venerdì 5 ottobre 2012

LA FORMA E LA SOSTANZA

LA FORMA E LA SOSTANZA



2 ottobre 2012.
 Sala Sinopoli, Auditorium parco della musica. Roma Fiction fest. Tutto esaurito in ogni ordine di posti: la fiction, pur con tutte le sue incertezze e con qualche passo falso, tira ancora. E continua ad impersonare la narrativa popolare di questo paese.
Evviva, evviva, evviva.


Stasera il programma prevede il conferimento del Premio per la sceneggiatura “Carlo Bixio” istituito dopo la morte di Carlo, un uomo per bene, un signore, un grande produttore e un amico. Non necessariamente in quest’ordine. Ciao, Carlo.



Sul Palco, Eleonora Andreatta, neo direttore di Rai Fiction e Francesca Galliani capo dell’area Fiction di Mediaset, oltre ad una nutrita giuria di qualità. 
Vince il premio per la Migliore Sceneggiatura originale, Vlad e lo scudo elfico (My first life) di Davide Aicardi e Marco Renzi. Giovani, ironici, a loro agio, e con voglia di fare. Evviva, evviva, evviva.

Ma anche buona fortuna, ragazzi.

Poi il direttore artistico Steve della Casa consegna il premio assieme a Carlo Lizzani, e le mie orecchie ascoltano con piacere che questo premio alla sceneggiatura, in apertura di festival, sta a significare l’importanza che ha, nella grande macchina dei sogni, del cinema e della fiction, chi immagina e scrive le storie.
Evviva, evviva, evviva. Non che ci volessero 117 anni di cinema per ribadirlo, ma è comunque una notizia. Il pubblico applaude, e tra quel pubblico applaudo anch'io.

Che ci faccio qui? Sono intervenuto, in qualità di co-sceneggiatore (uno di quelli che scrivono e immaginalo le storie senza le quali la grande macchina dei sogni eccetera eccetera…) di “K2, la montagna degli italiani” che ho scritto assieme ad Alessandro Pondi, Mauro Graiani, Riccardo Irrera, prodotto dalla Red Film per la regia di Robert Dornhelm. E sto aspettando con trepidazione di vedere questo lavoro, che abbiamo iniziato a sognare due anni fa, assieme a Paola Masini di Rai Fiction, e che finalmente incontra il pubblico.


Ma prima, due parole dal palco, per presentarlo, dice il direttore Artistico, Steve della Casa.
Eccome, no? Giustissimo. Mi aggiusto i pantaloni, tra poco saremo lassù, (non sul k2, più in basso…) insieme a coloro che hanno dato viso alle nostre immaginazioni, gli attori (un cast fantastico) a Robert, che alla nostra fabula ha dato corpo, a Mario Rossini e alla Rai, che a questo lavoro di scrittura hanno dato la possibilità di diventare un film. Non che speri, o speriamo io e i miei complici di scrittura, di dire chissà che. Ma anche esserci, metterci la faccia, e non solo la penna… sentire applauso del pubblico, prendersi un bravi… mica fa schifo.
E invece no. Perché di tutto il cast, gli unici che l’ineffabile Steve della Casa non chiama sul palco siamo proprio noi quattro: quelli che scrivono e immaginalo le storie senza le quali la grande macchina dei sogni eccetera eccetera… senza i quali la macchina del cinema non partirebbe.



Ma chi l’ha detto? Ma come chi l’ha detto. Proprio lui. Cinque minuti fa. L’ho sentito. Quando ha consegnato il premio Bixio… Evidentemente l’emozione dell’esordio gli ha giocato un brutto scherzo. Non importa. Leggo il mio nome sui titoli di testa e mi accarezzo l’ego. E mi dico, perché non sono solito pensar male, che si è trattato di un contrattempo.

Flash forward.

4 ottobre 2012, due giorni dopo.



Auditorium parco della musica. Roma Fiction fest. Tutto esaurito in ogni ordine di posti: la fiction, pur con tutte le sue incertezze e con qualche passo falso, tira ancora. E continua ad impersonare la narrativa popolare di questo paese.
Evviva, evviva, evviva.
Forse l’avevo già detto, ma vale la pena di ribadirlo.


Stasera il programma prevede un nutrito back stage di “Trilussa, storia d’amore e di poesia”, un bel film con Michele Placido, Monica Guerritore, Valentina Corti, per la regia di Ludovico Gasparini prodotto con grande dispendio di mezzi e di amore da Guido Lombardo per Titanus, e ancora una volta sotto l’egida di RaiFiction nella persona di Paola Masini.
E io cosa ci faccio lì?
Sono qui, ancora una volta, perché ho scritto la sceneggiatura assieme a Peter Exacoustos, e Alessandro Pondi, compagno di tante battaglie.
Sono qui perchè sono uno di quelli che scrivono e immaginalo le storie senza le quali la grande macchina dei sogni eccetera eccetera…

Evviva evviva evviva. 

Ma anche buona fortuna.
Eh beh, non può succedere la seconda volta. Ormai sono tre giorni che il festival è partito, vedo Steve tonico, con la sua non chalance da vecchio lupo di cinema e di fiction. Stavolta si darà a Cesare quel che è di Cesare, in questa bellissima fabbrica di sogni che è il cinema, fabbrica di squadra, che nasce dalla storia e prende carne attraverso il lavoro di molti sul volto degli attori. Ma questo, Steve lo sa, non serve che glielo dica io.
Evviva.
E invece no. Per la seconda volta, chiama sul palco tutti, non solo i primi ruoli, l’intero cast… e i poveri scribacchini no.
Ma come, non eravamo quelli che …?
E allora Cesare si prende quel che è di Cesare.
Non ci sto. Mi alzo, e anche non chiamato, mi avvio al palco. Alessandro, che in questi casi è impavido come un viet cong in giro promozionale, mi segue. Io invece mi sento un po’ Fantozzi, tutto preso da questa piccolissima ripicca che probabilmente nessuno nota, ma raggiungo il cast e per fortuna Paola Masini sta parlando in quel momento, e al volo presenta me e Alessandro alla platea. Grazie per le sue parole, e per gli ammicchii complici di Guido Lombardo, di Ludovico Gasparini, di Michele Placido. L’unico che ci guarda come se pensasse “Chi cavolo sono questi?” è Steve Della Casa. Per fortuna Paola Masini lo toglie dall’imbarazzo e ci colloca:  siamo gli autori della storia. Clap clap clap. Qualche applauso, ma l’abbiamo fatto solo per quello?
No.
L’abbiamo fatto perché pensiero ed azione non possono essere due binari separati, Steve.

Non basta dire che la sceneggiatura è la base di un film, incensarla, conferire premi, e poi ignorarla. Perché se questa nobile arte è costretta ad entrare sempre dalla porta di servizio, di straforo, allora la forma e la sostanza si perdono. E la forma e la sostanza non sono due cose diverse. Sono la stessa cosa. Altrimenti ti rimangono solo i lustrini e le pailettes del red carpet. Che servono, ma che non sono il sogno.