domenica 10 febbraio 2013
domenica 6 gennaio 2013
POLLO SARA’ LEI
Francesca ha
ragione, e l’arte gliene renderà merito.
La pop art,
sia chiaro. Quella cialtrona che amo io, che sta nei musei a dispetto dei santi
ed adorna i muri di case in cemento armato. Che decora le copertine dei dischi
e (certi, ormai non troppi…) cartelloni pubblicitari per strada.
E a dirla
tutta, gliene renderebbe merito anche Giacomo Puccini, se fosse qui a parlarne,
ne sono certo.
Passo pochi
giorni all'anno nella mia città di origine, La Spezia, ma quest’anno, sotto le
feste anche se in mezzo ad un tocca e fuggi, sono riuscito a vedere "IMAGINARIUM, la mostra" la bella esposizione
delle opere pittoriche di Francesca Pasquinucci, curata - col solito garbo
discreto di chi sa e non ha bisogno di ostentarlo – da Anna Maria Monteverdi.
Ci volevo essere, anche perché con Francesca, pur senza conoscerci di persona –
e continuiamo a non averlo fatto, perché il giorno della mia visita lei non c’era…
- avevamo parlato epistolarmente, per epistola elettronica dico, al tempo dell’uscita
del mio libro “Tenco e gli altri”. Le volevo parlare di una mise en espace del mio “Un
fannullone senza talento”, monologo dedicato a Giacomo Puccini e avevo pensato che dei suoi cartonati un po' alla Lele Luzzati sarebbero stati un ottimo luogo scenico.
Il mio era un Puccini
toscanaccio, un po’ cialtrone e smaliziato, come mi piace immaginarlo (e come
non sono affatto certo che fosse, se non per intuito, che i ben informati
possono contestare ma non smontare: Tiè.). Un Puccini per il quale sentivo il bisogno di un contrappeso che lo restituisse al mito, anche se nella lettura iconoclasta di Francesca. Un Puccini che si presentava in
scena con greve accento luccese e col disincanto di chi parla dalla fine dei
secoli.
I figli de’ gatti, prima o poi…
finiscono per acchiappare i sorci. (ci
pensa) Eh. E icchè sarà mai. E’ saggezza
popolare. (enumerando, con lieve tono di sufficienza) “Da un fico ‘un vien
fuori una mela.”… “Il frutto non cade lontano dall’albero.”… “Mastro Santo ha
lasciato il disegno, che la tacca assomiglia al legno.”…e… “I figli de’ gatti,
prima o poi, finiscono per acchiappare i sorci.”
Sòna pure simpatica, a sentirla. Gli
è musica.
(Solfeggia la frase, accompagnandosi con
il tipico gesto della mano…)
“I figli de’ gatti…” …tutte sincopi,
sentite come ogni sillaba appoggia sulla battuta dopo? “Prima o poi…” una bella
quartina, con un legamento alla terza nota … “…finiscono per acchiappare i
sorci.” Qui, tutte terzine. E poi la corona. Sulla “o” di sorci. (allarga le braccia: come volevasi dimostrare)
Gli è musica. (un tempo, si rabbuia) Fuori che per me.
(ci pensa ancora, come se dovesse
sputare un rospo. Poi…)
E son figlio di gatto, va bene? Vengo
da una famiglia di gatti. Cinque
generazioni di gatti. Cinque generazioni
d’organisti, maestri di cappella, insegnanti di musica… …ma se ve lo posso di’… io ‘un c’avevo punta
voglia, di andare a caccia di roditori. Ma
poi… si sa come vanno queste cose, mio padre ci ha mollato troppo presto, è
morto prima di darmi il tempo di inventarmi un modo per campare la vita, pace
all’anima sua, e a casa ‘un si poteva mica scialare, in qualche modo la
scodella in tavola a desinare andava messa…
…sicché ho finito per acchiappare
topi.
Ero stato io
a cercarla, Francesca, dopo aver visto in foto – Dio benedica i social
network - il suo Puccini Pop ed esserne rimasto entusiasta. Un Puccini rimasticato, smontato e rimontato. E poi rimesso nel suo mezzo busto in bianco e nero, e ripittato con gli stessi colori del glitter rock: gialli dorati, rosa shoking, verde shampoo alla mela acerba.
Alla faccia dei
puristi.
