domenica 8 luglio 2012

Castéddu 'e susu




Quest'oggi, sull'Unione Sarda, grazie agli auspici del mio fratello isolano Francesco "Frisco" Abate - fratello, ma anche grande scrittore e grande cronista - è apparso un mio piccolo racconto in  una rubrica domenicale dal titolo Contixeddus (in sardo raccontini, piccole storie). 
E' venuta fuori una bella pagina, in un appuntamento settimanale che accoglie lavori di scrittori sardi. E anche se sardo non sono - o non lo sono completamente - a giocato a mio favore quella percentuale di sangue arzanese che porto nelle vene, e che urla la propria appartenenza all'isola. 
Un'appartenenza remota, ma non per questo meno intensa.
Sono molto orgoglioso di questo racconto. 
Sia perché è sempre bello partecipare alle imprese di Francesco, vulcanico creatore di eventi che una ne fa e cento ne pensa, sia perché il legame con la Sardegna e Cagliari è per me importante e speciale, e sono felice di consolidarlo giorno dopo giorno.
Ma anche perché sono riuscito a raccontare - diciamo meglio a sfiorare - una bellissima storia, scomoda per chi ama catalogare tutto e dividere le cose in bianco e nero: la storia della libera città di Fiume, un luogo di libertà dove nel 1920 i giovani si riunirono in nome di una ribellione antica ai polverosi poteri istituzionali. Mi piaceva che in quel luogo, come in molti altri luoghi negati, nella storia umana, non hanno contato le ideologie, gli schieramenti, le logiche di fazione: ma solo l'umano desiderio di ideale e di infinito. E al culmine della provocazione, l'eroe di quella città libera è stato il vituperato, ostracizzato, demonizzato Gabriele D'Annunzio.
Mi pareva bello, innamorato come sono dei divergenti, di tutti i divergenti, che fosse così. Amo quei giovani di tutti i colori che si radunarono a Fiume e che il potere non amò.
Mi piaceva dire che forse l'orrore delle Foibe e della Guerra Civile in Istria è stato generato anche da una sorta di vendetta del Potere nei confronti di quell'atto di anarchico idealismo, che mai è stato perdonato. 
Un atto di irriverenza e di libertà. 
Simile, per tanti versi a quello di Woodstock, della mia amataodiata generazione, del Rock.

A Cagliari, poi, ci sono persone che mi sono care, e anche questo conta. A loro dedico questo racconto. E a mio nonno, Antonio de Murtas, che era nato davvero ad Arzana.




Castéddu 'e susu
racconto

Dal traghetto la costa era una riga bianca sull’azzurro del mare sormontata da rocce rosse e dallo spruzzo verde dei cespugli. Morivano gli anni ‘60, tra gelati Motta, fumetti di Alan Ford e Cantagiro, e il futuro mi sembrava illimitato come un boom economico.
“Tornati siete?”
Quanto mi piaceva quell’inversione tutta sarda tra ausiliario e verbo.  Qualche volta, in quelle estati profumate di capretto e fichi d’india, giocavo a sentirmi sardo. E, lo confesso, ci gioco ancora. Sono creciuto a mia insaputa, ma l’isola resta accoccolata in un angolo del cuore. Pulsante e un po’ lontana. Almeno così mi sembrava.
E invece.
“Ti va di venire a Cagliari a presentare il tuo libro?”
Un’ora di volo, altro che lontana. Eccola, sa Isuledda. Cespugli bruciati da canicola e speculatori e rocce che arrivano dal principio dei tempi e se ne fregano. Geografie sepolte e improvvisamente materializzate, come diapositive di quel gioco da bambini, il view-master. Ci-cick: Quartu. Ci-cick: Poetto. Ci-cick: Cala Mosca. E Golfo degli Angeli, e lo Stagno.



