mercoledì 6 marzo 2013

La canzone italiana nasce laggiù.







L’antica città Inca di Machu Picchu, una delle sette meraviglie del mondo secondo l’Unesco, sorge al centro dell’America  Latina in quella parte del Perù che confina con la foresta amazzonica.
Come dire: se cerchiamo un posto lontano da qui, quello lo è.  


La sua bellezza scorbutica, fatta di pietre millenarie intagliate ed incastrate dalla civiltà Inca a 2430 metri sul livello del mare (uno scherzo, se paragonati ai cinquemila metri dell’altopiano andino alle spalle, e alle vette che schizzano in cielo superando i settemila), è protetta dal turismo di massa dall’assoluto isolamento della valle del fiume Urubamba in cui sorge l’altura.



Si giunge a Machu Picchu con una corrierina scassata da film western, su una strada bianca e polverosa piena di tornanti, per un dislivello di più di quattrocento metri sul fiume sottostante.
Ciononostante, circa mezzo milione di persone all’anno visitano le rovine di questa incredibile città inca costruita sulla punta di un monte, vecchia di più di 400 anni.
Ed io sono tra quelli.



Ma, diranno i miei cinque lettori, che c’entra tutto questo con la canzone italiana? 

Non siamo qui per parlare di turismo o di antiche civiltà. Vero. Ma il motivo per cui – facendo un giro, lo ammetto, un po’ largo – vi ho parlato dell’antica città Inca è che sulla strada che porta al sito archeologico sorge una casetta ad un piano male in arnese che espone, dipinta a mano, l’insegna FETUCINI DA ALFREDO.
Sgrammaticata ma efficace, quell’insegna attira gli escursionisti nella speranza di gustare un piatto italiano. Diciamo che non gli va benissimo, agli escursionisti, ma quell’insegna, per dirla tutta, è una scheggia di italianità conficcata in un totale altrove. E’ il segno di quanto potente sia l’immagine Italia, vista da lontano. Quel bello (dei tanti belli) del nostro paese che chi viaggia sa di poter incontrare, dovunque nel mondo, girando un angolo. 


Quella volta, sul Machu Picchu, andò così. Pregustando un caffè espresso, anche io varcai la porta del localino di Alfredo.
Per il caffè mi andò male, avevate dubbi?  Ma, in un angoletto del bar, come un residuato bellico, un Wurlitzer d’antan miagolava una canzone italiana. Anzi, permettetemelo: la, canzone italiana.



Parlami d’amore, Mariù,
Tutta la mia vita sei tu,
gli occhi tuoi belli brillano,
fiamme di sogno scintillano…

Vedete, il problema è che alle cose belle ci si abitua velocemente. 
Ci sembra normale averle, dopo un po’, e perdiamo la capacità di stupirci, e di chiederci come ci sono arrivate.
E così oggi ci sembra normale, poter godere dei testi ermetici e densi di Francesco De Gregori, delle alchimie new age di Battiato, del genio di Mogol e Battisti, delle pensierose ballate di Guccini, delle atmosfere sapientemente retrò di Paolo Conte, del rock italico di Ivan Graziani, del Liga, di Vasco, del genio prematuramente stroncato di Tenco, della verve polemica di De Andrè, ci sembra normale avere avuto Bindi, ,Morgan, Rino Gaetano, Buscaglione, Modugno.

Ci pare normale essere ricchi di questo patrimonio di canzoni nella nostra lingua. Ma non è così. Le cose non esistono da sole. Lo dico anche se sembra di una banalità sconcertante e anche un pochino sentenzioso: le cose non esistono da sole. Tutto questo doveva essere pensato da qualcuno.
A qualcuno – per capirci - doveva venire in mente che si poteva prendere una bella partitura e scriverci sopra parole in italiano. 



E quel qualcuno era lui: Cesare Andrea Bixio.


Ecco perché non è esagerato dire che stiamo parlando del padre della canzone italiana. Perché prima di lui esistevano romanze e canzoni in dialetto, prevalentemente napoletano, esisteva la canzone francese e quella dei coroner americani, mal tollerate durante il regime e passate sotto banco dai cultori, ma non esistevano canzoni nella lingua di tutti noi.
Ora sembra normale, ma c’era bisogno di qualcuno che lo pensasse.
Quel Wurlitzer, lassù in cima al Machu Picchu, voleva dirmi questo.
Che nulla accade per caso.

Ne parlo, perchè nel corso di quest'anno sarò complice di un'impresa di cui vado molto orgoglioso: la mostra itinerante internazionale su Cesare Andrea Bixio, di cui il sottoscritto, immeritatamente sarà curatore del catalogo.
Un'impresa in cui mi hanno coinvolto due amici, Franco Bixio e Renato Marengo, e in cui mi piace molto dire in giro che ci sono anch'io.