Che poi sono quelli che a forza di nutrirsi delle mele acerbe della loro supponenza, e delle limonate astringenti
del loro settarismo prima o poi si procurano una stitichezza emozionale. Ma che
vogliamo fare, le nonne lo dicevano sempre, di non esagerare col limone.
Insomma, se
riesco per una volta in vita mia a non divagare, racconto di come mi piacque
moltissimo l’idea di prendere il buon Giacomo ed imbrattarlo di colori
psichedelici ed elettrici, restituendolo alla dimensione che – a mio
modestissimo e vituperabile parere – è sua da sempre: quella di pop-star. E ancora, anche se è prevedibile, ma che ce ne frega, siamo alla gara a chi la inventa più originale? No, mi pare, stiamo parlando di emozioni...
E ancora dicevo, l'omaggio ai quattro ragazzi di Liverpool, che di quel pentolone pop in cui tutto gorgoglia sono tra i numi tutelari.
E fin qui,
tutto bene, in fondo è luogo comune che Puccini fosse un grande genio della
musica ma anche uno splendido cialtrone no? Non sono i Beatles ad avere dato il via - nei secondi anni sessanta, non soli, ma di certo tra i più incisivi - ad una estetica stralunata e coloratissima con Yellow Submarine? Insomma, ci muoviamo nel lecito, no?
No. Francesca imbratta di colori
elettronici anche Verdi, il compositore per antonomasia – che adoro, sia chiaro
– la gloria della musica – seria – italica, così serio e impettito che è finito
perfino sulle millelire.
E qui, già
sento le lamentazioni, i pianti e i laii dei soliti padroni della cultura e
della musica, quella classica ovviamente, l’unica vera musica, intangibile ed
iperurania.
Occhio. Gli
stessi discorsi, nella mia ormai disincantata vita di cultore del suono che
procura emozioni, che non ha pareti, li ho sentiti fare dai talebani del free
jazz, dai ludditi del blues di New Orleans, dai fricchettoni del progressive,
dagli arguti intellettuali della canzone d’autore e così via. E ovviamente da
preti di ogni razza e colore: qui ci sta la verità, il resto è cacca.
Personalmente,
adoro scollinare e dirazzare, correre su qualsiasi campo mi si schiuda davanti,
purchè mi emozioni. Certo, posso capire una
certa intransigenza se parliamo di Gigi D’Alessio o Fabio Volo, e se
qualcuno tira fuori la Pausini o Baricco divento addirittura forcaiolo.
In
tutti gli altri casi, a mio modestissimo parere, le categorie altro non sono che steccati
tranquillizzanti per i miopi. Così non rischiano di perdersi nella vastità del
mondo.
Ma qui il
discorso si fa troppo greve. Francesca Pasquinucci invece ha mano leggera e disincantata, e
non si spaventa a mantecare colori da evidenziatore con pastelli di memoria
cinquecentesca. Prende il buon Giacomino e lo veste con le divise –
paradossalmente ironiche già allora – indossate dai Beatles sulla copertina del
Sergente Pepe.
E lo stesso gioco fa, citando e insieme sfidando il suo
inevitabile riferimento, Andy Warhol, quando candida Marlene Dietrich ad
alternativa esistenzialista alla Marilyn che tutti conosciamo, e diciamocelo,
amiamo. Ma lo fa sbaffandole il viso come facevamo da bambini, giocando agli indiani.
E non mi voglio neppure avventurare nella ricerca di un significato recondito, perché sono quasi certo che non c'è.
Vedete, in certi casi uno rischia di fare la figura del pollo.
Che c’entra il pollo? C’entra.
Un altro
caro amico, Renato de Rosa, indefinibile corsaro della scrittura e talmente
indefinibile che a volte scambia l’essere ostinato e contrario per essere
sempre in posizione scomoda e criticabile, ha pubblicato per Mursia uno
splendido libro: La variante del pollo, ovvero come fare bella figura senza
aver mai letto un libro.
Beh, Renato,
che è cresciuto a pane e ironia - tanto che non riesco a capire come faccia ad
essere juventino, ma nessuno è perfetto - ha scritto varianti d’autore scombiccherate di tutti quegli
scrittori che si citano – si devono citare – nelle cene e nei salotti colti.
Così, anche se uno non sa, fa la sua bella figura.
Perchè in questa Italia di improvvisati, di pressapochisti, di giannizzeri e nani, di elefanti del Circo di Mosca, l'unica cosa di cui non si ha davvero bisogno, e sapere le cose.
