giovedì 27 novembre 2014

UNA STANZA PIENA DI SPECCHI

In occasione del compleanno di James Marshall Hendrix ( Seattle, 27 Novembre 1942 - Kensington 18 settembre 1970) pubblico per intero il racconto a lui dedicato, che ho pubblicato nella raccolta "Tenco e gli altri" edito da Cut-up.




UNA STANZA PIENA DI SPECCHI


Con la scopa i movimenti mi venivano bene. Sembravo un Hobo.
Cazzo, fratelli, come mi brucia la gola.
O è qualcos’altro, che brucia, che ne so.
Però brucia, brucia che posso seguire il percorso dell’esofago dentro la cassa toracica e arrivare allo stomaco ed è tutta una scia di bruciore, dalla bocca alla pancia. E poi c’è dell’altro, c’è dell’altro - c’è
dell’altro c’è dell’altro c’è dell’altro - ma ora non me lo ricordo più. Forse è quella macchia rosso fuoco che scoppietta in un angolo della testa.
Oppure è un’altra cosa che era nascosta appena dietro l’angolo e ora è scappata come una carovana di zingari quando arriva la polizia.
Ma ora non lo so mica più, se è vero.
Anche perché la musica dalla saggina non usciva, non ci pensava nemmeno, quella, a uscire. Io mi dimenavo e provavo la spinta d’anca, e mi riusciva bene, Yeah.
Il tempo è vita, fratelli.
Cazzo se ci pigliavo, con quel movimento.
Ci pigliavo, eccome se ci pigliavo.
Era un movimento da negro. Ecco perché ci pigliavo. Era un tempo, da negro.
Un tempo sincopato, in battere, un ritmo tribale.
Ma poi, certe altre volte, il tempo è slide.
Ora non me lo ricordo più, quando, ma c’è stato un attimo che il mio sangue nelle vene era liquido come il Mississippi. E allora scorreva placido e io prendevo un altro tempo, lo battevo in quattro, con calma, in dodici languide battute, e allora…
Brucia accidenti. E poi è densa, l’aria.
Ed ero un vecchio bluesman che scaracchia tabacco, ingoia bourbon, e scorreggia in levare. Ma di suoni dalla scopa non ne uscivano. Non ne volevano sapere. E allora rimediavo con la voce.
Well you know I'm the hoochie coochie man..
E di solito, a quel punto, la mamma si incazzava di brutto.
Se era sveglia. Le poche volte che era sveglia.
“Leva le manacce dalla mia scopa, negretto!” gridava.
Urlava sempre, mamma. Ma non era colpa sua, povera anima. 
Era che le faceva male il fegato.
Come quando è tornato lui dalla guerra.
Ora cat, devi credermi, ci sarà un giorno che qualsiasi guerra si dovrà inchinare al suono di una chitarra, e forse quella chitarra sarà la mia, questo l’ho sempre e detto quanto è vero Cristo è così, ma ora non mi viene in mente perché.
Però fai conto che se succedeva prima, che la guerra si inchinava, lui non ci doveva andare, in guerra. E allora non mi cambiava nome.
Perché dice che avevo un altro nome, prima. Che stava bene a mia madre, perché era il nome di uno che si scopava. Johnny.
Come suona Johnny? Suona da bianco.
Ma poi lui è tornato, che ora non so dove cazzo era andato a cacciarsi tutto quel tempo intanto che io nascevo e diventavo un negretto brufoloso, è arrivato si è guardato intorno e si è incazzato di brutto e le ha detto:
“Hey negra. Hai dato il nome del tuo ganzo a mio figlio?”
E così ho cambiato nome. Cioè no. Lui, me l’ha cambiato lui, io che c’entro.
Però ora non so dire se il nome era quello di prima o quello di dopo. Dico, quello che ho adesso. E non so neanche qual era quello giusto. Boh. Tanto non me li ricordo, i miei nomi. Nessuno dei due.
Forse è la merda che mi sono sparato nelle vene stasera.
Però vedrai che prima o poi mi tornano in mente. I nomi, dico.
Cazzo com’è difficile, fratelli, non so da che parte iniziare a spiegarmi.
E’ come stare in una stanza piena di specchi, non so se hai presente, cat.
Non ci si capisce niente, perché qui ci sei tu, fai conto. E poi ci sei ancora tu e da quell’altra parte c’è uno che sei tu di nuovo, e poi tu e poi tu e poi tu -  e poi tu e poi tu e poi tu - e gli occhi di una regina gipsy ti scrutano e tu ti chiedi per che motivo - che cazzo ho fatto di male, non ho fatto niente sorella, giuro sorella, ero solo qui nella stanza e cercavo una via d’uscita - e intanto quell’ago ti punge e ti conduce da un’altra parte, e non ci sono cazzi.
Eh no sorella.
Eh no cat.
Gli specchi si specchiano tra loro e in ognuno di loro ci sei tu che hai un milione di facce e sono tutte diverse.
O uguali, ora che ci penso.
Ma intanto l’ago è un tunnel che ti porta di là.
E in gola continua a bruciare questa roba che sale, sale sale sale, come una scala, come una musica, doremifasollasido e poi la cromatica dododiesisrerediesismifafadiesissolsoldiesislaladiesissi e poi il do un ottava sopra ti toglie il respiro.