Perchè, perchè... perchè ci ho messo quasi cinquant'anni a capire sul serio che le radici, nella musica, sono una cosa tremendamente seria.  Cioè, sia chiaro, l'ho sempre sostenuto, ma sono serviti gli anni per capirlo davvero. E Bixio è all'origine di un grandissimo amore della mia vita, la canzone d'autore italiana, che amo al punto che spesso, invece di scrivere, canticchio stralci di canzoni, presi qui e là.

Ebbene, tutto questo ha un'origine, come in fondo tutto, nel mondo.
Pare banale, ma ricordiamolo. Non tutti fanno mente locale.

Cesare  Andrea Bixio, uomo dalla napoletanità internazionale, divide la sua lunga carriera tra Milano, dove, dopo averle fondate a Napoli nel 1920, trasferirà a partire dal 1923 le Edizioni Bixio, Parigi, e il suo Golfo natale, dove tutto è iniziato.
Là, nella casa paterna, dove il padre era solito suonare al pianoforte le canzoni di moda. Il piccolo Bixio comincia a spiarlo da uno spiraglio della porta, timoroso (erano altri tempi, altri padri, ed altri figli…) poi si avventura nello studio quando lui non c’è, comincia a sfiorare quei tasti bianchi e neri, come fossero depositari di una magia, e scopre la formula magica che gli avrebbe cambiato la vita.
DoReMiFaSolLaSiDo.
Sette tasti bianchi e cinque neri, tutto lì il segreto per raccontare la vita. Perché dopo quei sette, si ricominciava da capo. Era solo un altro livello, ma la formula magica era la stessa.

Napoli in quegli anni era piena di musica… beh. Napoli è fatta, di musica. Castel dell’ovo è un bell’accordo maggiore. Solido. Appoggiato saldamente sulle fondamenta. Mentre i Quartieri Spagnoli sono rivoli di settime e sottodominanti, che si attorcigliano come vicoletti per sfociare nel “Largo solenne” del teatro San Carlo. Posillipo è un giro di dominanti, ma con un accordo minore, ogni tanto. Come una nota di malinconia. Ora poteva guardare il mondo, e descriverlo. Conosceva la formula magica. DoReMiFaSolLaSiDo.

A sei anni sa già suonare ad orecchio e sua madre, con la concretezza spietata che hanno a volte le madri, vorrebbe addirittura mettere il piano sottochiave. Meglio che pensi a cose serie, meglio che pensi a studiare. La musica non ha futuro. L’arte non da il pane.
Per fortuna, almeno questa volta, la mamma rimase inascoltata, a quella formula magica, DoReMiFaSolLaSiDo, Cesare Andrea Bixio vota la vita.
A quattordici anni il suo sogno è il conservatorio di San Pietro in Maiella, ed ha già scritto le prime canzoni.
E pazienza se la mamma scuote la testa e si adombra un pochino, di fronte a quel figlio che preferisce la musica a fare l’ingegnere.
Bixio la risarcirà, molti anni dopo, con la canzone italiana più ascoltata e ripubblicata e ricantata al mondo: Mamma. 



Mamma, solo per te la mia canzone vola…

La cantarono Carlo Buti, Achille Togliani, Claudio Villa, Nunzio Gallo, Luciano Pavarotti, ma anche, tra tanti altri in tutto il mondo,  Connie Francis ed Elvis Presley… Mamma è la canzone che più di tutte racconta l’italianità, è l’immagine a volte stereotipata di un’identità nazionale costruita sulla figura materna. Anche se non ci vogliamo stare, e spesso, nell’imbattersi in quella canzone, oggi, si cerca di mascherare dietro un velo di ironia una  indubbia emozione che, come tutte quelle buone cose di pessimo gusto ci causa.
Perché, in definitiva, fanno profondamente parte di noi.

Durante la Guerra d’Africa, prima della sanguinosa offensiva Anglo Americana culminata nella battaglia di El Alamein, siamo nel 1942, i nostri fanti passarono un periodo lunghissimo in trincea, separati dalle trincee inglesi da una striscia di deserto. Si racconta che in quell’occasione il comando inglese dispose che dal tramonto e per tutta la notte, attraverso grandi trombe di amplificazione, venissero diffuse a tutto volume le note di “Mamma” in direzione del campo italiano, in modo che, sulle ali del vento, arrivassero fino a quei piagnoni disorganizzati e indisciplinati degli italiani, e spezzassero loro il cuore, rendendoli il giorno dopo più fiacchi in battaglia.

Dell’impresa coloniale, magari, parliamo un’altra volta. Ma in qualcosa gli inglesi, con lo sciovinismo che da sempre contraddistingue gli anglosassoni quando si tratta di italiani, avevano visto giusto: quella canzone era capace di divenire un grimaldello col quale far saltare il lucchetto degli italici cuori. 
Su questo, mi pare, non ci piove.

