domenica 21 ottobre 2012

EH NO, CARO VIRZI’.







Non ho visto il suo intervento in tv, caro Virzì, ma ne ho letto i resoconti. Non sono solito parlare di quel che non ho visto: mi pare un modo di procedere sterile, vagamente snob, ed anche un po' scorretto. Parlo, quando capita, solo a ragion veduta. E sono sicuro che lei concorderà con me su questa linea di condotta.
Per cui mi limiterò a intervenire nel merito del virgolettato, anche per non incorrere in un errore troppo comune sul web, e cioè di inseguire, in mezzo al chiacchiericcio indistinto, chiacchiere altrettanto indistinte, ma soprattutto infondate e generate dal sentito dire, mal riferito o soprattutto, e peggio, mal interpretato.
E - se devo attenermi al virgolettato - pare che lei sia intervenuto come ospite del programma di Rai3 TvTalk, si sia detto “scandalizzato” dalle fiction nostrane, in quanto “girate e scritte malissimo”.



Sempre in quella occasione, pare, ma non ho visto, e quando non vedo non trancio giudizi, ha sostenuto che la fiction italiana sia camomilla per anziani, e che nella tv italiana non c’è lo spazio di sperimentazione che c’è, per esempio in quella americana.
Quest’ultima affermazione mi vede completamente d’accordo, ma mi pare, senza offesa, che lei abbia scoperto dell’acqua calda. 
Davvero dovremmo stupirci del fatto che negli Stati Uniti c’è più libertà creativa che da noi? Davvero dovremmo accogliere questa intuizione come una novità? Mi pare evidente che un mercato ricco per numeri, fondi e per cultura del prodotto come quello americano ci mangi la pappa in testa. 
Mi sfugge la caratura dell’intuizione.

Lungi da me l’idea di far polemica, meno che mai con un regista che ammiro e stimo, e al quale dobbiamo bei capitoli del cinema italiano. Ma mi pare che la sua presa di posizione, caro Virzì, oltre a peccare un po’ di snobismo e di ognierbaunfascismo, sia la posizione di chi la fiction non la vede e la critica a priori. Mi corregga se sbaglio.
Non sono qui a sostenere che la fiction tv sia la nuova frontiera della narrativa italiana per immagini, ma mi pare che, fatte le debite eccezioni, neanche il cinema italiano stia esattamente vivendo un momento di gloria per quanto riguarda la qualità delle storie e la loro realizzazione.

Eppure nessuno si sogna di tranciare giudizi approssimativi dicendo che il cinema italiano (puta caso) è per la maggior parte scritto e diretto da intellettuali fintamente minimalisti, preoccupati di raccontare storie ideologiche e senza respiro, dalla gittata corta e dalla pesante tara della narrazione a tesi, mutuata da antiche convinzioni sul ruolo del cinema come educatore della massa, o, per converso, che il cinema italiano viva di commediole costruite a forza e per forza su personaggi televisivi rivestiti in fretta e furia della dignità di attori e messi in scena con copioni improvvisati e senza il minimo costrutto, la minima intenzione narrativa, la minima struttura...
Puta caso.

Ma se anche qualcuno lo sostenesse, e azzeccasse - faccio per dire - all’80%, se anche accadesse (e potrebbe pure accadere, nella meraviglia del possibile), quel qualcuno (che non sono io) non avrebbe il diritto di sostenere una cosa del genere così, come dicono i napoletani, 'ndrillavallà, che significa, con sublime onomatopea, facendolo saltare fuori dal nulla, senza pezze d'appoggio, senza ragione sostenibile, e facendo, appunto, di ogni erba un fascio.
No, quel qualcuno non avrebbe il diritto di sparare a zero sul cinema italiano come categoria, in senso globale.
Non foss’altro, per rispetto del lavoro, di... Virzì. 

Ma anche di Sorrentino, Garrone, Crialese, Corsicato, Muccino… nomi che dico così come mi vengono in mente, ma per esempio in rispetto del lavoro dei miei amici Manetti Bros, che fanno film con 50mila euro pur di essere liberi di fare le loro scelte artistiche senza pressioni, ma che rimanendo liberi e combattendo dure battaglie hanno realizzato, per la tv, “Il commissario Coliandro”, ironico, sgangherato, e tutto fuorché buonista e camomilloso.