Sapevatelo.
Per cui, nella nostra Italietta delle mezze calze al potere, è assolutamente sufficiente fare finta, leggere in fretta un riassuntino prima di correre a una qualsiasi riunione di buoni, che, come dice Edoardo Bennato, arrivano perchè finalmente hanno capito che qualcosa qui non va, ah-ah-ah-a, ah-aha-ah.
Ma sì, basta il riassuntino. Tanto la cultura non è mica materia elettorale. Tanto non c'è nessuno, meno che mai tra chi ti deve valutare, in grado di capire se le cose le sai o no. E così, ben venga il riassuntino, caso mai servisse.
Però si sente, in lui - in Renato, dico, non in quello che fa la sua bella figura - il ghigno di
chi sa e conosce, e in cuor suo se la ride, anche fuori se
si atteggia a persona seria, come un commesso viaggiatore che ha scoperto che c’è
lo sciopero e al casello non si paga.
Francesca
invece ha una grazia tutta femminile nel giocare col mito. Parlo dei miti della cultura popolare, quelli del pop e dei fumetti, e della musica che tutti conoscono e amano, come Puccini perché prima di tutto, per la gente comune, è l'autore di grandissime canzoni.
Ma il mio mistero è chiuso in me... il nome mio nessun saprà...
Ma il mio mistero è chiuso in me... il nome mio nessun saprà...
E soprattutto, questa considerazione ci
suggerisce garbatamente che la figura del pollo la fa chi pensa di non esserlo, e colma le sue lacune coi social media e coi Bignami. (Su questo penso sia d’accordo
anche Renato, ma lui non lo dice, deve vendere il libro…)
(Ma no, lo dice... Però
non ditelo in giro. Anche perché il suo
libro non è un Bignami, è bello grosso.)
Dicevamo: che
c’entrano i polli? Come vedete, c’entrano sempre.
Francesca che non ha nessuna pretesa di
insegnare nulla – non è, come direbbe qualcuno, un’intellettuale spocchiosa - buon per lei – è ben consapevole di non avere inventato l’acqua calda. Sa
benissimo che c’era Andy Warhol anni e anni prima e prima ancora il Big Bang. Tanto è vero che - a prova di
pollo -prende e cita la famosa lattina di zuppa Campbell, casomai non si fosse
capito.
Perché, da artista senza passaporto, che non fa parte dei poeti laureati,
che non conosce come non le conosco io le strade che portano ai palazzetti del potere dove siedono dal principio dei tempi quelli che hanno imparato a memoria l'Argan... - o lo dicono, tanto nessuno si prende la briga di controllare, e magari hanno appena chiesto a Renato de Rosa di simulargliene alcuni stralci (non ti invidio, Renato...)...
Francesca sa bene che la pop art è soprattutto questo.
Riuso del riuso del riuso.
E che della
pop art, come del maiale, non si butta via niente.
E neppure
del pollo, se è vero, come è vero, che in Cina ho visto servite come antipasto zampe di
gallina marinate.
Il pollo.
Già. Ecco cosa c'entrava il pollo.
Il pollo ruspante ed impettito di Renato, che razzola per le stanze della sedicente cultura, nei corridoi di Viale Mazzini e di Cologno Monzese, nelle istituzioni culturali e alla direzione di festival cinematografici e teatri civici. Ciambellano del nulla, avanzo di segreteria, scriveva Francesco De Gregori.
Il pollo ruspante ed impettito di Renato, che razzola per le stanze della sedicente cultura, nei corridoi di Viale Mazzini e di Cologno Monzese, nelle istituzioni culturali e alla direzione di festival cinematografici e teatri civici. Ciambellano del nulla, avanzo di segreteria, scriveva Francesco De Gregori.
Il pollo pop e vagamente fumettistico che Francesca personalizza e rende riproducibile all’infinito – su magliette, grembiali da cucina, salviette, cuscini, tendine e strofinacci – il segno artistico che si spernacchia e si sberleffa da solo.
E che mette
in cornice un altro pollo.
Eccolo lì, lo riconoscete?
Sublime simbolo di una cultura che non sa ridere di sé.
Sublime simbolo di una cultura che non sa ridere di sé.
domenica 23 dicembre 2012
ADESTE FIDELES (raccontino di Natale)
Adeste,
fideles, laeti triumphantes...