Qualcuno, qualche volta, ha avuto da ridire sulla eccessiva semplicità di quei testi e sulla loro scarsa pretesa, per così dire, artistica.
Non sono affatto d’accordo.
C’era invece bisogno, eccome, di quel livello di scrittura semplice e lineare – sto per dire – elementare, perché fatta di elementi primari, in grado di arrivare a tutti, ma proprio a tutti.
L’Italia degli anni ‘30 era un paese dalla scolarità ancora scarsamente diffusa, e in cui, se si eccettuano le città maggiori, e neppure tanto in quelle, l’italiano era una lingua studiata sui libri che non si usava nella vita quotidiana. 
Fu proprio quella semplicità, quell’abbecedario di sentimenti di base messi in musica, che costituì il patrimonio comune da cui sarebbe nato, nei decenni, tutto il resto. 
La genialità di Bixio-Cherubini, bel binomio dal sapore risorgimentale, sta proprio nel non sforzarsi di essere geniali.
Se per geniali si intende elevati, complessi, e in certi casi astrusi.

Certo, Bixio e il suo paroliere Cherubini raccontano la loro epoca, mettono in scena le generazioni che conoscono e il mondo che percorrono. Certo, il passo dai testi di quelle canzoni e le tessiture poetiche è ancora tutto da percorrere.
C’è voluto un giovanotto sfrontato con la giacca smilzata e i baffetti alla Clark Gable per dare la prima scrollata. Ve lo ricordate? Salì sul palco di Sanremo, spalancò le braccia in un abbraccio luminoso e intonò “Volare”.
Ma certo che ve lo ricordate. E' una delle più grandi icone della canzone italiana.




E già che ci sono, una delle più belle interpretazioni di Beppe Fiorello.
Ci sono voluti gli iconoclasti genovesi, i bombaroli della parola, Tenco, De Andrè, Paoli, perché quel fiume sgorgato dalla penna di Bixio scorresse nell’alveo della canzone d’autore.
Ma la sorgente è là.
 Nell’opera di Cesare Andrea Bixio, quel napoletano dalla composizione raffinata e dallo sguardo rivolto all’Europa.

E a proposito di Europa: la rivista musicale che Bixio scrisse per Mistinguett, messa in scena al Casinò de Paris,  ebbe tanto successo che Bixio venne scritturato dalle Folies Bergère  e da un'altra famosa vedette francese dell'epoca, Lys Gauty, per la quale trascrisse Parlami d'amore Mariù che aveva composto per la voce di Vittorio De Sica nel film di Mario Camerini del 1932 Gli uomini, che mascalzoni...

Già, perché intanto che conquistava con le sue canzoni l’Italia e l’Europa, Cesare Andrea Bixio aveva trovato anche il tempo di comporre per il cinema, ed anzi di firmare la colonna musicale del primo film sonoro italiano: La canzone dell’amore.
Un uomo internazionale, insomma. Ma anche, con una punta di furberia tutta partenopea, rivolto agli scenari esotici che la maggior parte del suo pubblico poteva solo sognare.

Laggiù nell’Arizona,
terra di sogni e di chimere,
se una chitarra suona,
cantano mille capinere…

Un uomo internazionale, con quella spinta vitale e quel gusto di vivere un po’ disincantato che gli regalava il sangue napoletano. Una gioia di vivere che, condita dalle spezie dell’ironia, mette in scena la storiellina – anche questa tutta italica - dell’amante abbandonato dalla sua bella che, invece di disperarsi, innalza un divertito e scanzonato inno alla libertà, creando un altro caposaldo della canzone italiana:


Vivere senza malinconia,
vivere senza più gelosia,
senza rimpianti
senza mai più conoscere cos'è l'amore
Cogliere il più bel fiore
goder la vita e far tacere il cuore…



Ai tempi, la vita di una canzone era diversa.
Più lunga, meno effimera, meno consumabile al banchetto del mercato musicale. Meno “prodotto”, orribile neologismo dei discografici attuali, e più espressione artistica.
Una canzone, allora, viveva nella memoria, si diffondeva col passaparola (o meglio col passacanticchìo) volava nell’etere e prendeva forma in una radio di radica appoggiata su un centrino ricamato, sul mobile buono, coi ninnoli sopra. Vibrava in serenate, in sale da ballo, in salotti buoni…

Perchè ai tempi, le canzoni non si compravano, si suonavano. I dischi, ma soprattutto i grammofoni, erano davvero un articolo per ricchi, e così i negozi di musica vendevano principalmente partiture… e le copielle di Cesare Andrea Bixio raggiunsero numeri di tiratura di centinaia di migliaia di copie, cifre strabilianti, e segno di un successo davvero su scala nazionale.  Ed erano, oltre che piene di musica, bellissime da vedere. 
Un’opera d’arte esse stesse.

E intanto, anche attraverso quelle canzoni, passo dopo passo, si andava formando un linguaggio e una coscienza comune, un senso di nazione che invece la storia continuava a negare e a mettere in pericolo.

Si racconta che, durante la guerra civile – nell’Italia divisa in tre tronconi da diversi invasori -  “C’è una strada nel bosco” un altro grande successo di Cesare Andrea Bixio, avesse assunto anche una lettura nascosta, e venisse utilizzata dai partigiani, quando scendevano a valle in incognito per far provviste, come un segno di riconoscimento. Cantando quella canzone, infatti, conferivano alle parole un valore “altro” da quello, dalle lievi ma chiarissime allusioni erotiche, che gli aveva dato Cherubini.