Mi hanno fischiato, quei pezzi di merda di cane, capito cat? Io suono – fai mente locale, tipo, no? – suono e li inondo di ondate di nebbia purpurea, lascio che li travolga il mio cuore, e quelli mi hanno fischiato.
Eric dice che è colpa di Michael.
Che poi chi cazzo è Michael.
E ora che ci penso, chi cazzo è Eric?
Un giorno però l’ho fregata, mia madre. L’ho fregata oh se l’ho fregata - l’ho fregata l’ho fregata l’ho fregata…
Ho sfilato il fil di ferro alla scopa di saggina e l’ho inchiodato al muro. Così bastava tirare e diventava una corda di chitarra. Una bottiglia, per passarci sopra, tipo il bottleneck… che storia, fratelli.
Scivolava come una tavola da surf appoggiata su una montagna di melassa.
Eh sì, cat. Gran bella storia.
Mio padre le ha urlato “brutta troia”, e le ha spiaccicato un cazzotto sullo zigomo, alla sporca negra, capito? Senza pensarci su un attimo.
Era il suo sangue Cherokee, che si ribellava.
Era anche un po’ bianco lui, ma era cherokee. Era un guerriero. Tanto tempo fa.
Prima. Ma non chiedetemi prima di cosa, perché tanto non lo so, prima di cosa.
Ma poi il giorno dopo mi ha acchiappato per un braccio e mi ha trascinato all’anagrafe, e sono diventato James Marshall.
Che prima ero Johnny Allen.
Che però ero sempre io.
O magari no. Ma tanto che cambia.
Se stai in una stanza piena di specchi capita, che non ci capisci niente. Guardi di qui, guardi di là, e sei sempre tu.
E se provi a fare il conto di quanti di te ci sono che ridono e quanti che piangono, ti confondi e ti tocca a ricominciare da capo. E non c’è verso di uscirne. Se ti incazzi e sfondi lo specchio, le schegge schizzano dovunque roteando nello spazio come sciabole. E tagliano e affettano. E sbriciolano i pensieri.
Senti qui, cat: il vetro rotto è nel mio cervello, ma se schizza fuori dal mio sogno mi cade nel letto e mi finisce che mi taglia.
E quegli stronzi di cane hanno fischiato. Ma che cazzo vogliono.