Venite, venite
in Bethlehem.
Natum videte Regem angelorum...
E’ freddo, e le goccioline portate dal mare si condensano
sul viso. Mi maledico, non volevo venirci. Lo sapevo, non dovevo venirci. E’
sempre così, le cose le intuisco, anche questa volta mi si è stampata
chiarissima nel cervello. Le intuisco ma poi non le faccio. Non dovevo venirci.
Non per il bambinello, per carità.
Non mi fa né caldo né freddo, il bambinello.
M’infastidiscono, invece, quelle espressioni estatiche
sul viso delle vecchiette. E quei sorrisi spaesati che frullano da uno sguardo
all’altro sul viso delle famigliole che si stringono per combattere il vento di
mare.
Guardo l’orologio; è quasi mezzanotte.
Ad un centinaio di metri dalla riva, come fuochi fatui,
brillano le candelette di soccorso dei sub. Fuochi verdi, artificiali, che si
agitano sotto la superficie dell’acqua. Come il link di un cursore su uno di
quei vecchi computer di una volta.
C’e’ uno sciabordio placido, che si aggroviglia tra i
ventri delle vecchie barche ancorate alla catenaria. Sullo scivolo di cemento
interrotto a tratti regolari da doghe di legno, che serve per mettere in acqua
i natanti, anche le alghe che sono cresciute d’estate ora sono fradice, marcite
dal freddo. Sono una guazza verde e maleodorante, scivolosa.
Il prete si avvicina, appoggiando i piedi con cautela. Il
mare è calmo, neppure un’onda increspa la superficie, fa troppo freddo anche
per loro.
Ed io do un’ennesima ravviata alla sciarpa, mentre
accendo una sigaretta. E mi rendo conto di quanto la maledirò.
Venite
adoremus, venite adoremus,
Venite adoremus,
Dominum.
Non credevo ci saremmo arrivati, a questo Natale.
Otto mesi fa, quando è successo tutto, ho creduto che
sarei morto. Quanto sono banale, sono come tutti. Figurarsi se è interessante
sentire la storia di due che si lasciano dopo essersi martoriati nel tentativo
di capirsi. Però non ne ho altre, di storie, e questa è la mia.
Nella scena, io sono quello con l’espressione annoiata che guarda i
paesani che con occhio pio scrutano il pelo dell’acqua, per vedere emergere il
bambinello dagli abissi. E che si sente morire, dice. Ma sono solo cazzate.
Invece non si muore per amore… (…è una gran bella
verità… canticchia Battisti in un angolo della mia testa…). No, che non si
muore. Troppo facile. Invece, si continua a vivere, con un nodo sotto lo sterno.
Come un pugno allo stomaco - che però non rimbalza.
Che rimane incastrato lì, tra le carni. E tu te la porti
dietro, quella persona che ti ha colpito al diaframma. Te la trascini dietro
per le vie, con la sua mano incastrata nella tua pancia. E lei non lo sa, che
sta incastonata lì, sotto le costole. Così ti cammina a fianco, con il braccio
ripiegato in un innaturale angolo, un po’ china per non farselo troncare. E
ogni passo che fai il rimbalzo del tuo piede sul terreno la agita, quella mano
che ti fruga i visceri. E il dolore risale lungo la spina dorsale, fino al
cervello. Un dolore sordo s’inerpica lungo la base del collo e ristagna in
gola. E non puoi piangere. Perché non sei un bambino, e la mamma non arriva.
Non arriva più.
Venite fedeli, l'angelo ci invita,
Venite venite a Betlemme!
Non credevo che ci sarei arrivato, a questo Natale: il
primo Natale senza Lisa e senza i suoi occhi blu. E in ogni caso non credevo
che ci sarei arrivato così. Infatti, probabilmente, non ci sono arrivato.
Questo qui, che sta aspettando il Natale, è un altro. Io
non ci sono qui. Non ci sono più, sono andato un attimo di là.
Torno subito lasciate un messaggio.
Ma poi torno, lo giuro di fronte a Dio, se si decide ad
uscire fuori dall’acqua.
Perché è fredda, la notte del Santo Natale 2005, il
Natale che non avrei mai immaginato di vivere.
Ecco, si.
Qui siamo dietro un angolo che non dovevo voltare. E se
mi guardo indietro, prima della svolta, non trovo più nulla.
Non c'è più nulla.