Vieni, c’è una strada nel bosco
Il suo nome conosco
Vuoi conoscerlo tu…



Insomma, quelle parole divenivano, in bocca ai ribelli, l’esortazione a prendere la strada dei monti e della clandestinità. Non sono qui a valutarne il peso politico o storico, ma per fare una osservazione semplice, al limite del banale. Un’altra, mi rendo conto. Deve essere una vocazione. E in ogni caso, eccola.
Si può rivestire una canzone di nuovi significati ed essere compresi, mi pare, solo se quella canzone è divenuta patrimonio comune.

Ed è esattamente così che è andata.

Le canzoni di Bixio sono state la colonna sonora, oltre che di molti indimenticabili film del nostro passato in bianco e nero, anche di tre decenni di vita italiana. Hanno steso un tappeto su cui sono sfilati i ricordi. Anche di quelli che, come me, non c’erano ancora. Hanno decorato di note e parole le esistenze quotidiane di tanta gente.

E proprio in questo loro infiltrarsi dolcemente e lentamente nella vita delle persone, sussurrate nell’orecchio di un’amata o cantate a gola piena, alla finestra stendendo i panni, o suonate dalla figlia maggiore, seduta composta al piano a muro, offerte agli ospiti insieme al vermouth e ai biscottini in certi salotti bene, o canticchiate per strada da certe signorine che son come le lucciole, proprio quelle canzoni hanno finito per scendere profonde nella coscienza del nostro popolo, hanno contribuito a forgiarne la lingua, il sentimento, i sogni.

E poi sono riemerse, dall’altra parte, come da una grotta carsica, nella grande tradizione della canzone d’autore.

domenica 10 febbraio 2013

SCRIVENDO “QUELL’ENORME LAPIDE BIANCA”




 

 

 

Dimenticare è più semplice.

Ci sono troppi buoni motivi per cui è meglio voltarsi dall’altra parte. Ma il primo di tutti è che ci sono parti che non possono sbagliare, per mandato storico o per missione divina.  Perciò, quando l’evidenza costringe a farsi domande, a valutare la contraddizione, è molto meglio rimuovere. Oppure indicare, a parziale contrappeso, l’errore e la colpa di quelli che stanno dall’altra parte.

Questa bruttura, che parte dall’odioso assunto che chi sta contro è un criminale, è in malafede, è un ostacolo al progresso e alla giustizia, si chiama ideologia.

E sopra questa bruttura è stato costruito il novecento.

Intendiamoci, sarebbe troppo facile fare del qualunquismo e dire che tutti sono uguali. Come dice De Gregori, "è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera". 

Ma una cosa va detta a chiare lettere: ci sono escrementi che puzzano di più degli altri, e questo non va dimenticato. Nessun argomento propagandistico e nessuno sfruttamento del dolore può giustificare lo scempio che qualcuno – che neanche voglio nominare – ha fatto dell’Italia per suoi interessi personali.

 

Così, tanto perché non ci siano equivoci.

 

Ideologia.

Questa parola dal sapore ambiguo è il cancro del Novecento, il secolo breve e violento, che però affonda le sue radici molto profondamente nel tempo, al momento della nascita dei dogmi di infallibilità. 

In nome di Dio, del Partito, del Popolo, o delle Umane sorti, e Progressive, amen.

 

Qualche anno fa ho deciso di scrivere, in occasione della Giornata della memoria, un testo sul dramma dimenticato e negato delle Foibe.

Negato perché, come accennavo sopra, i “vincitori”, i “buoni”, i “costruttori del nuovo ordine” non ci facevano esattamente una buona figura.

Ho deciso di scrivere questo testo perché la vicenda odiosa dei martiri delle Foibe mi pareva il paradigma delle brutture causate dall’ideologia. Ho deciso di scriverlo perché credo negli ideali, e sono convinto che solo gli ideali che si mettono in discussione siano tali.

Ho deciso di scriverlo prima che qualcun altro mettesse su qualche ripugnante fanfara propagandistica, come solo i lacchè del potere sanno fare, soprattutto quando è un potere senza argomenti.

Ho deciso, in altre parole, di metterci il cappello sopra.

 

Peraltro, ero consapevole del rischio che stavo correndo.

 

A volte è facile ottenere il consenso di chi è d’accordo in partenza con quel che dici. Non dico sia meno importante, ma scrivendo “…quell’enorme lapide bianca”, un testo a cui mi sono avvicinato con cautela, quasi con pudore, sapevo che una parte politica avrebbe potuto essere d’accordo con me.

Ma, e lo voglio dire a chiare lettere, a scanso di qualsiasi equivoco, non ho scritto “Quell’enorme lapide bianca” per dar fiato a sfiatate propagande di giannizzeri e saltimbanchi del potere.

