domenica 10 febbraio 2013

SCRIVENDO “QUELL’ENORME LAPIDE BIANCA”




 

 

 

Dimenticare è più semplice.

Ci sono troppi buoni motivi per cui è meglio voltarsi dall’altra parte. Ma il primo di tutti è che ci sono parti che non possono sbagliare, per mandato storico o per missione divina.  Perciò, quando l’evidenza costringe a farsi domande, a valutare la contraddizione, è molto meglio rimuovere. Oppure indicare, a parziale contrappeso, l’errore e la colpa di quelli che stanno dall’altra parte.

Questa bruttura, che parte dall’odioso assunto che chi sta contro è un criminale, è in malafede, è un ostacolo al progresso e alla giustizia, si chiama ideologia.

E sopra questa bruttura è stato costruito il novecento.

Intendiamoci, sarebbe troppo facile fare del qualunquismo e dire che tutti sono uguali. Come dice De Gregori, "è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera". 

Ma una cosa va detta a chiare lettere: ci sono escrementi che puzzano di più degli altri, e questo non va dimenticato. Nessun argomento propagandistico e nessuno sfruttamento del dolore può giustificare lo scempio che qualcuno – che neanche voglio nominare – ha fatto dell’Italia per suoi interessi personali.

 

Così, tanto perché non ci siano equivoci.

 

Ideologia.

Questa parola dal sapore ambiguo è il cancro del Novecento, il secolo breve e violento, che però affonda le sue radici molto profondamente nel tempo, al momento della nascita dei dogmi di infallibilità. 

In nome di Dio, del Partito, del Popolo, o delle Umane sorti, e Progressive, amen.

 

Qualche anno fa ho deciso di scrivere, in occasione della Giornata della memoria, un testo sul dramma dimenticato e negato delle Foibe.

Negato perché, come accennavo sopra, i “vincitori”, i “buoni”, i “costruttori del nuovo ordine” non ci facevano esattamente una buona figura.

Ho deciso di scrivere questo testo perché la vicenda odiosa dei martiri delle Foibe mi pareva il paradigma delle brutture causate dall’ideologia. Ho deciso di scriverlo perché credo negli ideali, e sono convinto che solo gli ideali che si mettono in discussione siano tali.

Ho deciso di scriverlo prima che qualcun altro mettesse su qualche ripugnante fanfara propagandistica, come solo i lacchè del potere sanno fare, soprattutto quando è un potere senza argomenti.

Ho deciso, in altre parole, di metterci il cappello sopra.

 

Peraltro, ero consapevole del rischio che stavo correndo.

 

A volte è facile ottenere il consenso di chi è d’accordo in partenza con quel che dici. Non dico sia meno importante, ma scrivendo “…quell’enorme lapide bianca”, un testo a cui mi sono avvicinato con cautela, quasi con pudore, sapevo che una parte politica avrebbe potuto essere d’accordo con me.

Ma, e lo voglio dire a chiare lettere, a scanso di qualsiasi equivoco, non ho scritto “Quell’enorme lapide bianca” per dar fiato a sfiatate propagande di giannizzeri e saltimbanchi del potere.

Non ho scritto questo testo per fornire argomenti a chi vuole giustificare la propria barbarie morale con i delitti e i morti causati dagli altri.

Ho messo mano a questo testo non solo per esprimere qualcosa che avevo dentro, ma anche per misurarmi con una memoria che all'inizio sentivo non del tutto mia, ed ho scoperto infissa nel cuore. Tuttavia, lo scopo non era cercare consensi. Semmai, interrogarmi sull’assurdità del dogma e del massimalismo, e sulle atrocità che produce.

Troppe volte abbiamo assistito alla conta dei morti, ai libri neri, rossi o di qualsiasi altro colore. 

Troppe. 

E quella conta, quel gioco a rinfacciarsi atrocità che non assolve neanche per un attimo quelle della propria parte, finalmente comincia a stare stretta a moltissimi spiriti liberi.

 

 

Sono cresciuto a La Spezia, negli anni ‘70, lì è avvenuta la mia formazione culturale e politica. Di quegli anni ricordo l’ossessione e l’obbligo di scegliere. La pressione sociale a schierarsi,  la demonizzazione dell’avversario. Possedevo, inoltre, un cognome fortemente identificato, mio nonno era stato combattente della Repubblica Sociale, e mio padre non faceva mistero di essere missino, come si diceva allora.