Già è tanto se li ho fatti entrare, quella distesa di cacce canine, che non sono altro che un brusio fastidioso nel buio, oltre la luce del palco.
Io sto suonando, va bene?
Non mi devono rompere i coglioni, altro che storie.
E poi, a un certo punto, mia madre è morta.
Era il fegato, dice il dottore.
O forse era solo che a un negro la cirrosi non gliela curano, tanto prima o poi muore lo stesso.
Che un po’ negro lo sono anch’io. C’ho il sangue denso come la salsapariglia, che viene dall’Africa. E suono la chitarra alla rovescia. E quegli stronzi di cane pretendono che tiri fuori dei suoni che camminano dritti.
Già tanto che non li caccio, tutti lì a guardarmi mentre sto suonando, avvolto nelle mie nebbie vermiglie.
Se per un attimo riescono a far funzionare la testa, allora possono unirsi a me. Quando succederà ci
terremo per mano e guarderemo l'alba, dal fondo del mare.
Ma prima di tutto, fratelli, sapete di che sto parlando?
Avete mai sperimentato qualcosa di simile?
Are you experienced?
Beh, io si.
Che poi se brucia non so che farci, ma nessuno chiama un dottore. Qualcuno ha chiamato un dottore? C’era qualcuno, qui con me. Mi pare. No non Michael. L’ho cacciato, l’altro giorno. Si è scazzato con Eric.
“Si può sapere chi cazzo sei?”
Gli ha detto manolenta. E quello:
“Io sono il suo manager, abbiamo tanto di contratto!”
“Sì, come no! Contratto per rovinarlo!”
così mi sono rotto le palle che tutti quegli urli mi trapanavano la testa, e li ho buttati fuori a calci in culo. Tutti e due, anche Manolenta.
Va beh, vedrai che gli passa. Magari domani ci spariamo un bel blues, e passa tutto. Oppure usciamo a cercare un po’ di roba, che io so sempre dove trovarne di buona.
Sempre che riesco a ricordarmi dove siamo.
A Londra, dobbiamo essere a Londra.
E questa roba che mi ingombra la bocca e la gola è roba mia. Tanto per fare mente locale. E’ mia, ma brucia nella trachea.
E io non riesco a respirare come un fiore.
Vorrei spalancare le ali e volare fuori dalla finestra, come una piccola ala di rondine.
Quando sono triste lei viene da me a regalarmi mille sorrisi. Va tutto bene, dice, va tutto bene. Prendi da me tutto quello che vuoi. Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa.
D’accordo la prendo ma ora vola.
Vola, Piccola Ala. 
Fuori che di notte le rondini non volano, o forse non le vedi perché sono nere, e quella notte mio padre mi ha portato in soffitta, ha aperto un baule, ma di quelli grossi, e dentro c’erano i dischi di mia nonna.


La nonna Cherokee. Quella figlia di principesse. Che se uno più uno fa due, anche io sono un principe Cherokee, però sono anche uno sporco negro. Sono un po’ nulla e un po’ tutto.
Sono una faccia riflessa mille volte in milioni di specchi e in qualcuno di quei riflessi, qualche volta, sono anche un po’ bianco.
Ma forse questa parte qui me la sono sognata.
O forse quello non era uno specchio.
E quegli stronzi di cane mi hanno fischiato.
E io smetto di suonare. Verso fuori, dico.
Smetto di suonare verso l’esterno, suono all’indentro.