Sono… anestetizzato. Perfino il freddo non punge.
E una sensazione prepotente d’irrealtà mi avvolge.
Come lana di vetro.
Che non scalda, ma irrita la pelle.
In alcuni momenti, nel corso della vita, mi è capitato di
vedermi da fuori, c’avete presente quando voi rimanete lì con i piedi
desolatamente inchiodati alla terra e lo sguardo puntato su un qualsiasi
orizzonte a caso, ma contemporaneamente vi immaginate di salire in cielo a
cavalcioni di un dolly metafisico e guardarvi da lassù, piccoli e indifesi come
formichine e anche un po’ insignificanti?
Questo è uno di quei momenti.
Chissà che sta facendo, ora Lisa.
E cosa fanno i suoi occhi blu.
Da lassù in cima, aggrappato all’asse metallico del
dolly, mi vedo qui giù, ineffabile, in piedi sul molo con le mani affondate
nelle tasche del giaccone, e quello sguardo frastornato e annoiato, la sciarpa
a coprire la bocca… poi la scosto, però, per dare ancora un altro tiro alla
sigaretta che mi causa un improvviso, violento, accesso di tosse.
Che ci sto a fare qui?
No, non “qui a vedere il bambinello che esce dagli
abissi…”
Qui-qui.
Che ci sto a fare QUI: da questa parte della pagina, quella
che ho voltato.
All’incipit di questo capitolo che non conosco, che non
mi piace, che mi sconcerta… che ci sto a fare? …e soprattutto, che cosa voglio
fare? Mi scopro, di colpo, ad illudermi in meteoriche astrazioni, illusioni
di un futuro che è ben al di la dal rivelarsi… di giorni di sole, e di sapore
d’altre labbra, di vento tra i capelli… bah.
Il bambinello è ancora sotto il pelo dell’acqua, e il
prete sta già sul molo, intirizzito nella sua sottana nera.
I chierichetti si guardano intorno e salutano papà con la
manina.
Nasce per noi
Cristo Salvatore,
Venite
adoriamo, venite adoriamo,
Venite
adoriamo il Signore Gesù.
Vedi, io non so perché ti
dico tutto questo. Come avrai ormai capito, non va da nessuna parte. Gira su se
stesso come un criceto in una ruota. (corri, corri pure… sempre qui stai…)
Ma stanotte le parole
vogliono uscire. Sono avaro di particolari, lo so. E tu vorresti il disegno del
sorriso di lei.
Sai già che aveva gli
occhi blu, Lisa.
Ma non aveva più le
trecce.
E senza non sembrava la
stessa.
Ma tu vorresti di più,
vero?
Vorresti gli accenti delle
sue risate (non erano cristalline, erano… arrugginite. La sua voce era
sgraziata. Eppure era la sua.)
Vorresti i brandelli del
suo corpo, sporzionato in dadini sanguinolenti e vorresti la mia mano che te li
porge sulla lingua protesa, vorace, ingorda, maledetto cannibale.
Vorresti vita, morte e
miracoli di Lisa, e il lampo malvagio di quello sguardo azzurro, quando ha
detto che le dispiace, ma non potevamo continuare così.
E vorresti il mio
silenzio, perché lei aveva ragione.
E vorresti l’arco del mio
sguardo che si abbassa al pavimento. E il brivido sulla schiena, la vertigine
che ho sentito in quel momento, sporgendomi dal baratro, per guardare giù, il
futuro. E capendo che sarebbe stato un futuro senza Lisa.
Tutto questo vorresti,
perché sei un voyeur.
Come lo sono io, mentre mi
spio vivere, e lo metto su carta.
Ma non c’e’ nulla di
intimo, nella descrizione degli occhi di una donna.
(Erano belli, va bene?
Erano belli. Blu, e profondi, e infidi e sfuggenti, e ridenti e belli. Ma se lo
dico io non vale, tu lo capisci…) Non c’e’ nulla di eccitante nel ricordo del
suo seno sotto le mani
(Era pieno, e florido.
Lievemente sfiorito. Ma cosa c’e’ di eccitante se lo dico io? Che ne sai, se il
ricordo così come te lo offro non stia rendendo una realtà prosaica più
desiderabile del vero?)
Sei un guardone, ecco cosa
sei.
Vai via di qui e lasciami
al mio dolore privato.
La luce del
mondo brilla in una grotta
la fede ci
guida a Betlemme!!