E sarebbe stato facile per me  decidere di guardare tutto con una lente deformante che veda solo i demeriti, e le brutture, che stanno di là. Invece, ne ero convinto allora e lo sono ancora oggi, non c’erano solo buoni da una parte e cattivi dall’altra, quanto meno, non in tema di violenza e prevaricazione dell’avversario.

(Ribadisco, qualche eccezione c’è, ma gli italiani anche in questo sembrano avere la memoria corta…)

 

 

Ho un ricordo dolcissimo che voglio condividere, ed è il ricordo di una sera del 2006, in Febbraio, a Trieste. Non era il 10, ma era in quei giorni. Luca Violini, che è la voce unica ed esclusiva a cui ho voluto affidare questo testo, ed io, che non sarei mancato a quell'occasione per nulla al mondo, eravamo a Trieste per rappresentare "Quell'enorme lapide Bianca" alla sede dell'associazione profughi Istriani, Giuliani, e Dalmati.

Era una gelida serata di bora, un freddo mitteleuropeo e un mare bigio che faceva pensare alla guerra.

La sala era scarna, uno stanzone da riunioni associative, non un teatro. Sedie semplici e non poltrone, allineate con cura. Una levatina di dieci centimetri e un telo nero sulla parete erano il palco.

Ma quella sera, mentre Luca interpretava le mie parole, sentii una vibrazione nella sala che non dimenticherò mai. Era una vibrazione sgomenta, di chi ancora, dopo mezzo secolo, si chiede perchè e non sa darsi una risposta. 

E, purtroppo, ma comprensibilmente, non sa perdonare.

Alla fine ci trovammo sommersi di mani, di voci, di facce, di abbracci, Luca ed io.

E una vecchiettina bianca e curva, davvero non arrivava al metro e 50, stretta nel cappotto come se ancora sentisse il vento dell'altopiano carsico, venne ad abbracciarmi. Mi teneva stretto e piangeva. 

Mi raccontava che aveva 16 anni, quando successe tutto. E continuava a ripetermi, con un filo di voce: 

"Tu come facevi a sapere cosa c'era nella mia testa?" 

Mi dava del tu, come ad un figlio, ad un nipote, ad un bambino. 

"Ma tu come facevi a sapere cosa pensavo io?" 

E lo ero davvero, un bambino, in quel momento. Un bambino spaurito di fronte al tempo che porta via tutto, ma non certi dolori. Che trasforma una bimba piangente in un mucchietto di ossa e pelle, che ancora piange.

Penso che fino a quel momento l'idea che mi ero fatto dell'orrore delle foibe era una suggestione intellettuale, raccolta sui libri. 

Dopo, no.

Non poteva più. Perchè è questo il dramma vero. Che quelle liste di morti che i politici e gli ideologi del potere si rinfacciano a vicenda contengono esistenze. Vite, legami, affetti, sogni, ideali, speranze. 

Stroncate in nome di un'idea più idea delle altre.



Torniamo a La Spezia, alla fine degli anni settanta. 

Ricordo perfettamente la mia difficoltà, tremenda nell’adolescenza che chiede certezze, ad accettare per intero un bagaglio ideologico o l’altro, con annessi cattivi da eliminare.

Da bambino, mio nonno mi raccontava le atrocità delle foibe. Ma allora, non si poteva dire. Soprattutto non poteva dirlo lui, che era stato fascista, e lo era rimasto. Riconosco, ripensandoci, la forza di un ideale in lui, anche se io non mi sono mai sentito uomo di destra. Ne', peraltro, sono mai stato marxista.

In virtù di una distanza, di un “non allineamento” ai dogmi, se non a quello del pensiero e della coscienza, mi sono sentito legittimato a parlare delle foibe, una tragedia negata per ragion di stato – o di popolo. Ma mi sono rifiutato di avvicinarmi a un grande dramma del secolo violento delle ideologie, usando lo strumento delle ideologie. Me lo sono detto mille volte, mentre nasceva lo spettacolo: stavolta parla la coscienza, la voglia di ideali, ma che siano puliti, per Dio.

