ha un modo molto orientale di guardare alla fine dell’esistenza terrena. Probabilmente ha capito qualcosa di più di me, in materia, ed anche il racconto che ha pubblicato nell’antologia rispecchia questa disincantata e ineffabile serenità.
Dove altro ci potevamo ritrovare, se non in una raccolta ispirata da un cimitero?

Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi.  E’ una raccolta scritta da 23 autori italiani, ognuno dei quali ha messo in scena una parte di sé, riverberandola sulla lapide di uno degli ospiti di quel famoso cimitero di Parigi.

Ecco cosa scrive Laura in quarta di copertina:

E se, ancora una volta, Édith Piaf potesse cantare e Isadora Duncan ballare? Se Honoré de Balzac diventasse uno zombie in compagnia di fanciulline con fiori tra i capelli? Se oggi il padre di Victor Hugo ci parlasse di politica e la contessa di Castiglione di intrighi di sesso e potere? Se il pittore Jacques-Louis David volesse dipingere una storia di fantasmi e Gioachino Rossini tornare a Parigi grazie a un gatto? Se Victor Noir rimpiangesse l’amore e Colette de Jouvenel sua madre? Se Nadar e Georges Méliès fossero ancora alle prese coi loro mestieri? Se le passioni di Abelardo ed Eloisa, di Yves Montand e Simone Signoret non si fossero mai spente? Se a Jim Morrison e a Sadegh Hedayat andassero strette le tombe? Se la terra stessa del Père-Lachaise si raccontasse con la voce delle foglie, delle radici, dell’aria, al martellare del DJ set di Sex Toy?

Già. E se succedesse? Beh, è successo.

Più scrivo per raccontarla, più mi rendo conto che questa raccolta è un incontro di amici, di esistenze, che si ritrovano gustose e vitali proprio contemplando la fine terrena di una serie di miti.

E così, nella storia personale che posso narrare a proposito di questo libriccino, c’è anche la mia telefonata a Cagliari, a Francesco Frisco Abate. “Ehi bro’… (ci chiamiamo bro’, facciamo gli americani, ma siate indulgenti, abbiamo una certa età..) …ti va di scrivere una cosa su pere Lachaise?” Francesco neanche ci pensa, è fatto così. E’ sardo, e i sardi, ve lo giuro sul mezzo sardo che è in me, dividono il mondo in due categorie. Quelli da valutare, e quelli per cui dare la vita. Se, come parrebbe, sto per lui nella seconda categoria, ne sono onorato. Ed anche sollevato per avergli finora chiesto sempre molto meno della vita. Ma vi dirò, mi ha stupito come sempre, partorendo in pochissimo tempo un racconto bellissimo.



Sì, è bello pensare come intorno a questa raccolta si sia coagulata una corrispondenza di amorosi sensi, per dirla coi Sepolcri del Foscolo, che vedo abbastanza tematici. E allora mi piace citare Simona Castiglione, che tutti credono si stia spacciando per una discendente della Castiglione, alla quale ha dedicato il suo racconto, e invece, a mio parere,  contessa lo è veramente, e anche lei ha il sangue blu,  solo che si diverte a farci credere che sia tutto un bluff.

E via ancora, Mauro Graiani e Riccardo Irrera, miei compagni di avventura nella scrittura cinematografica. Assieme a loro – e ad Alessandro Pondi - ho conosciuto per la prima volta Heman, quando abbiamo messo le mani sulla riduzione cinematografica di un bellissimo romanzo dello Zed, La cortina di marzapane. Film che non è ancora uscito, ma chissà.
C'è ancora un sacco di tempo, prima dell'Armageddon.
E poi c’è un vero esercito di amici acquisiti nello scrivere questa raccolta, ma che amici diverranno di certo. In primo luogo, Raluca Lazarovici Veres,  l’editore.
Sono davvero contento di questo progetto, anche per il fatto che è edito da lei, da un’editrice rumena, Ratio et revelatio.

Lo trovo un bel modo per aprire le frontiere soprattutto della testa.  Si può davvero viaggiare con e grazie ai libri, soprattutto quando essi diventano un’occasione e uno strumento per unire genti e terre diverse. "Libri che taglino trasversalmente l'Europa", dice Raluca.

L’idea mi piace.