Suono per me. Come facevo col filo sul muro, che quando mia mamma se n’è accorta mi ha strillato che ero un disgraziato e che sperava che un fulmine di Nettuno mi incenerisse il culo.
Ora, io non sapevo chi era Nettuno, ma se sapeva fare cose del genere, meglio andarci d’accordo.
E per questo, un’altra volta, sono stato a visitare la sua valle, ma era piena di acqua di mare. E dal fondo abbiamo guardato il tramonto.
Però il filo inchiodato al muro suonava un gran bel blues.
Hai mai sperimentato qualcosa di simile, cat?
Are you experienced?
Hoochie coochie, scaracchiava a tempo il disco di mia nonna.
Che lei era Cherokee, però le piacevano le canzoni da negri.
Cazzo c’entra, Janis era bianca, se non sbaglio, ma le piacevano anche a lei, le canzoni da negri.
Janis. E’ passata a trovarmi ieri, mi pare.
Ma forse mi confondo, non so più niente, è l’aria che da un po’ di tempo a questa parte è diventata troppo densa – troppo densa l’aria, troppo densa troppo densa troppo densa… - e sa di polvere da sparo e di cannella, e merda di topo, e non so dargli un senso, mentre scivola nei polmoni.
Che poi ora che ci penso Janis, se non ricordo male, è pure morta.
Che troia. Ha voluto arrivare per prima anche in quello.
Che grandissima troia.
Ma no che non è morta, è venuta anche a trovarmi.
Io invece, ho costruito chitarre con le latte dei pelati. Con le scatole di sigari. E pure per aria, le ho disegnate. Per aria, chitarre gonfiabili, chitarre ad elio chitarre che se gli molli il tappino si sgonfiano e scorreggiano a tempo.
Però poi le ho fatte suonare.
E ora invece non so più se è giorno oppure notte.
Mi fa andare fuori di testa. Ho bisogno di sapere il tempo, a quante battute dalla fine siamo? Ditemi il tempo, in quattro in sei in tre, in otto? E quante sono le battute quante? – quante dalla fine quante dalla fine quante dalla fine - suoniamo in quattro, giusto?
Sì, dev’essere così. Ed è già domani, o è soltanto la fine del tempo?
Forse è la fine del tempo, perché mia nonna si è appena seduta sulla poltrona del mio soggiorno – ma mica è mio è la poltrona di una saletta di questo hotel di Londra… ha lasciato andare il culone sulla poltrona e sollevato verso di me il suo profilo affilato da cherokee, e ora mi guarda, scuote la testa e dice che un negro non può suonare la musica degli indiani.
O forse no. Forse è il contrario.
Ecco cat, ora ci sono. Per quello, quegli stronzi di cane mi hanno fischiato.
Si sono accorti che stavo suonando la musica di qualcun altro.
Ma secondo Eric, è tutta colpa del mio manager, mi pare che si chiami Michael. Anche secondo Janis, è colpa sua.
Secondo me, un giorno o l’altro, quei due si scazzano. Perché guai a farlo uscire dal seminato, a Manolenta.
Ma forse no, forse invece Janis non mi ha detto niente di Michael, perché qui ieri non c’è stata proprio per nulla, non ti ricordi cat? Lei è già morta, e i morti non vanno nelle stanze d’albergo degli altri, e se ci vanno parlano poco, soprattutto di giorno.
Ma no che non è morta. E’ venuta qualche giorno fa e mi ha detto: “Cat, devi fare qualcosa, non va bene così.”
Me lo ricordo come fosse ora.
Ma una cosa è certa: se ci fosse adesso, andrebbe da quel figlio di puttana che mi ha venduto questa merda, lo prenderebbe per il foulard e gli direbbe: “Ehi, fratello. Questa merda è una vera merda. Rivogliamo i nostri soldi.”
Perché hai voglia a diventare ricco suonando. Se hai fatto la fame non te lo scordi, e i tuoi soldi merdosi, se non sei soddisfatto, li rivuoi indietro. A costo di spaccargli la faccia,a quel negro di merda che vende merda schifosa.
E ora che ci penso, forse dovrei chiamare qualcuno e farmi portare un hamburger.
Perché c’è qualcosa nello stomaco, che non va bene, e continua a uscire, a salire, viene su e non scende - viene su e non scende viene su e non scende viene su e non scende - e mi ingombra la bocca.
E nessuno mi solleva la testa. E questo gorgoglìo purpureo continua a salire – e sale e sale e sale - e io tossisco e lui non va via…
Perchè l’aria non vuole entrare.
Hai mai sperimentato qualcosa di simile, cat?
Are you experienced?
Non è necessario che sia qualcosa di sballato. E’ sufficiente che sia qualcosa di meraviglioso.
Che poi non ho capito che cazzo c’è andato a fare in guerra, mio padre. Quel mezzo bianco di mio padre. Per farsi scopare la moglie da un bianco intero che in guerra non c’è andato?
Cioè, lui è andato lì a farsi un giretto intorno alla torre di guardia e intanto è come se a quell’altro – il ganzo - gli ha detto: “Prego, fratello, accomodati…”
Che stronzo, mio padre. Dire fratello a un bianco.
Che Joe – per raccontarne uno, il primo che mi capita in mente - alla sua donna gli ha sparato, perché andava in giro con un bianco.