Parla il cuore, quel cuore che ha diritto, e il dovere di desiderare ideali. Ma mai ha il diritto di farli divenire alibi per la prevaricazione di chi  quegli ideali  non condivide. In questi anni abbiamo assistito troppe volte con sconcerto alla violenza delle idee, quando si sentono assolute. 

 

 

In una delle sue prime apparizioni pubbliche, a Montecitorio, era il 10 Febbraio 2009, questo testo scatenò una bagarre sulla stampa, per una dichiarazione dell’Onorevole Luciano Violante, che espresse il disagio provato, ascoltandolo, per le brutture e i soprusi di una parte politica di cui, comunque, continuava appassionatamente a far parte.

Mi sono chiesto perché le parole del mio testo lo abbiano toccato nel profondo. Cosa avessero, in definitiva, di diverso da tutte quelle che il senatore avrà di certo ascoltato sulle foibe negli ultimi cinquant’anni. Non so dirlo. Sono certo però che nelle parole che ho scritto ci fosse un’onestà pre-ideologica, credo di essere riuscito a mettercela, perché ho voluto fortemente farlo.

 

Non ho mai pensato di asservire il ricordo delle foibe ai trasformismi gretti e ripugnanti dei lacchè di un potere auto referenziale. Forse quella onestà che dicevo è arrivata nel profondo. Non credo – non posso credere - che un ideale possa generare mostri, nessun ideale, altrimenti ideale non è.

Credo invece che ci si debba vergognare della presunzione di infallibilità che è figlia degenere dei dogmi.

Credo invece che l'unica possibilità di conciliazione in questa Italia avvelenata, avvelenata di negazione sistematica dell'avversario e dei suoi valori, di incapacità di accoglienza e comprensione, sia riconoscere che anche l'ideale che infiamma il cuore può, in mani sbagliate, o in cuori meno capienti, essere movente per la bestialità.

 

Qualsiasi ideale, anche il più puro.

 

Non parlo della gretta malafede, della sistematica manipolazione della verità per interesse privato. Quella non mi interessa, la schifo, non voglio neppure prenderla in considerazione. 

Il protagonista de “…quell’enorme lapide bianca”, Enrico, dice che un ideale è una speranza. 

Forse i tempi sono maturi perché gli spiriti grandi possono incontrarsi su un terreno comune e parlare. 

Quelli che per un ideale vivono ancora, e ad esso improntano la vita personale e politica.

Ma, soprattutto là in cima, non sono tutti.

domenica 6 gennaio 2013

POLLO SARA’ LEI



Francesca ha ragione, e l’arte gliene renderà merito.
La pop art, sia chiaro. Quella cialtrona che amo io, che sta nei musei a dispetto dei santi ed adorna i muri di case in cemento armato. Che decora le copertine dei dischi e (certi, ormai non troppi…) cartelloni pubblicitari per strada.
E a dirla tutta, gliene renderebbe merito anche Giacomo Puccini, se fosse qui a parlarne, ne sono certo.
Passo pochi giorni all'anno nella mia città di origine, La Spezia, ma quest’anno, sotto le feste anche se in mezzo ad un tocca e fuggi, sono riuscito a vedere "IMAGINARIUM, la mostra" la bella esposizione delle opere pittoriche di Francesca Pasquinucci, curata - col solito garbo discreto di chi sa e non ha bisogno di ostentarlo – da Anna Maria Monteverdi. 



Ci volevo essere, anche perché con Francesca, pur senza conoscerci di persona – e continuiamo a non averlo fatto, perché il giorno della mia visita lei non c’era… - avevamo parlato epistolarmente, per epistola elettronica dico, al tempo dell’uscita del mio libro “Tenco e gli altri”. Le volevo parlare di una mise en espace del mio “Un fannullone senza talento”, monologo dedicato a Giacomo Puccini e avevo pensato che dei suoi cartonati un po' alla Lele Luzzati sarebbero stati un ottimo luogo scenico.


Il mio era un Puccini toscanaccio, un po’ cialtrone e smaliziato, come mi piace immaginarlo (e come non sono affatto certo che fosse, se non per intuito, che i ben informati possono contestare ma non smontare: Tiè.). Un Puccini per il quale sentivo il bisogno di un contrappeso che lo restituisse al mito, anche se nella lettura iconoclasta di Francesca. Un Puccini che si presentava in scena con greve accento luccese e col disincanto di chi parla dalla fine dei secoli.