Il fatto è che la tv vive un periodo piuttosto difficile, e lo zenith a cui orientarsi è a dir poco sfocato, ma questo non vuol dire che non ci sia chi lavora e seriamente per rinnovarne il bagaglio, il tiro, le intenzioni.

Rivendico con orgoglio, a titolo del tutto personale, per esempio, la scrittura del mio “Commissario Manara”, mio e di Alessandro Pondi, che lo abbiamo ideato lavorando al format per innumerevoli notti per una lunghissima estate con 40 gradi all'ombra (è solo anedottica, ma mi conceda l'orgoglio di genitore...) limando ogni singola sceneggiatura della prima serie e riscrivendo, quando serviva, parola per parola. 
E non credo che lei possa dire che è scritto male. Sempre ammesso che l'abbia visto.
Rivendico con altrettanto orgoglio la potenza narrativa di “K2 la montagna degli italiani” che ho scritto insieme ad Alessandro Pondi, Mauro Graiani e Riccardo Irrera. E difendo ogni singola frase di quella sceneggiatura, che proprio in questi giorni ha ricevuto il premio come miglior sceneggiatura dell’anno dall’Annuario del cinema italiano.
Annuario del cinema, badi bene. Non Annuario della tv. Il che vuol dire che una giuria di qualità ha sentito il bisogno di premiare una sceneggiatura televisiva, tra le tante sceneggiature cinematografiche prodotte quest'anno. 
Chapeau, ma mi permetto di chiederle, Virzì, significherà qualcosa che sia stata premiata, con tante sceneggiature cinematografiche a disposizione?
Si vede che non era scritta tanto peggio di quelle del cinema, quanto meno.
Ma a mio parere questo premio testimonia anche l'apertura mentale e l'intelligenza della giuria, guidata da Gianluigi Rondi, che ha ben compreso che gli steccati sono dei limiti rassicuranti nei quali amano rinchiudersi le menti poco agili.
Ed è evidente che non è il suo caso.

Mi si obbietterà che quelli che ho portato finora come esempi sono casi singoli e personali. Vero. Ma vede, Virzì, non credo di doverle ricordare io che è sul fatto concreto, sul piano della realtà, quindi, sul singolo lavoro, che si costruiscono i giudizi. Altrimenti si mettono in campo solo stroncature a priori senza documentazione e dal sospetto sapore ideologico.
Ed è evidente che non è il suo caso.

Ma il fatto è che certi giudizi, e lei lo sa bene, Virzì, hanno il pilota automatico.
Il fatto è che l’Italia è la patria della parola d’ordine, degli steccati, degli ostracismi.
Pensi al dramma del sottoscritto, che ha collaborato alla stesura di ben tre soap operas (Ricominciare, Cuori rubati, Sottocasa) ed ha firmato la sceneggiatura di due vituperati film di Natale (Natale a Beverly Hills e Natale in Sudafrica). L’ostracismo è assicurato, e, già lo so, non potrò aspirare neppure a quel “lauro, da genio minore” a cui invece ha potuto aspirare, grazie ai buoni auspici di Jorge Luis Borges, il più grande narratore di storie in forma di canzone: Francesco Guccini.
Scrivo tutto questo sul filo dell'ironia, e sono certo che il suo sorriso labronico non mancherà di premiare i miei sforzi.

Vede, Virzì, il cambiamento è un lavoro duro, come ben sa lei, che combatte quotidianamente per rinnovare il cinema italiano. Ma diventa durissimo se si deve remare contro corrente e se le rapide da risalire sono degli "a priori" contro i quali per loro stessa costituzione non si può opporre alcun argomento costruttivo, e non tengono conto dei segnali (piccoli se vuole, ma ci sono) di lento rinnovamento.
Ma io che sono illuso per vocazione e rompipalle per nascita non mi rassegno al no contest, al non luogo a procedere, e provo a ribatterle e ad argomentare. Spero di trovare ascolto, e risposta, ha visto mai?

Faccio Fiction tv da moltissimi anni, e conosco bene lo scenario che lei descrive, fin negli anfratti. Di certo il fatto di rivolgersi ad un pubblico generalista non aiuta, di certo ci sono stelle della sceneggiatura costruite sulle pagine dei giornali patinati e nei salotti buoni delle varie Contesse Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, dove si mescolano allegramente le buone famiglie e le buone tessere, e dove si costruiscono e si smontano destini luminosi e dove si ipotizzano le umane sorti, e progressive. 
Ma questo non mi pare accada solo per la tv, lei concorderà con me. 
Voglio concederle che non sempre le scelte editoriali di chi progetta la televisione italiana brillano per coraggio, sarebbe sciocco ed ottuso non farlo, ma anche qui non tutto il mondo è paese.