Ma d’altra parte mio padre era mezzo bianco.
Non sapeva da che parte appoggiarsi.
E io ero peggio di lui, un po’ nero, un po’ rosso, un po’ bianco. Specchi e specchi e sugli specchi specchiate le mie facce colorate. Ma io non ero nessuna di tutte quelle cose.
Io sono solo un messaggero spirituale, mandato qui da un altro posto. E non so quale sia il mio nome vero, te lo giuro, non l’ho mai saputo, devi credermi, occhi gitani.
Non so neanche il mio nome, quando mio padre è tornato a casa dalla guerra me l’ha cambiato, e soldato ci sono andato col nome nuovo.
Ma mica è cambiato nulla.
Mica conta, con che nome la affronti, la vita.
Quella ti riconosce lo stesso.
Per esempio adesso, qualsiasi nome ho, lo sa che sono io, lo so che lo sa.
E nel frattempo, la luce è poca.
E dietro le finestre sembra che cala il tramonto, anche se invece è notte fonda. E se la luce si spegne una volta per tutte e non si accende più – mai più mai più mai più mai più - allora non me ne frega più un cazzo, se sono John Allen, o James Marshall.
Però non mi ricordo più il perché, ma a un certo punto eravamo tutti lì a dire che sta arrivando l’era dell’Aquario, si alza uno – uno che aveva una X nel cognome pure lui - e dice che dovevamo andare a fare la guerra in Vietnam.
Perché non chiedetemelo, che ho quest’acido in gola che mi brucia sulla lingua come l’ostia il giorno della prima comunione e corrode i pensieri. E comunque non l’ho capito neanche allora perchè.
Deve essere la merda che ho in corpo e che mi galleggia nella testa, ma non mi ricordo perché si combatteva.
Forse per Izabella e per i figli che avrà.
Anche se ora come ora non so neanche chi cazzo sia Izabella.
Che poi che c’entra. Io soldato ci sono andato per forza.
O andavo in galera, o andavo soldato.
E ci ho dovuto pure pensare un bel po’, prima di scegliere cos’era peggio.
E intanto, se tossisco, la gola non si sgombera.
Ma è mattina inoltrata, o è solo la coda della notte? Vorrei saperlo, ma non ho nessuno per chiederglielo.
Eppure mi pareva ci fosse una donna, con me.
Sarò anche fatto, ma non sono scemo.
Forse c’è Monika con me. Ma lei che cazzo vuoi che ne sappia, lei. E’ tedesca. Che poi chi se ne fotte, guarda che la notte sta per finire. Forse.
Ehi, Izabella. Ecco i raggi dell'alba. Eccoli arrivare.
Ora scusami ma devo andare, devo tornare là fuori a combattere, piccola.
Come mio padre.
Certo che lui mi voleva bene.
Non mi ha mai chiamato “negro”, tanto per dirne una. Mai, neppure una volta. Cioè no. Una volta sì. E’ tornato a casa, si è accucciato sulla porta, e ha detto: “Ehi, negretto…”
Ma quella volta là, mi aveva perfino comprato una chitarra.
Deve essere successo prima che partisse per la guerra, perché dopo era sempre incazzato.
Era pronipote di un principe Cherokee e per quello si incazzava, se le cose non andavano come diceva lui.
E non ci andavano mai.
E allora lui si incazzava, perché la sua gente era gente che aveva cacciato il bufalo.
No aspetta, cat, non lui. Anche se certe cose ti rimangono nel sangue e te le racconta la pancia, anche se sono successe parecchi anni fa. Il sangue gorgoglia e ti dice quel che faceva il tuo bisnonno, quando c’era il bisonte, e il mare.
Dalla California alla Cina, era  tutta un’unica prateria d’erba verde, e invece che con le navi, gli uomini andavano avanti e indietro con le carovane di carri coperti di teli bianchi, come i pionieri, tra il Giappone e la città degli Angeli.
E le piste, da Seattle a Londra, erano sei. Sei strisce parallele come le corde della mia chitarra.
Ed è per quello, che le mie dita corrono sull’impugnatura rovesciata come una mandria di bisonti, finché una freccia non ne stende una. Che inciampa, il dito, cade slidando sul mi cantino, e si rialza, sgroppando e soffiando vapore dal naso.
Fuori che il mio naso, invece, è tappato e brucia, ed ho in gola il sapore del vomito e del sangue. Tutto insieme.
Il sangue – e il vomito e il sangue e il vomito e il sangue e il vomito e il sangue…
Oh, Dio, Zingara.
Cammino giusto sul bordo della tua strada ribelle. Quella che va girovagando all'infinito, una pista dei pionieri, che gira attorno alla terra come una tracolla di chitarra. Fuori che la chitarra che mi hai comprato, papà, padre - padre indiano mezzo bianco di uno sporco chitarrista negro, quella chitarra era una chitarra destra.
E io sono mancino.
Non te lo ricordavi?
Ma non importa. Si impara tutto nella vita.
Anche a morire.
E allora ho imparato lo stesso, con la chitarra alla rovescia che non importa da che parte la giri, importa da che parte la impugni, fuori che se ora non riesco ad ingoiare aria il cervello va via per sempre – va via il cervello va via - e cala una nebbia viola come il fumo del fuoco di uno sciamano dentro un tepee.
E lo stregone canterà il gospel, come quando mi ci portava l’altra nonna quella negra, alla chiesa metodista.