I figli de’ gatti, prima o poi… finiscono per acchiappare i sorci.  (ci pensa)  Eh. E icchè sarà mai. E’ saggezza popolare. (enumerando, con lieve tono di sufficienza) “Da un fico ‘un vien fuori una mela.”… “Il frutto non cade lontano dall’albero.”… “Mastro Santo ha lasciato il disegno, che la tacca assomiglia al legno.”…e… “I figli de’ gatti, prima o poi, finiscono per acchiappare i sorci.”
Sòna pure simpatica, a sentirla. Gli è musica.
(Solfeggia la frase, accompagnandosi con il tipico gesto della mano…)
“I figli de’ gatti…” …tutte sincopi, sentite come ogni sillaba appoggia sulla battuta dopo? “Prima o poi…” una bella quartina, con un legamento alla terza nota … “…finiscono per acchiappare i sorci.” Qui, tutte terzine. E poi la corona. Sulla “o” di sorci.  (allarga le braccia: come volevasi dimostrare) Gli è musica. (un tempo, si rabbuia) Fuori che per me.
(ci pensa ancora, come se dovesse sputare un rospo. Poi…)
E son figlio di gatto, va bene? Vengo da una famiglia di gatti.  Cinque generazioni di gatti.  Cinque generazioni d’organisti, maestri di cappella, insegnanti di musica…  …ma se ve lo posso di’… io ‘un c’avevo punta voglia, di andare a caccia di roditori.  Ma poi… si sa come vanno queste cose, mio padre ci ha mollato troppo presto, è morto prima di darmi il tempo di inventarmi un modo per campare la vita, pace all’anima sua, e a casa ‘un si poteva mica scialare, in qualche modo la scodella in tavola a desinare andava messa…
…sicché ho finito per acchiappare topi.

Ero stato io a cercarla, Francesca, dopo aver visto in foto – Dio benedica i social network - il suo Puccini Pop ed esserne rimasto entusiasta. Un Puccini rimasticato, smontato e rimontato. E poi rimesso nel suo mezzo busto in bianco e nero, e ripittato con gli stessi colori del glitter rock: gialli dorati, rosa shoking, verde shampoo alla mela acerba.   


Alla faccia dei puristi. 
Che poi sono quelli che a forza di nutrirsi delle mele acerbe della loro supponenza, e delle limonate astringenti del loro settarismo prima o poi si procurano una stitichezza emozionale. Ma che vogliamo fare, le nonne lo dicevano sempre, di non esagerare col limone.

Insomma, se riesco per una volta in vita mia a non divagare, racconto di come mi piacque moltissimo l’idea di prendere il buon Giacomo ed imbrattarlo di colori psichedelici ed elettrici, restituendolo alla dimensione che – a mio modestissimo e vituperabile parere – è sua da sempre: quella di pop-star. E ancora, anche se è prevedibile, ma che ce ne frega, siamo alla gara a chi la inventa più originale? No, mi pare, stiamo parlando di emozioni...
E ancora dicevo, l'omaggio ai quattro ragazzi di Liverpool, che di quel pentolone pop in cui tutto gorgoglia sono tra i numi tutelari.


E fin qui, tutto bene, in fondo è luogo comune che Puccini fosse un grande genio della musica ma anche uno splendido cialtrone no? Non sono i Beatles ad avere dato il via - nei secondi anni sessanta, non soli, ma di certo tra i più incisivi - ad una estetica stralunata e coloratissima con Yellow Submarine? Insomma, ci muoviamo nel lecito, no?
No. Francesca imbratta di colori elettronici anche Verdi, il compositore per antonomasia – che adoro, sia chiaro – la gloria della musica – seria – italica, così serio e impettito che è finito perfino  sulle millelire.


