giovedì 4 settembre 2014

DURA PIOGGIA CADRA' - IN LIBRERIA IL 24 SETTEMBRE




Ancora pochi giorni, e comunque sembrano sempre troppi. Il romanzo sarà sugli scaffali il 24 Settembre, e da quel momento, se i lettori vorranno, camminerà con le sue gambe.

Un altro piccolo estratto, e ancora una volta in scena Merlino, e i suoi dubbi.




A volte è tenera, la notte, ti accoglie e ti culla, e mentre dormi ti illudi di essere tornato a quando tutto era bello, e nuovo, e avevi scelto tu di esserci.

La notte a volte è pietosa, perché nasconde tutto. 

Per esempio il fatto che, semplicemente, non hai scelto nulla, ti illudi di avere scelto. Che sei qui perché devi, perché non puoi fare diversamente, perché attendi, e mentre attendi, cominci a pensare che non ci sia niente da attendere.

E implori l’oblio. Oh, l’oblio.

La mano che si stringe sulla bottiglia affondata nella tasca…

A volte invece è infida, la notte.

Perché nasconde i nemici ed offre loro ombre nelle quali acquattarsi. Gli occhi di Merlino si muovono di qui e di là, e non trovano tregua.

Poi arriva l’autobus, e lui sale senza guardarsi le spalle. Scivola tra i passeggeri che fissano di fronte a sé, e si siede. Sarebbe tentato di rilassarsi, di dirsi che non c’è nessuno che lo segua o che lo tenga d’occhio. Invece potrebbero semplicemente fingere, di non guardarlo. Tutti quanti.

Lui scruta i loro volti, e loro guardano lontano.

Invece a volte è crudele, la notte. Perché fa pensare al passato.

E se il passato è troppo lungo per ricordarlo tutto, allora la notte diventa nient’altro che un immenso tunnel spalancato sull’alba del giorno dopo, e dentro quel tunnel scroscia un flusso di ricordi, come sangue che sgorga da una ferita.

È un dolore sottile, si placa solo quando l’alcool brucia la lingua.

PROSSIMA FERMATA: PIAZZA RE DI ROMA dice il display luminoso che scorre insistente sopra la porta dell’autobus. Merlino guarda fuori, il viso appiccicato contro il finestrino, confuso nel rumore di mille parlate estranee che si sommano.

Sente il freddo del vetro sulla guancia, e si immagina che da un minuto all’altro qualcuno aprirà il finestrino, e il nero della notte comincerà a colare dentro. Ad ondate. A fiotti. Sommergerà tutto, come catrame.

Come un rigurgito di fogna, perché tanto c’è poco da salvare, in questa città.  Come in tutte le altre, d’altra parte, in questo scorcio di millennio puzzolente di fumo di idrocarburi e di poteri che non mostrano la faccia.

Avalon era diversa.

Oh, certo. Magari qualcuno non ci amava, ma certo. Ma almeno si sapeva chi comandava: Artù, era sua la responsabilità. Se dovevi odiare qualcuno, era lui il capo.

Oggi invece quelli che comandano davvero non si vedono. E quelli che invece si vedono sono solo burattini in una recita dei pupi.

O forse è solo che Merlino, allora, era giovane, e quando si è giovani è bello avere degli ideali.

Un vegliardo giovane, era. O era il mondo, che aveva appena iniziato ad invecchiare.

Ma tant’è.

Il vecchio aggiusta le buste di plastica tra i piedi, piene di quei pochi vestiti che è riuscito a raccattare, e tira fuori dalla tasca del giaccone la bottiglia di fernet. Ingoia una lunga sorsata di quel liquido denso, che gli scende nello stomaco colando lungo le pareti della gola, e spera di sentire al più presto le ondate dell’alcool risalire al cervello, per riempirlo di ovatta rosa.

Oppure, meglio ancora, spegnerlo e basta.

Avalon era un’altra cosa.

Oh, come no. Ed è proprio perché Avalon era l’unica cosa che valesse la pena di salvare, e far rinascere nei secoli, che aveva, tanto tempo prima, accettato di far parte di questa missione.

Eri entusiasta di essere stato scelto.

