domenica 15 luglio 2012

Mimì è mia.





In fondo ho sempre desiderato scrivere qualcosa su Mimì. Me lo dico da anni e l'ho dichiarato anche in qualche intervista. Dopo il premio conseguito con il mio testo su Tenco, e dopo la pubblicazione della raccolta "Tenco e gli altri" edita da Cut Up edizioni, mi è stato spesso chiesto, da intervistatori, se avessi nel cuore o in testa qualche altro grande musicista a cui dedicare un monologo. 
Ho sempre risposto senza esitazioni: Ivan Graziani o Mia Martini.
Di Ivan è facile comprendere il perché, era un grande amico. Ma forse proprio per questo non riesco a distaccarmi da lui a sufficienza per raccontarlo. Ma succederà.
Mimì invece l'ho conosciuta molto meno di quanto mi sarebbe piaciuto, ma l'ho "sentita" molto. Con grande intensità. 
Erano giorni in cui avrebbe dovuto essere raggiante per quella favolosa rentrèe a Sanremo con "Almeno tu nell'universo", e avrebbe dovuto, a rigor di logica, essere raggiante. Invece, di quei pochi giorni intensi, conservo il ricordo del velo di malinconia che sembrava appannare il suo sorriso. Ricordo come una corrente di tenerezza, che evidentemente lei ha percepito, ricordo che si lasciava piazzare in scena, spostare - un po' a destra, un po' a sinistra, alza la testa... - dal direttore della fotografia, dall'operatore, da me, con una sorta di rassegnata dolcezza. Epperò, poi cantava. E il ringhio le gorgogliava in gola. 
Mi è sempre parso ripensandoci che ci fossero due donne, in lei, che si combattevano o meglio no, combattere non è la parola adatta. Che ciclicamente si sopraffacessero. 
Una era una donna ringhiante e ironica, al limite di un pacato sarcasmo, la stessa che avevo visto in tv tanti anni prima, per esempio intervistata da Enzo Tortora nel novembre del 1974. 
C'era, nello sguardo di quella Mimì poco più che ventenne, seduta sulla poltrona da psicanalista con una sorta di sconcertata disponibilità anche alle domande più scomode, una caratura di distacco, di chi fosse davvero oltre la collina. Una punta di malcelato fastidio per le domande Un senso di disincantata collaborazione ai riti dello star system - se proprio devo farlo lo faccio - senza però concedersi appieno, abbandonarsi a quel mondo di plastica, e guardarlo invece con quel distacco e quello scetticismo di chi teme che possa avere in serbo qualche brutto scherzo. 
E infatti, lo star system, un brutto scherzo per lei ce l'aveva pronto.
Questa prima donna, mi vien da dire, è quel che Loredana ha urlato di essere per tutta la vita, fino ad arrochirsi le tonsille.
E invece.
A Mimì, che così era davvero, è bastato sussurrarlo, o dirlo con gli occhi.
La seconda Mimì che m'è parso di scorgere dietro il velo di quegli occhi è una donna che ha pagato con la vita il suo voler rimanere al di fuori dei compromessi. 
E non parlo solo di quelli professionali. Anzi.  
Mi riferisco prima di tutto al suo consegnarsi inerme all'amore e agli uomini. Pur sapendo, e cantandolo, che gli uomini non cambiano. 
Ricordo che ad un certo punto, durante le riprese del video di "Almeno tu nell'universo" che ho realizzato nel 1989 per la Rai, eravamo sul pulmino a tre file che ci portava in giro assieme alla troupe. 
E lei si mise a parlottare sottovoce con l'anziano direttore della fotografia. 
Costui era un personaggio da cinema, anche perché veniva, dal cinema. Capelli bianchi, faccione pacioso, una punta di aceto romanesco che non ci sta mai male, saggezza dissimulata da decine di spigoli e pungiglioni. Però ispirava fiducia. 
Non so cosa si dissero, parlottavano sottovoce sul sedile in fondo. 
Ma sono certo che parlassero di uomini. Non so neanche dire chi fosse in quel periodo, l'uomo per il quale soffriva Mimì. Anche se un'idea ce l'ho.
Sono certo che parlassero di uomini perché ad un certo punto lui le disse, e giuro che non sto romanzando: "Non te la prendere. Gli uomini non cambiano."
Ora, io non so se Bigazzi quel titolo l'abbia saputo da lei. 
Non so neanche se nel momento di cui sto parlando, il 1989, quella canzone, che Mimì portò a Sanremo nel 1992, era già stata composta. 
(cosa possibile, visto che "Almeno tu nell'universo" stava nel cassetto dal 1972...)
Però, giuro: le disse proprio così: "Non te la prendere. Gli uomini non cambiano."
E allora, dal mio punto di vista, è bello pensarlo.
Mimì era questo, a quel che di lei ho potuto capire. Non si sottraeva alle domande, neanche a quelle banali, al massimo dedicava uno sguardo di ironica distanza. E ugualmente, non si sottraeva all'emozione, e non si sottraeva all'amore. E ne portava negli occhi tutta la fatica. E nella voce, pure. Tutti i graffi di un'anima consunta per il troppo uso. 
Credo che per tutta la vita si sia vista strappare brandelli di anima e di cuore per troppo amore. E credo, ancora, e me ne prendo tutta la responsabilità, che per tutta la vita abbia cercato di diventare davvero Mia, e non di altri.