E qui, già sento le lamentazioni, i pianti e i laii dei soliti padroni della cultura e della musica, quella classica ovviamente, l’unica vera musica, intangibile ed iperurania.
Occhio. Gli stessi discorsi, nella mia ormai disincantata vita di cultore del suono che procura emozioni, che non ha pareti, li ho sentiti fare dai talebani del free jazz, dai ludditi del blues di New Orleans, dai fricchettoni del progressive, dagli arguti intellettuali della canzone d’autore e così via. E ovviamente da preti di ogni razza e colore: qui ci sta la verità, il resto è cacca.
Personalmente, adoro scollinare e dirazzare, correre su qualsiasi campo mi si schiuda davanti, purchè mi emozioni. Certo, posso capire una  certa intransigenza se parliamo di Gigi D’Alessio o Fabio Volo, e se qualcuno tira fuori la Pausini o Baricco divento addirittura forcaiolo. 
In tutti gli altri casi, a mio modestissimo parere,  le categorie altro non sono che steccati tranquillizzanti per i miopi. Così non rischiano di perdersi nella vastità del mondo.



Ma qui il discorso si fa troppo greve. Francesca Pasquinucci invece ha mano leggera e disincantata, e non si spaventa a mantecare colori da evidenziatore con pastelli di memoria cinquecentesca. Prende il buon Giacomino e lo veste con le divise – paradossalmente ironiche già allora – indossate dai Beatles sulla copertina del Sergente Pepe. 



E lo stesso gioco fa, citando e insieme sfidando il suo inevitabile riferimento, Andy Warhol, quando candida Marlene Dietrich ad alternativa esistenzialista alla Marilyn che tutti conosciamo, e diciamocelo, amiamo. Ma lo fa sbaffandole il viso come facevamo da bambini, giocando agli indiani.
E non mi voglio neppure avventurare nella ricerca di un significato recondito, perché sono quasi certo che non c'è.
Vedete, in certi casi uno rischia di fare la figura del pollo. 

Che c’entra il pollo? C’entra.

Un altro caro amico, Renato de Rosa, indefinibile corsaro della scrittura e talmente indefinibile che a volte scambia l’essere ostinato e contrario per essere sempre in posizione scomoda e criticabile, ha pubblicato per Mursia uno splendido libro: La variante del pollo, ovvero come fare bella figura senza aver mai letto un libro.



Beh, Renato, che è cresciuto a pane e ironia - tanto che non riesco a capire come faccia ad essere juventino, ma nessuno è perfetto - ha scritto varianti d’autore scombiccherate di tutti quegli scrittori che si citano – si devono citare – nelle cene e nei salotti colti. 
Così, anche se uno non sa, fa la sua bella figura. 
Perchè in questa Italia di improvvisati, di pressapochisti, di giannizzeri e nani, di elefanti del Circo di Mosca, l'unica cosa di cui non si ha davvero bisogno, e sapere le cose.
Sapevatelo.
Per cui, nella nostra Italietta delle mezze calze al potere, è assolutamente sufficiente fare finta, leggere in fretta un riassuntino prima di correre a una qualsiasi riunione di buoni, che, come dice Edoardo Bennato, arrivano perchè finalmente hanno capito che qualcosa qui non va, ah-ah-ah-a, ah-aha-ah.
Ma sì, basta il riassuntino. Tanto la cultura non è mica materia elettorale. Tanto non c'è nessuno, meno che mai tra chi ti deve valutare, in grado di capire se le cose le sai o no. E così, ben venga il riassuntino, caso mai servisse.

Però si sente, in lui - in Renato, dico, non in quello che fa la sua bella figura - il ghigno di chi sa e conosce, e in cuor suo se la ride, anche fuori se si atteggia a persona seria, come un commesso viaggiatore che ha scoperto che c’è lo sciopero e al casello non si paga.

Francesca invece ha una grazia tutta femminile nel giocare col mito. Parlo dei miti della cultura popolare, quelli del pop e dei fumetti, e della musica che tutti conoscono e amano, come Puccini  perché prima di tutto, per la gente comune, è l'autore di grandissime canzoni. 

Ma il mio mistero è chiuso in me... il nome mio nessun saprà...


E soprattutto, questa considerazione ci suggerisce garbatamente che la figura del pollo la fa chi pensa di non esserlo, e colma le sue lacune coi social media e coi Bignami. (Su questo penso sia d’accordo anche Renato, ma lui non lo dice, deve vendere il libro…)
(Ma no, lo dice... Però non ditelo in giro.  Anche perché il suo libro non è un Bignami, è bello grosso.)

Dicevamo: che c’entrano i polli? Come vedete, c’entrano sempre.  