Al faraone tu dirai…
Lasciali partir…

Adesso sentite qui. Ogni tanto spunta fuori uno stronzo che dice che sto con loro. Uno che dice che sono del black power e uno che dice che sono del flower power, uno che dice che sono contro la guerra in Vietnam e un altro che dice che sono a favore.
Ma non sono io, non sono nessuno, non sono niente, neanche uno di tutti quei milioni di mondi possibili.
Io sto svenato e inchiodato come un Cristo Salvatore inchiodato con le schegge di specchio, come una mosca imprigionata in uno specchietto da cipria.
E là dentro manca l’aria. Fuori che senza l’aria, se manca l’aria, se l’aria se ne va, non c’è aria e l’aria che manca  mi rantola nella gola… e i polmoni implorano aria – implorano, e implorano, e implorano, i polmoni… - e invece scende solo il sapore rancido del vomito e del sangue… allora nulla di questo nulla sarà servito a nulla.


Ora ascoltate qui: io credo nelle dodici battute.
La maggiore re maggiore mi settima, la maggiore  mi maggiore, re maggiore la maggiore.
Credo nel blues e che il resto si vada a fare fottere e si sbricioli in milioni di briciole.
E quegli stronzi di cane possono fischiare quanto cazzo gli pare, se ne hanno voglia, tanto non li sentirò più.
Perchè magari non ci sarà più una via di uscita.
Nessun’altra, via d’uscita.
E invece il blues me l’ha promesso, che sarebbe stato la mia via d’uscita, quella notte che ho aperto il baule di mia nonna, ed era pieno di dischi e su quei dischi erano incisi suoni da negri e avevano, scritti sull’etichetta, nomi da negri e portavano stampate, sulla copertina, le facce di negri.
E quelle lettere B, L, U, E, S, si sono guardate riflesse su centinaia di specchi e improvvisamente sono diventate milioni, e milioni di milioni - di milioni di milioni di milioni - di lettere riflesse in miliardi di specchi in una stanza piena di specchi.
E il Signore, coronato di fulmini, me l’ha giurato su suo Figlio, che il Blues mi avrebbe salvato la vita.
Adesso è tutto chiarissimo, qui all’Hotel Samarcanda di Londra, affacciato sul deserto dell’Asia minore, percorso da carovane turche.
Solo che non mi ricordo cosa deve essere chiaro.
Però ho capito che vivevo in una stanza piena di specchi, prima.
Tutto ciò che potevo vedere era me stesso riflesso – e riflesso, e riflesso, e riflesso - c’erano centinaia di migliaia di milioni di echi di me.
Tutti diversi, e riecheggiavano dovunque, ma soprattutto  riecheggiavano nella mia testa. Beh, ad un certo punto mi sono fatto coraggio e ho rotto i miei specchi.
E intorno c’era un mondo intero da vedere.
Allora mia nonna mi ha guardato ed ha scosso di nuovo la testa, perché avevo tradito Manitù, che è uno che non si dimentica mai di te. Magari succede l’opposto, tu ti dimentichi di lui. Ma lui di te no. Il grande spirito soffia sulla pianura e sull’altopiano, giù dal crinale dei monti, e soffia – e soffia e soffia e soffia e soffia e soffia – e porta l’odore di neve. E il vento, soffiando, disperde le nuvole.
E soffia.
E soffia.
E soffia.