Non ho scritto questo testo per fornire argomenti a chi vuole giustificare la propria barbarie morale con i delitti e i morti causati dagli altri.

Ho messo mano a questo testo non solo per esprimere qualcosa che avevo dentro, ma anche per misurarmi con una memoria che all'inizio sentivo non del tutto mia, ed ho scoperto infissa nel cuore. Tuttavia, lo scopo non era cercare consensi. Semmai, interrogarmi sull’assurdità del dogma e del massimalismo, e sulle atrocità che produce.

Troppe volte abbiamo assistito alla conta dei morti, ai libri neri, rossi o di qualsiasi altro colore. 

Troppe. 

E quella conta, quel gioco a rinfacciarsi atrocità che non assolve neanche per un attimo quelle della propria parte, finalmente comincia a stare stretta a moltissimi spiriti liberi.

 

 

Sono cresciuto a La Spezia, negli anni ‘70, lì è avvenuta la mia formazione culturale e politica. Di quegli anni ricordo l’ossessione e l’obbligo di scegliere. La pressione sociale a schierarsi,  la demonizzazione dell’avversario. Possedevo, inoltre, un cognome fortemente identificato, mio nonno era stato combattente della Repubblica Sociale, e mio padre non faceva mistero di essere missino, come si diceva allora.

E sarebbe stato facile per me  decidere di guardare tutto con una lente deformante che veda solo i demeriti, e le brutture, che stanno di là. Invece, ne ero convinto allora e lo sono ancora oggi, non c’erano solo buoni da una parte e cattivi dall’altra, quanto meno, non in tema di violenza e prevaricazione dell’avversario.

(Ribadisco, qualche eccezione c’è, ma gli italiani anche in questo sembrano avere la memoria corta…)

 

 

Ho un ricordo dolcissimo che voglio condividere, ed è il ricordo di una sera del 2006, in Febbraio, a Trieste. Non era il 10, ma era in quei giorni. Luca Violini, che è la voce unica ed esclusiva a cui ho voluto affidare questo testo, ed io, che non sarei mancato a quell'occasione per nulla al mondo, eravamo a Trieste per rappresentare "Quell'enorme lapide Bianca" alla sede dell'associazione profughi Istriani, Giuliani, e Dalmati.

Era una gelida serata di bora, un freddo mitteleuropeo e un mare bigio che faceva pensare alla guerra.

La sala era scarna, uno stanzone da riunioni associative, non un teatro. Sedie semplici e non poltrone, allineate con cura. Una levatina di dieci centimetri e un telo nero sulla parete erano il palco.

Ma quella sera, mentre Luca interpretava le mie parole, sentii una vibrazione nella sala che non dimenticherò mai. Era una vibrazione sgomenta, di chi ancora, dopo mezzo secolo, si chiede perchè e non sa darsi una risposta. 

E, purtroppo, ma comprensibilmente, non sa perdonare.

Alla fine ci trovammo sommersi di mani, di voci, di facce, di abbracci, Luca ed io.

E una vecchiettina bianca e curva, davvero non arrivava al metro e 50, stretta nel cappotto come se ancora sentisse il vento dell'altopiano carsico, venne ad abbracciarmi. Mi teneva stretto e piangeva. 

Mi raccontava che aveva 16 anni, quando successe tutto. E continuava a ripetermi, con un filo di voce: 

"Tu come facevi a sapere cosa c'era nella mia testa?" 

Mi dava del tu, come ad un figlio, ad un nipote, ad un bambino. 

"Ma tu come facevi a sapere cosa pensavo io?" 

E lo ero davvero, un bambino, in quel momento. Un bambino spaurito di fronte al tempo che porta via tutto, ma non certi dolori. Che trasforma una bimba piangente in un mucchietto di ossa e pelle, che ancora piange.

Penso che fino a quel momento l'idea che mi ero fatto dell'orrore delle foibe era una suggestione intellettuale, raccolta sui libri. 

Dopo, no.

Non poteva più. Perchè è questo il dramma vero. Che quelle liste di morti che i politici e gli ideologi del potere si rinfacciano a vicenda contengono esistenze. Vite, legami, affetti, sogni, ideali, speranze. 

Stroncate in nome di un'idea più idea delle altre.



Torniamo a La Spezia, alla fine degli anni settanta. 

Ricordo perfettamente la mia difficoltà, tremenda nell’adolescenza che chiede certezze, ad accettare per intero un bagaglio ideologico o l’altro, con annessi cattivi da eliminare.

Da bambino, mio nonno mi raccontava le atrocità delle foibe. Ma allora, non si poteva dire. Soprattutto non poteva dirlo lui, che era stato fascista, e lo era rimasto. Riconosco, ripensandoci, la forza di un ideale in lui, anche se io non mi sono mai sentito uomo di destra. Ne', peraltro, sono mai stato marxista.