Francesca che non ha nessuna pretesa di insegnare nulla – non è, come direbbe qualcuno, un’intellettuale spocchiosa - buon per lei – è ben consapevole di non avere inventato l’acqua calda. Sa benissimo che c’era Andy Warhol anni e anni prima e prima ancora il Big Bang. Tanto è vero che - a prova di pollo -prende e cita la famosa lattina di zuppa Campbell, casomai non si fosse capito. 


Perché, da artista senza passaporto, che non fa parte dei poeti laureati,  che non conosce come non le conosco io le strade che portano ai palazzetti del potere dove siedono dal principio dei tempi quelli che hanno imparato a memoria l'Argan... - o lo dicono, tanto nessuno si prende la briga di controllare, e magari hanno appena chiesto a Renato de Rosa di simulargliene alcuni stralci (non ti invidio, Renato...)...
Francesca sa bene che la pop art è soprattutto questo. 
Riuso del riuso del riuso.



E che della pop art, come del maiale, non si butta via niente.
E neppure del pollo, se è vero, come è vero, che in Cina ho visto servite come antipasto zampe di gallina marinate.



Il pollo. Già. Ecco cosa c'entrava il pollo. 

Il pollo ruspante ed impettito di Renato, che razzola per le stanze della sedicente cultura, nei corridoi di Viale Mazzini e di Cologno Monzese, nelle istituzioni culturali e alla direzione di festival cinematografici e teatri civici. Ciambellano del nulla, avanzo di segreteria, scriveva Francesco De Gregori.

Il pollo pop e vagamente fumettistico che Francesca personalizza e rende riproducibile all’infinito – su magliette, grembiali da cucina, salviette, cuscini, tendine e strofinacci – il segno artistico che si spernacchia e si sberleffa da solo.

E che mette in cornice un altro pollo.



Eccolo lì, lo riconoscete?
Sublime simbolo di una cultura che non sa ridere di sé.

domenica 23 dicembre 2012

ADESTE FIDELES (raccontino di Natale)



 Adeste, fideles, laeti triumphantes...
Venite, venite in Bethlehem.
Natum videte Regem angelorum...

E’ freddo, e le goccioline portate dal mare si condensano sul viso. Mi maledico, non volevo venirci. Lo sapevo, non dovevo venirci. E’ sempre così, le cose le intuisco, anche questa volta mi si è stampata chiarissima nel cervello. Le intuisco ma poi non le faccio. Non dovevo venirci.
Non per il bambinello, per carità.
Non mi fa né caldo né freddo, il bambinello.
M’infastidiscono, invece, quelle espressioni estatiche sul viso delle vecchiette. E quei sorrisi spaesati che frullano da uno sguardo all’altro sul viso delle famigliole che si stringono per combattere il vento di mare.
Guardo l’orologio; è quasi mezzanotte.
Ad un centinaio di metri dalla riva, come fuochi fatui, brillano le candelette di soccorso dei sub. Fuochi verdi, artificiali, che si agitano sotto la superficie dell’acqua. Come il link di un cursore su uno di quei vecchi computer di una volta.
C’e’ uno sciabordio placido, che si aggroviglia tra i ventri delle vecchie barche ancorate alla catenaria. Sullo scivolo di cemento interrotto a tratti regolari da doghe di legno, che serve per mettere in acqua i natanti, anche le alghe che sono cresciute d’estate ora sono fradice, marcite dal freddo. Sono una guazza verde e maleodorante, scivolosa.
Il prete si avvicina, appoggiando i piedi con cautela. Il mare è calmo, neppure un’onda increspa la superficie, fa troppo freddo anche per loro.
Ed io do un’ennesima ravviata alla sciarpa, mentre accendo una sigaretta. E mi rendo conto di quanto la maledirò.

Venite adoremus, venite adoremus,
Venite adoremus, Dominum.