E invece ora una nebbia rossiccia mi vola tutt'attorno, e non so se vado su o giù.
Brucia fratelli. Eccome se brucia.
E’ come lava che risale nell’esofago, e gorgoglia in gola. E fuori, la notte è striata di luce, fuori dalla quella finestra c’è il mondo, e si potrebbe guardare fuori, qui a Samarcanda, e guardare i cespugli che arrivano rotolando sulla sabbia del deserto, e invece non ci sono neppure gli specchi, a riflettere la
mia faccia sofferente.
Sono su di giri o in depressione? Comunque sia, quella ragazza mi ha stregato.
Quella con quegli occhi da gitana.
Che ce li aveva anche Janis, quando li teneva aperti. Fuori che glieli hanno chiusi, quando è morta, perché ce li aveva sbarrati.
Scopare con Janis era come tenere a terra una tigre del Bengala a mani nude.
Ma la risposta non la sapeva neppure lei. Così ad un certo punto capace che si è rotta le scatole. Ha capito che era tutto inutile forse. E così ha detto una cosa del tipo: “Vah beh, io vado.”
E si è avviata, senza Mercedes Benz.
Guarda che Janis non è morta, che stai dicendo cat. Le hai allungato la vita, con questa storia che è morta.
A parte che lei se ne frega.
Ma forse è che il tempo sta dando i numeri, non so più in che tempo siamo, siamo in quattro quarti?
No perché senza il tempo allora tutto può essere insieme, il prima può essere dopo e il dopo non esiste per nulla. Perché è dopo, ma non può esserci dopo se ora non riesce ad essere altro che ora.
E Janis non so neppure se l’ho conosciuta, o era solo un sorriso riflesso in uno specchio qualsiasi in una stazione d’autobus o nel cesso di una road house – lungo la strada, lungo la strada, lungo la strada - quando ci andavo a suonare.
Eppure ci deve essere, una via d’uscita da qui, l’ha detto il Joker al ladro.
A mia madre non gliel’avevano detto, che esisteva una vita d’uscita, perché non vale la pena di sprecare i segreti per una negra, che tanto muore comunque, e allora lei ha deciso che l’unico modo era dormire il più possibile.
Era negra, ed era una bambina, mia madre. Aveva diciassette anni, che sono nato io. Ma non fa niente, in certi posti si cresce presto.
Era una bambina negra, mia madre. Ed era una troia, diceva mio padre, prima di cambiarmi nome. Anzi, me l’ha cambiato proprio per quello. Perché non si sapesse in giro.
Una volta un ragazzino amico mio voleva ammazzare la sua donna, perché l’avevano vista in giro con un altro.
Forse te l’ho già raccontato, ma tu chi sei, cat? Perché non mi sollevi la testa, che non riesco a respirare? O forse non ci sei neppure, e sto parlando da solo, capita anche questo sai.
Cazzo me ne frega, lo ridico tanto mi sto immaginando tutto.
Si chiamava Joe, il ragazzino.
E così gli faccio: “Dove cazzo vai con quella pistola in mano, ragazzo?”
E lui ha detto che prima sparava, e poi scappava in Messico.
E non sapeva che bastava cambiare nome.
Non gliel’avevano detto neanche a lui.
Come invece ha fatto mio padre con me.
“Questo è il tuo nome vero, non quello di prima.”
Ma tanto il destino mi ha riconosciuto lo stesso.
Ehi cat, qui il respiro si sta fermando, che facciamo?
Dev’essere successo qualcosa al tempo, va fuori tempo. Però ci deve essere dell’altro, perché non riesco più a succhiare l’aria.
Dentro il baule di mia nonna c’erano vecchi giornali che parlavano di guerre finite da un pezzo e dimenticate, assieme ai loro morti. E c’era pieno di nidi di topi, e vecchi dischi di Blues.
Muddy Waters, e B.B. King, e John Lee Hooker, rosicchiati e impastati di saliva, a far da nido alle larve di ratto.
Li avrei mangiati, quei dischi, per far prima.
E ancor oggi, se sento il blues, quello suonato dai vecchi, sento odore di merda di topo.
E’ un profumo che sa di Paradiso.
Lo stesso profumo che avrebbe l’aria di Londra, o di Samarcanda, se riuscissi ad allungare la mano fuori dalla finestra, acchiapparne un po’ e portarmela alla bocca, come la manna che diceva il prete in chiesa, quelle volte che ci andavo con nonna, la nonna negra.
La manna che ha sfamato Mosè, ecco sì quella: mi permetterebbe di respirare, se riuscissi a cacciarlo via, questo acido che mi gorgoglia in gola, come un lavandino stappato male.
Senti questa adesso: il vetro rotto è rimasto tutto nel mio cervello, non è caduto fuori. Ci sono schegge dappertutto e schizzi di sangue. Il vetro rotto sta lì dentro, tagliando urlando e piangendo nella mia testa.
E dalla mia testa, dove sto rannicchiato e grido di dolore, io mi allargo ed esco fuori, e ricostruisco l’immagine del mio corpo usando la mappa degli spasmi che mi trafiggono, sono la Madonna delle sette spade, sono arrotolato nel letto, ho lo sguardo ribaltato che si vede il bianco dell’occhio e sento un riff, ma lontano lontano, giocato sul mi minore, con una modulazione sulla sesta.
E nessuno mi solleva la testa per farmi respirare.
Però non mi ricordo più a cosa serve, e se serve.
Cado sul ciglio della strada, ma sento un dolce richiamo la mia Occhi Gitani sta arrivando, e sono salvo.
Era anche l’ora, ho aspettato abbastanza.
E sono salvo. Ecco perché ti adoro.
Ho detto che ti adoro.
Ti adoro.

Dio se ti adoro.