Non sapevo quanto sarebbe stata dura.

Pensa, mentre guarda fuori, le macchine che fuggono nella direzione opposta. Le strade sono fradice di una pioggia torrenziale che cade a secchiate, e nell’aria c’è un odore acre e speziato di asfalto. Nella notte, il traffico si è diradato, ed il bus corre veloce, mentre le luci fuggono via in una scia sfocata. Poi, senza preavviso, il mezzo imbocca una strada circondata da campi e dal silenzio e dal buio. Stretta, tortuosa, a malapena illuminata in alcuni punti: una strada di campagna ingoiata dalla metropoli. 

Succede spesso, a Roma. Brandelli di contado rimasti appoggiati lì, circondati dal niente e dalle palizzate di luci e di finestre dei casermoni della periferia.

Il bus procede placido ondeggiando come un grosso bue, e si fa strada dentro il cono dei suoi fari, ammonticchiando l’oscurità ai due lati della strada come uno spazzaneve.

Merlino continua a studiare gli altri passeggeri. Ognuno di loro potrebbe essere il nemico.

Un gruppetto di cinesi parla a voce altra, sputacchiando suoni lunghi ed estranei. Forse litigano, chissà. O forse parlano di soldi, oppure di fregare qualcuno. O forse no. Forse invece sono lì per lui, lo stanno seguendo e si sono appena detti di aspettare che il vecchio si alzi e vada a prenotare la fermata per avvicinarsi anche loro alla porta… li soppesa ancora un attimo, poi si volta dall’altra parte. Un tempo se lo sarebbe chiesto sul serio, che cosa stanno dicendosi, ora no. Ha sulle spalle il peso di troppe domande.

Alle quali non corrispondono altrettante risposte.

La mano corre di nuovo alla tasca, e alla bottiglia, in un automatismo ormai consueto. Beve, senza neanche sentire il sapore del liquore. E così, ancora una volta, sta scappando. Avrà bisogno di soldi, si dice. Ma per quelli sa come fare. Avrebbe bisogno, invece, di un compagno con cui condividere quest’altra avventura.

Sperando che sia l’ultima.

L’ultima avventura sarà quella che porta alla vittoria.

Ringhia il drago, nell’orecchio del vecchio. Merlino scuote la testa, e rinuncia a ribattere.

Lo sguardo indugia triste al di là del vetro. Chissà cosa stanno facendo ora, tutti gli altri. Chissà se anche loro pensano ogni tanto a com’era prima. Chissà se anche a loro manca il salone di pietra dove risuonavano le loro voci e dove squillavano le trombe. I volti di tutti gli altri, radunati intorno alla tavola.

Non vede l’ora di condividere la lotta, e la strada e il sentiero, con ognuno di loro. Ma non è ancora tempo, non è questo che è stato stabilito. Improvviso, inaspettato, lo schiaffo della rabbia sul volto gli fa imporporare le guance.

Lo hanno lasciato solo. Ecco cosa. Sanno benissimo, tutti.

Quasi, tutti.

Ma allora, perché non lo cercano? Perché non arrivano?

Un silenzio totale, che se non fosse certo che ci sono ancora, perché lo sente, potrebbe sospettare che siano morti. Invece, semplicemente, si sono disinteressati di lui.

Vorrebbe gridarlo ai quattro venti.

Mi avete lasciato solo.

Arrampicarsi sulle pendici del Gran Sasso, aggredire la roccia a mani nude, come se nulla fosse, come fosse uno scherzo, sbucciarsi le nocche e spaccarsi le mani e i piedi, ma arrivare in cima, no, non dove termina il mondo, dove inizia il cielo, e urlare verso la luna.

Spalancare le braccia come ali e tuffarsi a testa in giù nel firmamento, sopra di lui, infilarsi nell’infinito, tra i pianeti, e finalmente, perdersi. Oppure raggiungerli, uno per uno, e guardarli in viso. Scuoterli per le spalle e dire: oh, sveglia. Dire: ti ricordi? Te le ricordi, le guglie delle torri che bucavano il crinale?

Avalon, te la ricordi?

Ma non può.