Non credevo ci saremmo arrivati, a questo Natale.
Otto mesi fa, quando è successo tutto, ho creduto che sarei morto. Quanto sono banale, sono come tutti. Figurarsi se è interessante sentire la storia di due che si lasciano dopo essersi martoriati nel tentativo di capirsi. Però non ne ho altre, di storie, e questa è la mia.
Nella scena, io sono quello con l’espressione annoiata che guarda i paesani che con occhio pio scrutano il pelo dell’acqua, per vedere emergere il bambinello dagli abissi. E che si sente morire, dice. Ma sono solo cazzate.
Invece non si muore per amore… (…è una gran bella verità… canticchia Battisti in un angolo della mia testa…). No, che non si muore. Troppo facile. Invece, si continua a vivere, con un nodo sotto lo sterno.
Come un pugno allo stomaco - che però non rimbalza.
Che rimane incastrato lì, tra le carni. E tu te la porti dietro, quella persona che ti ha colpito al diaframma. Te la trascini dietro per le vie, con la sua mano incastrata nella tua pancia. E lei non lo sa, che sta incastonata lì, sotto le costole. Così ti cammina a fianco, con il braccio ripiegato in un innaturale angolo, un po’ china per non farselo troncare. E ogni passo che fai il rimbalzo del tuo piede sul terreno la agita, quella mano che ti fruga i visceri. E il dolore risale lungo la spina dorsale, fino al cervello. Un dolore sordo s’inerpica lungo la base del collo e ristagna in gola. E non puoi piangere. Perché non sei un bambino, e la mamma non arriva. Non arriva più.

Venite fedeli, l'angelo ci invita,
Venite venite a Betlemme!

Non credevo che ci sarei arrivato, a questo Natale: il primo Natale senza Lisa e senza i suoi occhi blu. E in ogni caso non credevo che ci sarei arrivato così. Infatti, probabilmente, non ci sono arrivato.
Questo qui, che sta aspettando il Natale, è un altro. Io non ci sono qui. Non ci sono più, sono andato un attimo di là.
Torno subito lasciate un messaggio.

Ma poi torno, lo giuro di fronte a Dio, se si decide ad uscire fuori dall’acqua.
Perché è fredda, la notte del Santo Natale 2005, il Natale che non avrei mai immaginato di vivere.
Ecco, si.
Qui siamo dietro un angolo che non dovevo voltare. E se mi guardo indietro, prima della svolta, non trovo più nulla.
Non c'è più nulla.
Sono… anestetizzato. Perfino il freddo non punge.
E una sensazione prepotente d’irrealtà mi avvolge.
Come lana di vetro.
Che non scalda, ma irrita la pelle.
In alcuni momenti, nel corso della vita, mi è capitato di vedermi da fuori, c’avete presente quando voi rimanete lì con i piedi desolatamente inchiodati alla terra e lo sguardo puntato su un qualsiasi orizzonte a caso, ma contemporaneamente vi immaginate di salire in cielo a cavalcioni di un dolly metafisico e guardarvi da lassù, piccoli e indifesi come formichine e anche un po’ insignificanti?
Questo è uno di quei momenti.
Chissà che sta facendo, ora Lisa.
E cosa fanno i suoi occhi blu.
Da lassù in cima, aggrappato all’asse metallico del dolly, mi vedo qui giù, ineffabile, in piedi sul molo con le mani affondate nelle tasche del giaccone, e quello sguardo frastornato e annoiato, la sciarpa a coprire la bocca… poi la scosto, però, per dare ancora un altro tiro alla sigaretta che mi causa un improvviso, violento, accesso di tosse.
Che ci sto a fare qui?
No, non “qui a vedere il bambinello che esce dagli abissi…”
Qui-qui.
Che ci sto a fare QUI: da questa parte della pagina, quella che ho voltato.
All’incipit di questo capitolo che non conosco, che non mi piace, che mi sconcerta… che ci sto a fare? …e soprattutto, che cosa voglio fare? Mi scopro, di colpo, ad illudermi in meteoriche astrazioni, illusioni di un futuro che è ben al di la dal rivelarsi… di giorni di sole, e di sapore d’altre labbra, di vento tra i capelli… bah.

Il bambinello è ancora sotto il pelo dell’acqua, e il prete sta già sul molo, intirizzito nella sua sottana nera.
I chierichetti si guardano intorno e salutano papà con la manina.

Nasce per noi Cristo Salvatore,
Venite adoriamo, venite adoriamo,
Venite adoriamo il Signore Gesù.