Tutti gli altri diventeranno amici - oltre che di penna e stampa, quello lo sono già... -  nel corso delle presentazioni dell’antologia, e nel viaggio che ad Ottobre faremo assieme in Romania al loro salone del libro, con puntatina, inevitabile, in Transilvania a visitare il castello del Conte Vlad.  E qui, li cito tutti, anche i già citati, in rigoroso ordine alfabetico, compreso il sottoscritto: Francesco Abate, Chiara Baldini, Francesca Bonafini, Claudia Boscolo, Simona Castiglione, Laura m. De Matteis, Caterina Falconi, Loretta Franceschin, Sara Gamberini, Mauro Graiani, Stefano Guglielmin, Riccardo Irrera, Janis Joyce, Laura Liberale, Paolo Logli, Gianluca Minotti, Gianluca Morozzi, Antonio Paolacci, Andrea Ponso, Paola Ronco, Paolo Zardi, Heman Zed, Giovanna Zulian.


Una carovana di cantastorie a casa di un protagonista di un’altra storia immortale. Immortale, ovviamente, al prezzo del sangue. Ma in fondo non è questo, spesso, il prezzo della scrittura?


PERE LACHAISE E' ACQUISTABILE ON LINE SU ABEBOOKS:

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domenica 2 giugno 2013

LA BALLATA DI RINO




"chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori"
Rino Gaetano



Tutto finì il 2 Giugno di parecchi anni fa, e ci prese alla sprovvista. Era il 1981, e mattina la radio ci disse che una macchina si era schiantata contro un camion, sulla Nomentana. E che sopra c’era lui. E che ora lui non c’era più.
E noi non ci volevamo credere.
Andava troppo forte? Non si riesce a capire. Non si capiscono molte cose – troppe - di quell’incidente. Troppe lacune.
Sono le tre e cinquantacinque del mattino, quando la sua Volvo 343 grigio metallizzato si schianta contro il camion, e per i soccorritori inizia la corsa contro il tempo. Rino ha un trauma cranico gravissimo, ma un intervento tempestivo potrebbe ancora salvarlo.
E invece.
Cinque ospedali si rifiutano di ricoverarlo, particolare questo ripetuto più volte nei resoconti, ma del quale non si trova più traccia documentale. Lo sanno tutti, si sa. Ma le prove, come spesso accade in questa Italia che fatichiamo a comprendere, ad un certo punto spariscono, non ci sono più. Sta di fatto che Rino Gaetano non viene ricoverato da nessuna parte, e nel corso della notte muore su una barella, all’accettazione del Policlinico, per le ferite riportate. 







La parte agghiacciante è che tutto questo Rino Gaetano l'aveva raccontato in una sua canzone di 11 anni prima: “La Ballata di Renzo”. Nei dettagli, compreso il nome di due degli ospedali che rifiutarono di ricoverarlo.

Quel giorno Renzo uscì, andò lungo quella strada / e una Ferrari contro lui si schiantò/ il suo assassino lo aiutò e Renzo allora partì / verso un ospedale che lo curasse per guarìr.
Quando Renzo morì io ero al bar  / La strada era buia si andò al San Camillo  / e lì non l’accettarono forse per l’orario  / si pregò tutti i Santi ma s’andò al San Giovanni  / e lì non lo vollero per lo sciopero
Quando Renzo morì io ero al bar  / era ormai l’alba andarono al Policlinico  / ma lo si mandò via perchè mancava il vicecapo  / c’era in alto il sole si disse che Renzo era morto  / ma neanche al Verano c’era posto

Io purtroppo sono tra quelli che quella morte se la ricordano bene. Purtroppo perché a quel tempo avevo abbastanza anni per capirla, per esserne colpito, per soffrirne. Mi ricordo che ci si chiese se Rino fosse sotto effetto di stupefacenti, e che il guidatore del camion sostenne che lo vide accasciarsi sul volante e cominciare a sbandare prima dell’impatto. 

Andava troppo forte? Forse. Ma non è quello il punto.