C’e’ un brivido, sotto il pelo dell’acqua, ora.
Forse il bambinello sta per riemergere. (Ma quanto cavolo
in profondità lo seppelliscono, sotto quanta acqua giace, la luce del mondo?)
Forse aspettano la mezzanotte esatta per tirarlo fuori.
Forse i sub sono la, sotto la superficie, alcuni
centimetri sotto, e qualcuno dalla barca infila il braccio in mare per fargli
vedere che non è ancora il momento di salire…
E loro stanno lì, e attendono.
Chissà se là sotto si sente, questo canto questa nenia
che continua come se fosse sempre esistita.
Chissà se cantano anche loro, là sotto.
Se le bollicine dei loro boccagli, scoppiando a contatto
col pelo dell’acqua, liberano minuscoli brandelli di canzone….
Nasce per noi
Cristo Salvatore,
Venite adoriamo,
venite adoriamo,
Venite
adoriamo il Signore Gesù.
Era bella, Lisa. Per dio
se era bella.
Potrei riempire pagine e
pagine, di - quella volta là… e
quell’altra che…. E mi ricordo, oppure… - Ma non è questo che ti racconterò, mi
dispiace deluderti. E non puoi neanche lamentarti, perché non hai pagato il
biglietto.
Non racconterò questo,
perché non è questo che mi devasta l’anima.
È il rinnovamento, la mia
sentenza di morte. Molto più delle mie sessanta Marlboro al giorno.
Vedi, è l’impossibilità di
rinnovarmi che mi impianta le unghie nell’anima e ne strappa brandelli,
sputandoli al vento.
Nulla si rinnova.
Non solo io, nulla si
rinnova, è un’illusione, il rinnovamento.
Quello che non si decide a
manifestarsi, come questo bambino che non vuole uscire dall’acqua.
Il prete batte lievemente
i piedi per terra, per combattere il freddo. La gente borbotta. Non tutti
stanno cantando, ora.
Perché il rinnovamento è
un attimo, lo diciamo sempre.
“Ti svegli una mattina e
ti accorgi che hai svoltato davvero. Che stai bene. Ed hai di nuovo voglia di
vita…”
Ma intanto, è mezzanotte e
cinque, e il bambinello non esce.
La notte risplende, tutto il mondo attende
seguiamo i
pastori a Betlemme!
Ora, io non so dove sto andando a parare, peggio per chi
mi ha seguito fin qui. Magari mi avesse seguito Lisa. Saprebbe quanto soffro
per lei, e forse avrebbe voglia di tornare indietro. Ma magari no. E magari non
è questo che voglio. Non lo so.
So che vorrei che la vita mi desse un segno. Vorrei
sollevare lo sguardo al cielo, e veder fioccare meteoriti e stelle cadenti.
Oppure il solleone.
Ecco sì.
Il solleone a mezzanotte e dieci, la notte di Natale. 25
dicembre. Quello sì, che sarebbe un segno. Inequivocabile…
Nasce per noi
Cristo Salvatore.
Venite
adoriamo, venite adoriamo,
Venite
adoriamo il Signore Gesù.
…ma poi?
Cosa cambierebbero, in questa vita un po’ sfilacciata, in
cui sono inciampato, da questa parte dell’angolo?
Vorrei che un angelo dal cielo, San Michele Arcangelo coronato
di fulmini, scendesse e mi percuotesse con la sua spada.
E mi rendesse nuovo.
Pulito e vergine come il culetto di un neonato. Che mi
rinnovasse il Jackpot, tanto per permettermi di sperperarlo un’altra volta. Senza
Lisa e i suoi occhi invadenti oddio sì!
Senza di lei, finalmente.
Stanotte, per un attimo, mi sembra possibile.
Vedi, amico mio, sei gentile ad avermi seguito fino a
qui, in questa lunga attesa.
Vedi… il rinnovamento non è una parola magica. Forse
sorge dalle acque. Ma è solo il principio di un altro, ennesimo, ciclo.
E allora perché lo desideriamo e percorriamo di nuovo
quei sentieri? Forse, per illuderci di vivere.
Perché ognuno ha la vita che si merita.
Di colpo, mi scopro a desiderare che quel povero cristo
bambino non esca mai più, da quelle acque maleodoranti di carburante per barche
a motore.