E indubbiamente la soluzione non è gettare il bambino con l’acqua sporca. 

Quella per migliorare e rinnovare la narrativa popolare, e nella fattispecie la fiction, è una battaglia in corso, combattuta non solo da registi e sceneggiatori (registi che sanno girare e sceneggiatori che sanno scrivere) ma anche da editor intelligenti e capi struttura motivati. 
E di certo, Virzì, se si volesse davvero aiutarne il lavoro, si dovrebbe a ragion veduta separare il grano dal loglio e valorizzare quel che c’è da valorizzare. 

Perché esiste, e sono certo che lei lo sa. E mi stupisce che se lo sa dica luoghi comuni insostenibili, tipo quello che è tutto scritto e girato male. E allora, visto che dalla nascita non riesco ad esimermi dal farmi domande, mi chiedo perché lo dica.
Per collocarsi altrove? Per distinguersi? Per accreditare una posizione culturalmente e ideologicamente superiore? Faccio ipotesi. Mi piacerebbe me lo dicesse lei. Sognare è lecito.

Il fatto è che della fiction televisiva parlo a ragion veduta, perché conosco il mondo a cui lei si riferisce, Virzì, e so perfettamente – come lo sa lei, e allora mi chiedo perché non se lo ricordava, quando ha registrato il suo intervento in tv - so perfettamente che non è vero che non abbiamo registi e scrittori, che non abbiamo produttori, che non abbiamo storie, e via dicendo. 
Se mai il problema è - o meglio è stato, chissà che le cose non stiano cambiado - di coraggio editoriale, e ci tengo a dirle, ma lei lo sa, che  persone coraggiose in questo momento ce ne sono, nel mondo della fiction. E a volte - le concedo non sempre ma a volte non è poco - si prendono anche dei rischi.

Il problema è che le prese di distanze come la sua – me lo permetta, un po' snobistiche - non aiutano. Perché lei sa benissimo che ci sono progetti che con dure battaglie vanno in porto nel modo giusto, se sostenuti da professionisti coraggiosi e preparati, e se incrementati ed aiutati da dirigenti creativi e appassionati ( e ci sono pure questi...) ed altri progetti che invece seguono la corrente e sono sempre uguali a se stessi, perché, perché... perché lo sappiamo tutti. Perchè ci sono situazioni in cui agganciarsi al carro o usare il pilota automatico è più semplice. Oppure, detto tra noi, è il massimo che si possa fare.

Queste distinzioni devono essere fatte, lo sa bene anche lei, come me.
Altrimenti si finisce per chiamarsi fuori, autoproclamarsi puliti, e in questo modo si finisce per fare nella sostanza il gioco dei venditori di camomilla.
E sono sicuro che questa non era la sua intenzione, Virzì. Ma qualcuno deve pur dirglielo.

Poi scopro, sempre nel virgolettato, che la mia intuizione era vera: lei la fiction italiana non la guarda più. Buono a sapersi, ma allora mi chiedo come faccia, a tranciare giudizi così precisi su quel che non guarda, che non conosce, che schifa a priori e al quale non concede chances.
Perché vede, che io mi ricordi, vaghissimi ricordi di filosofia teoretica, il giudizio nasce dall’osservazione della realtà. Altrimenti è  - nel migliore dei casi - dogmatismo, conformismo, o pigrizia mentale. 
Sono sicuro che non ambisce a nessuno di questi tre. E l’intelligenza sapida dei suoi film è lì a dimostrarlo, ove non ci fosse il suo sorriso pungente.

E qui mi fermo, perché finisce il virgolettato del suo intervento, e per abitudine non sono solito parlare di quel che non ho visto o giudicare quel che non conosco. 
Come forse dovrebbero fare tutti quelli che hanno a che fare, a qualsiasi titolo, con la comunicazione.
Vede, Virzì io e lei lo sappiamo: il coraggio di non cantare col coro non è da tutti. Quello di giudicare a ragion veduta anche meno.
Consideriamolo un buon proposito per il 2013. 

Maya permettendo.