Se dovessi raccontare con quali immagini emerge dai miei ricordi il folletto Rino, beh, le immagini sarebbero due.
1978: Gianna, una canzone che abbiamo canticchiato tutti, una volta o l’altra. La canzone del Festival.
Allora, cominciamo da qui.
Se dovessi raccontare con quali immagini emerge dai miei ricordi il folletto Rino, beh, le immagini sarebbero due.
1978: Gianna, una canzone che abbiamo canticchiato tutti, una volta o l’altra. La canzone del Festival.
Allora, cominciamo da qui.
Rino Gaetano a quel Sanremo non ci voleva andare. O meglio, non a quel Sanremo lì, in quell’anno lì. Non voleva andare al Festival, punto, né quell’anno né mai. Ma la Rca, in particolare il direttore artistico, aveva insistito molto e lui, anche se poco convinto, alla fine aveva accettato.
Scatenando una reazione scandalizzata di amici e Fans.
Per chi non c’era, a quei tempi non esistevano vie di mezzo. Per anni fu organizzato proprio a Sanremo un “ControSanremo” riserva indiana del rock, del progressive, e della canzone d’autore. Insomma, il  ruolo che negli anni ha a poco a poco rivestito il Tenco, ma senza gli stessi massimalismi. Allora, invece, o si stava da una parte o si stava dall’altra. O alternativo, o venduto.

Rino stava solo dalla sua parte.







Che non voleva dire, contemporaneamente, stare anche dalla parte delle cose giuste.
Era un personaggio particolare, sperduto in un nonsense, si aggirava ineffabile e sorridente alla ricerca di se stesso. Un cantautore corrosivo, intelligente, acuto, ma soprattutto non allineato. Non sto dicendo che fosse insensibile ai malumori e ai malesseri che avevano percorso il paese per tutti gli anni settanta. Ne’ che indossasse un qualsiasi tipo di qualunquismo. Ma semplicemente, e anarchicamente, era fuori dagli schieramenti, una persona libera, parrebbe.
Insomma, quel Festival gli stava stretto, e parecchio.

Cercò di trattare, cercò di ottenere di poter portare al Festival Nuntereggaepiù, che faceva parte del disco in uscita. 

Abbasso e alè
abbasso e alè
abbasso e alè con le canzoni
senza fatti e soluzioni…

Nuntereggaepiù.
Si tratta di canzone impossibile da dimenticare, un tagliente ritratto del malessere italiano, invettiva contro politici, potenti, uomini di governo e sottogoverno, impresari e cantantucoli star e starlette, e vecchie glorie, amici degli amici, ospiti fissi alle cene e alle trasmissioni tv, nobili papalini e laureati alla scuola di partito, insomma il grande carrozzone di quell’Italia
venghino signori tre palle un soldo, che non cambia mai. 
Figurarsi. Certe cose non si dicono, nella città dei fiori.  

E visto che sappiamo come funziona, e sappiamo che il sistema che regola la musica – oggi si direbbe “lo show business” – in un modo o nell’altro la spunta sempre, Rino, che non vi voleva andare... 

...a Sanremo ci andò.
Vestito da clown.
Cilindro, giacca da orchestrale a coda di rondine, maglietta a righe orizzontali da gondoliere, uno scroscio di medaglie al valor militare sul reverse e l’ukulele in mano.
Un pagliaccio, certo. Ma un pagliaccio intelligentissimo tagliente, e consapevole, soprattutto, della sua provocazione. 
Fatta di limerick, fatta di giochi di parole, fatta di dico non dico e se vuoi capire capisci.
C’era, nella sua ribellione, un sorriso, un guizzo che molti dei suoi colleghi cantautori non avevano. Sì, perché diciamocelo, anche se li abbiamo molto amati: si prendevano, soprattutto allora, parecchio sul serio. Rino invece guardava la realtà col sorriso. Con la faccia di uno che conosce le coincidenze del 60 notturno.
Inizialmente divertito e negli anni sempre più amaro e disincantato. Rassegnato, mai.



Andava troppo forte? Chissà. Tutto fa pensare che potesse anche essere così. Le foto apparse sui giornali, la mattina dopo, ci descrivono una macchina sfasciata, un cartoccio di lamiere.
Se ne sono dette molte, si è parlato dell’incidente come dell’ultimo – riuscito – tentativo di ucciderlo, visto che era già scampato pochi mesi prima ad un misterioso incidente in cui la macchina che l’aveva investito si era dileguata. Si è ipotizzato il ruolo attivo di una associazione esoterico-massonica che avrebbe commissionato il suo omicidio. La “Rosa Rossa”. Tutto questo a partire dal verso di una sua canzone, Rosita:

La Rosa Rossa, / quando te la presentano sembra bellissima, /  onori, gloria, soldi, potere, / poi però un giorno scopri la verità. / E allora la tua vita cambia radicalmente, / perchè sei in trappola.