C’e’ una pellicola sottile, sul pelo del mare. E’
traslucida. Forse sono ancora gli oli solari di quest’estate. Forse è solo che
è notte, e la tensione superficiale, col freddo aumenta.
Ma vorrei non si infrangesse mai.
Che quel puttino dalle guance bianche e rosse restasse la
sotto, in eterno, sbattuto dalle correnti, a marcire.
Non uscire, Bambino Gesù.
Fai questo miracolo di Natale.
Dimostra a me, e al mondo, che il cambiamento e il
rinnovamento sono una gabola. Che ambedue sono invenzioni per i fessi, come la
fine del mondo dei Maya. Vermi di terra che si ritorcono su se stessi e si
avviluppano in un nodo senza futuro.
Non rivelarti, Bambino Gesù.
Fammi questo dono.
Così sarò meno solo, in questa nicchia del tempo da cui
non so uscire, come tu non esci dal mare. Fallo per me. Regalami una notte
speciale, non uscire…
Il figlio di
Dio, Re dell'universo,
si è fatto
bambino a Betlemme!
E invece no.
E invece esce, sembra quasi che abbia gusto, a smentirmi.
E alle vecchiette si inumidiscono gli occhi.
E’ nato ancora una volta.
E’ nato per morire tra tre mesi, per i peccati che loro,
poverine, non possono più fare.
O che probabilmente, non hanno mai fatto.
E che io, lo prometto, farò ancora, di nuovo.
Come fumare. Lo so bene che mi ammazzerà. Ma qual è
l’alternativa?
E allora continuerò ad essere disperso e sconcertato,
senza via e senza speranza, come sono e fui. Produrrò peccati, te lo prometto.
Ma lo farò per te, Bambino Gesù.
Per dare un senso al tuo prossimo emergere dalle acque.
Ti guardo, mentre i sub ti depongono sulla conchiglia. Sorridi, di quel sorriso
senza consapevolezza dei cartoni animati che ti hanno disegnato in viso.
Ma forse sono io che ti vedo così, e sto sbagliando
tutto. C’era qualcosa che dovrei ricordare, era sepolta laggiù in fondo in cima
all’infanzia…
Ma ora non la so più.
Lenta, morbida, con l’incedere tranquillizzante delle
cose concrete, delle cose che si conoscono bene, quelle di ogni giorno, la processione
si avvia.
Nasce per noi
Cristo Salvatore.
Venite
adoriamo, venite adoriamo,
Venite adoriamo il Signore Gesù…
Ora il prete canta nel microfono, e il megafono gracchia.
Il bambino ondeggia, le manine protese in un gesto di
benedizione. Ma chi gliel’ha insegnato, a benedire, se è appena nato, se è
nuovo?
Ma è davvero nuovo?
Non è lo stesso pupazzetto dell’anno scorso?
Dio, quanto vorrei crederti.
Sorride, lui.
Mi sta dicendo che tutto è stato perdonato, prima ancora
che avvenisse.
Inutile peccare, in queste condizioni. Come sporcare una
parete il giorno prima che venga ridipinta.
E lui, sorride.
Che ne sai, tu, che c’era lei. E che ora non c’e’ più.
Che ne sai. Lisa aveva gli occhi blu, ed era bella e spietata.
Ma vedi, era un’illusione anche lei. Come se per sopravvivere
avessi scelto di giustificarmi in qualcun altro.
Ma tu queste cose non le sai ti occupi di altre cose,
tipo eternità e infinito. E io gioco coi miei piccoli giocattoli, risposte
insignificanti come trovare la forza per dimenticare Lisa, o il coraggio di
accettare la vecchiaia. Cosette, che tu non sai nemmeno.
O forse no. Le sai, tu sai tutto, sei onnisciente, in
cielo in terra e in ogni luogo… le sai, ma non le ritieni importanti.
Perché in quel tuo sorriso da putto insopportabile che
hai stampato sulla faccia c’è la certezza che tutto il male del mondo possa
essere perdonato, e rinnovato, prima o poi.
E certi momenti mi viene voglia di pensare che devi aver
ragione tu, altrimenti non vale.
Ma poi non ce la faccio, ti chiedo perdono.
Anzi, chiedo perdono a me stesso.
E allora, bambin Gesù, lasciati portare in chiesa dalle
pie donne, ti stanno aspettando, non senti le campane?
Io come sempre rimarro’ fuori.
A fumare.
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