Tutto questo rigiro per dire che sono molto contento di avere finalmente iniziato a scrivere qualcosa su Mimì. La proposta mi è arrivata dal Maestro Vince Tempera, mio complice in un paio di uscite estive su Tenco, e da Romina de Luca, una bellissima voce che rende onore a Mimì. E con orgoglio lo voglio dire: ho cominciato a scrivere.
Sono poche righe, appena abbozzate. Ma voglio consegnarle ai marosi della rete. 
Per Mimì.
Per inciso, penso che potrei intitolare lo spettacolo: Mimì è mia. E questi sono alcuni brandelli, un piccolo passaggio di monologo in cui la "mia" Mimì ricorda l'infanzia.


C’era il lupo? C’era.
Nel bosco, c’era, oppure acquattato dietro la porta? Dietro la porta, era, io lo ricordo bene. Tiravo le lenzuola sul viso e cantavo, sottovoce.
Un sussurro, era, lui.
(Sì, lo ricordo bene, era un bisbiglio, lui, un borbottio qualcosa che riuscivo a malapena a capire, lui. Ma lo sentivo e lacerava la notte, lui, e faceva a brandelli il sonno. E così io cantavo più forte, ma dentro, che lui non sentisse me, e non capisse che ero nascosta sotto le coperte, lui.)
Ma io lo sapevo che lui era lì.
Dietro la porta, c’era.
E la luna? C’era. C’era anche lei.
Era lassù e illuminava la strada, e i rovi mangiavano i piedi. E le spine graffiavano le gambe. Ma io correvo lo stesso, scalza, dentro il bosco.
E laggiù, nei laghi di luna, il lupo non arrivava.
Però c’era.
E mi chiedevo, violentata dal cigolio dei cardini della porta, se davvero ci fosse qualcosa, un particolare, un tratto del viso, un pelo, la curva di un’unghia, che avevamo uguali.
Io e lui.
E mi chiedevo, rabbrividendo nell’attesa delle sue urla, e del rumore degli schiaffi, perché non mettesse l’olio ai cardini della porta che gracchiassero meno e non mi straziassero le notti coi loro lamenti.
Ma oliare i cardini non era lavoro da lupo. Era un lavoro manuale, non faceva per lui.
E così io spalancavo le finestre e m’inondavo il viso della brezza di mare.
Ma non mi portava mai via, quella brezza.
E tu c’eri, già da allora, nascosto in fondo all’inevitabilità di un destino? Forse.
Ma io guardavo tra i rami del bosco, dove la luna non arrivava, e non ti vedevo.
Ma forse c’eri, ed eri oltre la collina.
Almeno tu, mi dicevo, e volevo che ci fossi. Da qualche parte. Nell’universo.
Perché era notte, e la notte non c’era, il sole. E ogni sera era un’incognita.
E allora io – donna con te, ma a spesso senza, bambina dal principio dei tempi, femmina di un dolore antico - correvo alla radura e danzavo alla luna.
Il mio eterno, sanguinoso dolore urlavo, in un sanguinante sabba.
Di femmina violata. Di femmina impedita. Di femmina amata.
Di strega, di bambina. Di santa e di puttana.
E strillavo, con la mia voce che saliva dal ventre come un ringhio, come una preghiera. Ventre violato. Impedito. Amato.
Come un’implorazione: nonfarmimalenonfarmimalenonfarmimalenonfarmimale… Perché – lo sapevo da allora, lo avevo imparato dalle urla di mia madre, improvvise, a fare a brandelli i sogni – gli uomini sono capaci di farti male, se non conosci la maniera per impedirglielo.
E a quei tempi, non la conoscevo.
Ma poi no. Non l’ho conosciuta mai davvero, la maniera. Ad un certo punto, raschiandola in fondo alle ferite, l’ho intuita. Ho saputo che esisteva. Ma forse non ero brava ad usarla, perché loro – loro… - mi hanno fatto male lo stesso. Hanno continuato a farmi male.
Ma allora non sapevo nulla, e qualche volta non volevo sapere, né sentire.
E  fissavo il cielo, e le sue nuvole temporalesche, e mi dicevo che finché c’era la luna non sarebbe finito. E che sarebbe finito, invece, quell’incubo, un uno scrosciare di note come cristalli di ghiaccio sul terreno umido. E sarebbe finito, perché il mio canto l’avrebbe fatto finire. E se quel canto era potente e saliva fino alle nuvole allora era la dimostrazione che nessun lupo poteva esistere nella realtà.
E finalmente, cullata da quel pensiero, mi addormentavo. Sperando di non sprofondare più in quell’incubo che raschiava fuori dalla porta.
Perché in fondo a quell’incubo, c’era, il lupo.
Eccome, se c’era.