Io non lo so se è vero. So che è successo troppo spesso, che quando un mito se n’è andato, abbiamo ceduto alla tentazione del complotto. Così, tanto per avere qualcuno da incolpare della perdita, che dare la colpa al destino o a Dio è brutto.
O frustrante. Oppure, semplicemente, inutile.
Io non so se è vero ma so, tanto per dirne una, che alcune delle immagini più caustiche e corrosive del nostro cosiddetto Risorgimento, alcune delle visioni più taglienti e disincantate del nostro paese sono sue. In un’era di canzone politicizzata – grande, per carità, amata, anzi adorata, ma politicizzata – lui ha fatto politica con la filastrocca. 

E lì sì, che andava parecchio forte.
Eccolo qui.

Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo | tuttora in voga! (da Sfiorivano le viole)

Mio fratello è figlio unico [...] perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati, malpagati e frustrati. | Mio fratello è figlio unico sfruttato, | represso, calpestato, odiato | e ti amo Mario. (da Mio fratello è figlio unico)

Aida, la Costituente, | la democrazia e chi ce l'ha, | e poi trent'anni di safari, | fra antilopi e giaguari, | sciacalli e lapin. (da Aida)

Ma vi ricorderete, le immagini erano due.
Vado a raccontare la seconda, anche quella targata 1978 ed anche quella indelebile.
Si tratta della partecipazione ad un salotto televisivo – probabilmente il primo -  dove cominciava a fondarsi e strutturarsi uno dei più influenti gangli di potere della storia italiana - non solo televisiva - di fine secolo. Un nodo di potere che si è diramato dalla politica alla musica allo spettacolo, influenzandone e spesso determinandone le sorti con l’immenso peso mediatico che nacque, probabilmente proprio in quegli anni, in quel programma, e in quelle interviste da salottino, sul morire degli anni settanta.
Sto parlando di Bontà loro, il primo salotto tv di Maurizio Costanzo.




Rino presentò proprio Nuntereggepiù, proprio la canzone rifiutata a Sanremo perché “non si può dire, eh no…”, quella canzone che ne aveva per tutti senza essere qualunquista, parola orribile allora come oggi. Accusa infamante dalla quale non si sopravviveva. Forse oggi sì.


Rino presentò proprio Nuntereggepiù, proprio la canzone rifiutata a Sanremo perché “non si può dire, eh no…”, quella canzone che ne aveva per tutti senza essere qualunquista, parola orribile allora come oggi. Accusa infamante dalla quale non si sopravviveva. Forse oggi sì.
Quella canzone era il suo atto di accusa forse più diretto all’Italietta dei contrapposti poteri e delle contrapposte conventicole. E ancora  delle contrapposte chiese con tanto di bolla di infallibilità, e contrapposte scomuniche, siano esse per mandato divino, o della storia, o del popolo.
Ebbene, il folletto calabrese, proprio in faccia a mister “buona camicia a tutti” nazionale, al telepredicatore in rampa di lancio per gli stupidi anni ottanta (e novanta, e duemila…) cantò:

La sposa in bianco, il maschio forte, | i ministri puliti, i buffoni di corte, | ladri di polli, super pensioni, | ladri di stato e stupratori, | il grasso ventre dei commendatori, | diete politicizzate, evasori legalizzati. auto blu sangue blu cieli blu amore blu rock and blues NUNTEREGGAEPIU'


Assistetti con un sottile gusto a quell’esibizione. Perché mi illudevo, non è così, ma permettetemi di sognare, e se avete le prove che sto sbagliando non ditemelo, che Maurizio Costanzo non conoscesse in anticipo il testo della canzone.


(In realtà, detto tra noi, lo ammetto: dopo anni di tv e soprattutto di tv musicale, lo so benissimo, che Costanzo il testo lo conosceva prima. Ma uffa, come la racconto io è meglio, no?)
Insomma. Rino cantava e “Buona camicia a tutti” annuiva assorto e compreso di fronte a quel je accuse che invece il suo ospite metteva in scena come uno sberleffo. Perché il problema, nella nostra Italietta, è sempre stato che il potere ad un certo punto ha inglobato in sé, al fine di gestirlo, anche il dissenso. E forse, non solo in Italia, come d’altra parte aveva capito molto bene George Orwell nel suo 1984. Dunque, accadeva che mentre la canzone menava fendenti a destra e a manca, Maurizio Costanzo annuiva con impegno alle parole di Rino, come a dire: io sono d’accordo con lui, eh, accidenti se sono d’accordo, io che sono contro il potere, come no. Contro le conventicole, l’establishment: fa bene, eccome. Gliele sta – anche fuor di metafora – cantando.