In virtù di una distanza, di un “non allineamento” ai dogmi, se non a quello del pensiero e della coscienza, mi sono sentito legittimato a parlare delle foibe, una tragedia negata per ragion di stato – o di popolo. Ma mi sono rifiutato di avvicinarmi a un grande dramma del secolo violento delle ideologie, usando lo strumento delle ideologie. Me lo sono detto mille volte, mentre nasceva lo spettacolo: stavolta parla la coscienza, la voglia di ideali, ma che siano puliti, per Dio.

Parla il cuore, quel cuore che ha diritto, e il dovere di desiderare ideali. Ma mai ha il diritto di farli divenire alibi per la prevaricazione di chi  quegli ideali  non condivide. In questi anni abbiamo assistito troppe volte con sconcerto alla violenza delle idee, quando si sentono assolute. 

 

 

In una delle sue prime apparizioni pubbliche, a Montecitorio, era il 10 Febbraio 2009, questo testo scatenò una bagarre sulla stampa, per una dichiarazione dell’Onorevole Luciano Violante, che espresse il disagio provato, ascoltandolo, per le brutture e i soprusi di una parte politica di cui, comunque, continuava appassionatamente a far parte.

Mi sono chiesto perché le parole del mio testo lo abbiano toccato nel profondo. Cosa avessero, in definitiva, di diverso da tutte quelle che il senatore avrà di certo ascoltato sulle foibe negli ultimi cinquant’anni. Non so dirlo. Sono certo però che nelle parole che ho scritto ci fosse un’onestà pre-ideologica, credo di essere riuscito a mettercela, perché ho voluto fortemente farlo.

 

Non ho mai pensato di asservire il ricordo delle foibe ai trasformismi gretti e ripugnanti dei lacchè di un potere auto referenziale. Forse quella onestà che dicevo è arrivata nel profondo. Non credo – non posso credere - che un ideale possa generare mostri, nessun ideale, altrimenti ideale non è.

Credo invece che ci si debba vergognare della presunzione di infallibilità che è figlia degenere dei dogmi.

Credo invece che l'unica possibilità di conciliazione in questa Italia avvelenata, avvelenata di negazione sistematica dell'avversario e dei suoi valori, di incapacità di accoglienza e comprensione, sia riconoscere che anche l'ideale che infiamma il cuore può, in mani sbagliate, o in cuori meno capienti, essere movente per la bestialità.

 

Qualsiasi ideale, anche il più puro.

 

Non parlo della gretta malafede, della sistematica manipolazione della verità per interesse privato. Quella non mi interessa, la schifo, non voglio neppure prenderla in considerazione. 

Il protagonista de “…quell’enorme lapide bianca”, Enrico, dice che un ideale è una speranza. 

Forse i tempi sono maturi perché gli spiriti grandi possono incontrarsi su un terreno comune e parlare. 

Quelli che per un ideale vivono ancora, e ad esso improntano la vita personale e politica.

Ma, soprattutto là in cima, non sono tutti.

domenica 6 gennaio 2013

POLLO SARA’ LEI



Francesca ha ragione, e l’arte gliene renderà merito.
La pop art, sia chiaro. Quella cialtrona che amo io, che sta nei musei a dispetto dei santi ed adorna i muri di case in cemento armato. Che decora le copertine dei dischi e (certi, ormai non troppi…) cartelloni pubblicitari per strada.
E a dirla tutta, gliene renderebbe merito anche Giacomo Puccini, se fosse qui a parlarne, ne sono certo.
Passo pochi giorni all'anno nella mia città di origine, La Spezia, ma quest’anno, sotto le feste anche se in mezzo ad un tocca e fuggi, sono riuscito a vedere "IMAGINARIUM, la mostra" la bella esposizione delle opere pittoriche di Francesca Pasquinucci, curata - col solito garbo discreto di chi sa e non ha bisogno di ostentarlo – da Anna Maria Monteverdi. 



Ci volevo essere, anche perché con Francesca, pur senza conoscerci di persona – e continuiamo a non averlo fatto, perché il giorno della mia visita lei non c’era… - avevamo parlato epistolarmente, per epistola elettronica dico, al tempo dell’uscita del mio libro “Tenco e gli altri”. Le volevo parlare di una mise en espace del mio “Un fannullone senza talento”, monologo dedicato a Giacomo Puccini e avevo pensato che dei suoi cartonati un po' alla Lele Luzzati sarebbero stati un ottimo luogo scenico.


Il mio era un Puccini toscanaccio, un po’ cialtrone e smaliziato, come mi piace immaginarlo (e come non sono affatto certo che fosse, se non per intuito, che i ben informati possono contestare ma non smontare: Tiè.). Un Puccini per il quale sentivo il bisogno di un contrappeso che lo restituisse al mito, anche se nella lettura iconoclasta di Francesca. Un Puccini che si presentava in scena con greve accento luccese e col disincanto di chi parla dalla fine dei secoli.