Mi ritrovo, la notte, sul Bastione di san Remy, a Castéddu 'e susu.
L’odore di pietra arrostita al sole è come allora, ma mi sembra di sentire un’aria nuova che sale dai tetti arroventati delle case. Forse questa città ha finalmente imboccato una via giusta.
Chie chircat a Deus, cum Deus s'agatat.
Forse sì. Forse la ricerca rende divini.  
E’ stata una giornata di cose: la libreria, gli amici, su sardo idioma.
Ed ora la brezza della notte addolcisce la canicola.
Sollevando gli occhi, lo vedo. Testa rasata e riga ossigenata tipo Balotelli. Piercing, maglietta dei Sex Pistols: ANARCHY IN THE UNITED KINGDOM. Un chiodo in pelle che fa caldo solo a guardarlo. Una sigaretta fatta a mano di incerta provenienza.
“C’hai ‘a piccià?”
Mi squadra, arrogante, ma neanche troppo. Scuoto la testa.
“Sardo sei?”
Sardo sono, sto per dire. Ma ho pudore.
“Mio nonno era sardo. Di Arzana, conosci?”
“Eja, di Supramonte.”
Eja. Studio la maglietta dei Sex Pistols, stracciata sui bicipiti.
“Forti, i Sex pistols.”
Inclina la testa da una parte all’altra. Abbastanza, vuol dire quel gesto. Il sardo lo capisco. Non lo parlo, ma lo capisco.
“Sono ribelli. Apposta mi piacciono.”
“Oramai erano, ribelli.”
Il punk mi squadra con una punta di ostilità, e mi affretto a precisare: “Beh, Sid Vicious avrebbe 55 anni, fosse ancora vivo. Pochi più di me. “
Lui scuote la cicca, fatalista.
“I sogni non invecchiano.”
Mi strappa un sorriso, quella frase da cioccolatini in bocca ad un ribelle col look da ribelle.
“Anch’io ne avevo uno, di sogno. Forse un po’ sputtanato, ma ce l’avevo.”
Dico. Lui dà una tirata in uno sfrigolio di cartine, e scuote la testa per dissipare le nebbie.
“Eja. E’ importante, averci un sogno, prima che questi si rubino tutto.”
“Questi”, per lui, sono tutti gli altri. Quelli con le mani in pasta, con la camicia bianca, quelli che hanno quello che non ho.
Custu è su porcu, custu l’ha mortu, custu l’ha bruscadu, custu l’ha manigadu, custu narada piupiu.
Cantileno, afferrandomi le dita ad una ad una. Mi studia perplesso.
“Una filastrocca, la diceva…
“…tuo nonno.”
“Già. Il senso è che al più piccolo non resta niente. Ma noi non ci arrendiamo vero?”
“Eja.” Dice, gettando indietro la testa. Puoi scommetterci, significa quella volta. Sotto di noi, un Jukebox gracchia note sfuocate e un unz-unz-unz fastidioso come uno sciame di zanzare.
“No. Non ci arrendiamo. Il sogno magari scade o si sputtana, ma poi riemerge ad ondate. Una generazione dopo l’altra, tutti abbiamo avuto la nostra Woodstock dove fuggire. Tu dove vorresti andare?”
Ci pensa un attimo. “Berlino. E’ grandissima e piena di giovani...”
“C’è già stato, un posto così.”
“Eja?” (stavolta vuol dire: “ma dai?”)
“Nel 1920. Si chiamava Fiume.”
“Come lo sai?” Fa, un po’ aggressivo. Forse si vergogna di sognare.
“Me l’ha raccontato mio nonno.”
“Ma tutto sapeva?”
“Poche cose. Ma quelle giuste.”