Eya alalà pci psi dc dc pci psi pli pri dc dc dc dc  Cazzaniga  avvocato Agnelli Umberto Agnelli Susanna Agnelli Monti Pirelli...





E Costanzo, sornione, che approva con gli occhi. Eccerto. Come non approvare che “sono tutti uguali signora mia, è tutto un magna magna…” è così che si arriva al cuore delle masse… perché l’ultimo trucco del potere è buttare tutto in caciara, trasformare la critica e la ribellione in qualunquismo.
E invece Rino ne aveva per tutti ed era giusto così. Anche se annuiva perfino Costanzo, va detto: aveva ragione Rino. Però…

…dribbla Causio che passa a Tardelli  Musiello Antognoni Zaccarelli  Gianni Brera Bearzot  Monzon Panatta Rivera D'Ambrosio Lauda Thoeni Maurizio Costanzo…


Ahi ahi. C’era anche il baffetto nazionale, nella lista dei catafalchi di cui liberarsi per far respirare finalmente aria fresca all'Italia.

…Mike Bongiorno Villaggio Raffa Guccini  onorevole eccellenza cavaliere senatore nobildonna eminenza monsignore  vossia cherie mon amour
NUNTEREGGAEPIU'

Me lo ricordo perfettamente.
Baffetto fece un gesto indulgente,  ironico ed accondiscendente, portando la mano alla fronte come per un saluto militare, o amichevole..
Per inciso devo ammettere che io invece rabbrividii, sentendo che Rino Gaetano aveva infilato Guccini a fianco a Raffaella Carrà. Ma sono dettagli, e col senno di poi bisogna dire che l'altarino gliel'avevamo fatto sul serio, a Francescone nostro. Non che l'avesse mai chiesto.
Ma fatto sta che eravamo nel 1978, e la sostanza era che c’era in tv uno che stava dicendo: basta, non ci crediamo più, ai vostri teatrini, gettate la maschera.
Non vi reggiamo più.


Andava troppo forte? Eh sì, quella volta sì. Credo che l’eclissi che subì negli ultimi anni della sua vita (non sto parlando dell’omicidio, ma della sua sparizione dai media nazionali, che avvenne ben prima che fosse ucciso) abbia avuto origine da quelle parti. In quell’impertinenza non inquadrabile, non gestibile, e perfino non collocabile politicamente.




Andava troppo forte? Eh, mi sa di sì, Rino. E c’era anche la curva.
Perché hai voglia di dire che Rino Gaetano ha brillato come una supernova e poi si è spento, prima di sparire in quel modo come ha scritto un acuto critico musicale.
Dopo Nuntereggaepiù, chissà se ci avete fatto caso, più nessuna notizia di lui. Chissà. Troppo brusco perché fosse solo una questione di fine della luna di miele col pubblico.
Mi piace pensarla così.
Ecco. Ora, lo so, qualcuno dirà che ho scritto che Rino Gaetano era il primo grillino.

Mio Dio, aspettate un attimo.
Ho scritto solo che era un uomo libero.
Un anarchico, un artista fuori dagli schieramenti, uno al quale non serviva nient’altro che l’intelligenza e il cuore puro - perché non serve nient’altro che l’intelligenza e il cuore puro - per guardarsi attorno e capire.
Poi, da quel 1978, sono passati altri quarant’anni, e stiamo a parlare sempre delle stesse cose. 

La sposa in bianco, il maschio forte, | i ministri puliti, i buffoni di corte, | ladri di polli, super pensioni, | ladri di stato e stupratori, | il grasso ventre dei commendatori, | diete politicizzate, evasori legalizzati. auto blu sangue blu cieli blu amore blu rock and blues NUNTEREGGAEPIU'
E allora mi chiedo se quella notte del due Giugno Rino stesse andando davvero troppo forte, o se siamo noi che stiamo andando troppo piano e non siamo neanche più capaci di chiederci perchè incominci a superarci gente a piedi.
Lui, forte, c'è sempre andato.

Per tutta la sua vita.