I figli de’ gatti, prima o poi… finiscono per acchiappare i sorci.  (ci pensa)  Eh. E icchè sarà mai. E’ saggezza popolare. (enumerando, con lieve tono di sufficienza) “Da un fico ‘un vien fuori una mela.”… “Il frutto non cade lontano dall’albero.”… “Mastro Santo ha lasciato il disegno, che la tacca assomiglia al legno.”…e… “I figli de’ gatti, prima o poi, finiscono per acchiappare i sorci.”
Sòna pure simpatica, a sentirla. Gli è musica.
(Solfeggia la frase, accompagnandosi con il tipico gesto della mano…)
“I figli de’ gatti…” …tutte sincopi, sentite come ogni sillaba appoggia sulla battuta dopo? “Prima o poi…” una bella quartina, con un legamento alla terza nota … “…finiscono per acchiappare i sorci.” Qui, tutte terzine. E poi la corona. Sulla “o” di sorci.  (allarga le braccia: come volevasi dimostrare) Gli è musica. (un tempo, si rabbuia) Fuori che per me.
(ci pensa ancora, come se dovesse sputare un rospo. Poi…)
E son figlio di gatto, va bene? Vengo da una famiglia di gatti.  Cinque generazioni di gatti.  Cinque generazioni d’organisti, maestri di cappella, insegnanti di musica…  …ma se ve lo posso di’… io ‘un c’avevo punta voglia, di andare a caccia di roditori.  Ma poi… si sa come vanno queste cose, mio padre ci ha mollato troppo presto, è morto prima di darmi il tempo di inventarmi un modo per campare la vita, pace all’anima sua, e a casa ‘un si poteva mica scialare, in qualche modo la scodella in tavola a desinare andava messa…
…sicché ho finito per acchiappare topi.

Ero stato io a cercarla, Francesca, dopo aver visto in foto – Dio benedica i social network - il suo Puccini Pop ed esserne rimasto entusiasta. Un Puccini rimasticato, smontato e rimontato. E poi rimesso nel suo mezzo busto in bianco e nero, e ripittato con gli stessi colori del glitter rock: gialli dorati, rosa shoking, verde shampoo alla mela acerba.   


Alla faccia dei puristi. 
Che poi sono quelli che a forza di nutrirsi delle mele acerbe della loro supponenza, e delle limonate astringenti del loro settarismo prima o poi si procurano una stitichezza emozionale. Ma che vogliamo fare, le nonne lo dicevano sempre, di non esagerare col limone.

Insomma, se riesco per una volta in vita mia a non divagare, racconto di come mi piacque moltissimo l’idea di prendere il buon Giacomo ed imbrattarlo di colori psichedelici ed elettrici, restituendolo alla dimensione che – a mio modestissimo e vituperabile parere – è sua da sempre: quella di pop-star. E ancora, anche se è prevedibile, ma che ce ne frega, siamo alla gara a chi la inventa più originale? No, mi pare, stiamo parlando di emozioni...
E ancora dicevo, l'omaggio ai quattro ragazzi di Liverpool, che di quel pentolone pop in cui tutto gorgoglia sono tra i numi tutelari.


E fin qui, tutto bene, in fondo è luogo comune che Puccini fosse un grande genio della musica ma anche uno splendido cialtrone no? Non sono i Beatles ad avere dato il via - nei secondi anni sessanta, non soli, ma di certo tra i più incisivi - ad una estetica stralunata e coloratissima con Yellow Submarine? Insomma, ci muoviamo nel lecito, no?
No. Francesca imbratta di colori elettronici anche Verdi, il compositore per antonomasia – che adoro, sia chiaro – la gloria della musica – seria – italica, così serio e impettito che è finito perfino  sulle millelire.


E qui, già sento le lamentazioni, i pianti e i laii dei soliti padroni della cultura e della musica, quella classica ovviamente, l’unica vera musica, intangibile ed iperurania.
Occhio. Gli stessi discorsi, nella mia ormai disincantata vita di cultore del suono che procura emozioni, che non ha pareti, li ho sentiti fare dai talebani del free jazz, dai ludditi del blues di New Orleans, dai fricchettoni del progressive, dagli arguti intellettuali della canzone d’autore e così via. E ovviamente da preti di ogni razza e colore: qui ci sta la verità, il resto è cacca.
Personalmente, adoro scollinare e dirazzare, correre su qualsiasi campo mi si schiuda davanti, purchè mi emozioni. Certo, posso capire una  certa intransigenza se parliamo di Gigi D’Alessio o Fabio Volo, e se qualcuno tira fuori la Pausini o Baricco divento addirittura forcaiolo. 
In tutti gli altri casi, a mio modestissimo parere,  le categorie altro non sono che steccati tranquillizzanti per i miopi. Così non rischiano di perdersi nella vastità del mondo.



Ma qui il discorso si fa troppo greve. Francesca Pasquinucci invece ha mano leggera e disincantata, e non si spaventa a mantecare colori da evidenziatore con pastelli di memoria cinquecentesca. Prende il buon Giacomino e lo veste con le divise – paradossalmente ironiche già allora – indossate dai Beatles sulla copertina del Sergente Pepe. 