Sorrido, mentre si ingegna a succhiare le ultime tirate tenendo il filtrino tra le dita.
“Lo so, a prima vista non c’entra con Sid Vicious. Manco con Woodstock. Eppure basta guardar meglio.”
Lui affonda le mani in tasca, mi studia di sghimbescio che in sardo vuol dire: continua, ti ascolto. E io continuo.
“Era appena finita la Prima Guerra mondiale. Milioni di morti. Milioni di progetti distrutti. Milioni di sogni infranti.”
“Cazzo, questa è poesia. “
Forse ha visto Natural Born Killers. E io mi rendo conto di che bestia pericolosa ed infida sia la retorica. Scalo la marcia.
“A volte la storia è generosa. I potenti litigando scordano un angolino di mondo, e lì iniziano a fiorire le utopie.”
Siede a terra e si prende le guance tra le mani. Ho ottenuto l’attenzione di un punk.
“Nel 1920 a Rapallo il Regno d’Italia e quello di Jugoslavia proclamarono Fiume città libera. Ma proclamavano un dato di fatto: si erano distratti, la città gli era sfuggita di mano. E i giovani da tutta Europa avevano cominciato a correre là. Via dalla guerra. Via da quelli che mangiano i sogni. Via da quelli con la camicia bianca. C’erano bolscevichi, futuristi, anarchici, nichilisti, fascisti, socialisti, insurrezionalisti, irredentisti,  nazionalisti e internazionalisti, monarchici e repubblicani, conservatori e sindacalisti, clericali, imperialisti e comunisti. O semplicemente ribelli.”
“Un sacco di gente.” Borbotta. C’è ironia nella sua risposta? Decido di no.
“La gioventù è come l’acqua. Se trova un buco, si infila e scorre via. Quei giovani andavano a Fiume ad inseguire un sogno.
“Sei professore?” Mi dice, squadrandomi con improvviso sospetto.
Scuoto la testa.
“Sono solo un rockettaro. Più noioso di un professore. E un inguaribile nostalgico delle vite che non ho vissuto. In quell’esercito di ribelli che ha occupato Fiume alla faccia di tutti i regnanti d’Europa, mi sarebbe piaciuto esserci. In barba alle etichette che gli hanno appiccicato dopo.”
“Eja.”
In sardo vuol dire “Anche a me”. Ma pure: “Ti sembra facile?” O: “Chiedi poco…” Eja cambia, a seconda del gesto che l’accompagna. Ma visto che lui non ne fa, rimaniamo ad ascoltare il traffico che scorre sotto le mura.
“Era una città che non dormiva mai. Altro che New York.” Mormoro, inseguendo un’immagine letta nei libri. “Teatri aperti 24 ore su 24. Locali dove si suonava di tutto. Asilo politico per i perseguitati di ogni colore. Parità dei sessi, libero amore. E poeti, e scrittori, e musicisti, attori e intellettuali… e pirati. Un esercito a comando elettivo. Nel 1920.”


“E perché non ne ho mai sentito parlare?”
Guardo il mare, cercando di distinguere sull’orizzonte il punto dove le luci delle navi fanno l’occhiolino, e spariscono di là.
“Eh. Perché. Il potere non perdona chi gli fa crescere delle utopie sotto il naso. Perché se crescono, non sono più utopie e le cose si complicano. Allora pretende un risarcimento. In Istria è stato la guerra, le foibe, la pulizia etnica. In nome di un vessillo, un Impero, un Dio migliore o un Popolo sovrano, ma la sostanza era la stessa: c’era da pagare la gabella dei sogni.”
Per un attimo mi chiedo perché mi è venuta in mente Fiume. E perché qui.
Forse tra i sogni esistono misteriosi legami: c’erano un sacco di sardi, nella brigata dei Granatieri di Sardegna di Fiume, e molti si fermarono. O perché Fiume è per me un luogo dell’anima. Come Woodstock, Cagliari. E altri, che conservo gelosamente. Dublino. Macchu Picchu. Ho sogni complicati.
Ma devo finire la storia, il mio amico con la cresta aspetta. E anche voi.
“ ‘A Fiume moriranno di fame’ dicevano tutti. Invece se la cavarono benissimo. E dopo un paio d’anni erano tutti d’accordo ad assegnarla perfino all’Italia purché non restasse una città libera. Tutti. Rossi e neri. Imperialisti e Comunisti. Lo scandalo della libertà doveva scomparire. E c’è una controprova. Basta guardare le cartine dell’Istria.”
“Guarda che ho l’Iphone.”
“Cerca, cerca. Non la trovi. Fiume non c’è più, l’hanno cancellata.”
Mi guarda sconcertato. “E perché?”
“Ovvio. Perché di lei non restasse neanche il ricordo. Ora si chiama Rijeka.”