E lo stesso gioco fa, citando e insieme sfidando il suo inevitabile riferimento, Andy Warhol, quando candida Marlene Dietrich ad alternativa esistenzialista alla Marilyn che tutti conosciamo, e diciamocelo, amiamo. Ma lo fa sbaffandole il viso come facevamo da bambini, giocando agli indiani.
E non mi voglio neppure avventurare nella ricerca di un significato recondito, perché sono quasi certo che non c'è.
Vedete, in certi casi uno rischia di fare la figura del pollo. 

Che c’entra il pollo? C’entra.

Un altro caro amico, Renato de Rosa, indefinibile corsaro della scrittura e talmente indefinibile che a volte scambia l’essere ostinato e contrario per essere sempre in posizione scomoda e criticabile, ha pubblicato per Mursia uno splendido libro: La variante del pollo, ovvero come fare bella figura senza aver mai letto un libro.



Beh, Renato, che è cresciuto a pane e ironia - tanto che non riesco a capire come faccia ad essere juventino, ma nessuno è perfetto - ha scritto varianti d’autore scombiccherate di tutti quegli scrittori che si citano – si devono citare – nelle cene e nei salotti colti. 
Così, anche se uno non sa, fa la sua bella figura. 
Perchè in questa Italia di improvvisati, di pressapochisti, di giannizzeri e nani, di elefanti del Circo di Mosca, l'unica cosa di cui non si ha davvero bisogno, e sapere le cose.
Sapevatelo.
Per cui, nella nostra Italietta delle mezze calze al potere, è assolutamente sufficiente fare finta, leggere in fretta un riassuntino prima di correre a una qualsiasi riunione di buoni, che, come dice Edoardo Bennato, arrivano perchè finalmente hanno capito che qualcosa qui non va, ah-ah-ah-a, ah-aha-ah.
Ma sì, basta il riassuntino. Tanto la cultura non è mica materia elettorale. Tanto non c'è nessuno, meno che mai tra chi ti deve valutare, in grado di capire se le cose le sai o no. E così, ben venga il riassuntino, caso mai servisse.

Però si sente, in lui - in Renato, dico, non in quello che fa la sua bella figura - il ghigno di chi sa e conosce, e in cuor suo se la ride, anche fuori se si atteggia a persona seria, come un commesso viaggiatore che ha scoperto che c’è lo sciopero e al casello non si paga.

Francesca invece ha una grazia tutta femminile nel giocare col mito. Parlo dei miti della cultura popolare, quelli del pop e dei fumetti, e della musica che tutti conoscono e amano, come Puccini  perché prima di tutto, per la gente comune, è l'autore di grandissime canzoni. 

Ma il mio mistero è chiuso in me... il nome mio nessun saprà...


E soprattutto, questa considerazione ci suggerisce garbatamente che la figura del pollo la fa chi pensa di non esserlo, e colma le sue lacune coi social media e coi Bignami. (Su questo penso sia d’accordo anche Renato, ma lui non lo dice, deve vendere il libro…)
(Ma no, lo dice... Però non ditelo in giro.  Anche perché il suo libro non è un Bignami, è bello grosso.)

Dicevamo: che c’entrano i polli? Come vedete, c’entrano sempre.  

Francesca che non ha nessuna pretesa di insegnare nulla – non è, come direbbe qualcuno, un’intellettuale spocchiosa - buon per lei – è ben consapevole di non avere inventato l’acqua calda. Sa benissimo che c’era Andy Warhol anni e anni prima e prima ancora il Big Bang. Tanto è vero che - a prova di pollo -prende e cita la famosa lattina di zuppa Campbell, casomai non si fosse capito. 


Perché, da artista senza passaporto, che non fa parte dei poeti laureati,  che non conosce come non le conosco io le strade che portano ai palazzetti del potere dove siedono dal principio dei tempi quelli che hanno imparato a memoria l'Argan... - o lo dicono, tanto nessuno si prende la briga di controllare, e magari hanno appena chiesto a Renato de Rosa di simulargliene alcuni stralci (non ti invidio, Renato...)...
Francesca sa bene che la pop art è soprattutto questo. 
Riuso del riuso del riuso.



E che della pop art, come del maiale, non si butta via niente.
E neppure del pollo, se è vero, come è vero, che in Cina ho visto servite come antipasto zampe di gallina marinate.



Il pollo. Già. Ecco cosa c'entrava il pollo. 

Il pollo ruspante ed impettito di Renato, che razzola per le stanze della sedicente cultura, nei corridoi di Viale Mazzini e di Cologno Monzese, nelle istituzioni culturali e alla direzione di festival cinematografici e teatri civici. Ciambellano del nulla, avanzo di segreteria, scriveva Francesco De Gregori.

Il pollo pop e vagamente fumettistico che Francesca personalizza e rende riproducibile all’infinito – su magliette, grembiali da cucina, salviette, cuscini, tendine e strofinacci – il segno artistico che si spernacchia e si sberleffa da solo.

E che mette in cornice un altro pollo.



Eccolo lì, lo riconoscete?
Sublime simbolo di una cultura che non sa ridere di sé.