Vedi, io non so perché ti dico tutto questo. Come avrai ormai capito, non va da nessuna parte. Gira su se stesso come un criceto in una ruota. (corri, corri pure… sempre qui stai…)
Ma stanotte le parole vogliono uscire. Sono avaro di particolari, lo so. E tu vorresti il disegno del sorriso di lei.
Sai già che aveva gli occhi blu, Lisa.
Ma non aveva più le trecce.
E senza non sembrava la stessa.
Ma tu vorresti di più, vero?
Vorresti gli accenti delle sue risate (non erano cristalline, erano… arrugginite. La sua voce era sgraziata. Eppure era la sua.)
Vorresti i brandelli del suo corpo, sporzionato in dadini sanguinolenti e vorresti la mia mano che te li porge sulla lingua protesa, vorace, ingorda, maledetto cannibale.
Vorresti vita, morte e miracoli di Lisa, e il lampo malvagio di quello sguardo azzurro, quando ha detto che le dispiace, ma non potevamo continuare così.
E vorresti il mio silenzio, perché lei aveva ragione.
E vorresti l’arco del mio sguardo che si abbassa al pavimento. E il brivido sulla schiena, la vertigine che ho sentito in quel momento, sporgendomi dal baratro, per guardare giù, il futuro. E capendo che sarebbe stato un futuro senza Lisa.

Tutto questo vorresti, perché sei un voyeur.
Come lo sono io, mentre mi spio vivere, e lo metto su carta.
Ma non c’e’ nulla di intimo, nella descrizione degli occhi di una donna.
(Erano belli, va bene? Erano belli. Blu, e profondi, e infidi e sfuggenti, e ridenti e belli. Ma se lo dico io non vale, tu lo capisci…) Non c’e’ nulla di eccitante nel ricordo del suo seno sotto le mani
(Era pieno, e florido. Lievemente sfiorito. Ma cosa c’e’ di eccitante se lo dico io? Che ne sai, se il ricordo così come te lo offro non stia rendendo una realtà prosaica più desiderabile del vero?)
Sei un guardone, ecco cosa sei.
Vai via di qui e lasciami al mio dolore privato.

La luce del mondo brilla in una grotta
la fede ci guida a Betlemme!!

C’e’ un brivido, sotto il pelo dell’acqua, ora.
Forse il bambinello sta per riemergere. (Ma quanto cavolo in profondità lo seppelliscono, sotto quanta acqua giace, la luce del mondo?)
Forse aspettano la mezzanotte esatta per tirarlo fuori.
Forse i sub sono la, sotto la superficie, alcuni centimetri sotto, e qualcuno dalla barca infila il braccio in mare per fargli vedere che non è ancora il momento di salire…
E loro stanno lì, e attendono.
Chissà se là sotto si sente, questo canto questa nenia che continua come se fosse sempre esistita.
Chissà se cantano anche loro, là sotto.
Se le bollicine dei loro boccagli, scoppiando a contatto col pelo dell’acqua, liberano minuscoli brandelli di canzone….

Nasce per noi Cristo Salvatore,
Venite adoriamo, venite adoriamo,
Venite adoriamo il Signore Gesù.

Era bella, Lisa. Per dio se era bella.
Potrei riempire pagine e pagine, di - quella volta là…  e quell’altra che…. E mi ricordo, oppure… - Ma non è questo che ti racconterò, mi dispiace deluderti. E non puoi neanche lamentarti, perché non hai pagato il biglietto.
Non racconterò questo, perché non è questo che mi devasta l’anima.
È il rinnovamento, la mia sentenza di morte. Molto più delle mie sessanta Marlboro al giorno.
Vedi, è l’impossibilità di rinnovarmi che mi impianta le unghie nell’anima e ne strappa brandelli, sputandoli al vento.
Nulla si rinnova.
Non solo io, nulla si rinnova, è un’illusione, il rinnovamento.
Quello che non si decide a manifestarsi, come questo bambino che non vuole uscire dall’acqua.

Il prete batte lievemente i piedi per terra, per combattere il freddo. La gente borbotta. Non tutti stanno cantando, ora.
Perché il rinnovamento è un attimo, lo diciamo sempre.
“Ti svegli una mattina e ti accorgi che hai svoltato davvero. Che stai bene. Ed hai di nuovo voglia di vita…”
Ma intanto, è mezzanotte e cinque, e il bambinello non esce.

La notte risplende, tutto il mondo attende
seguiamo i pastori a Betlemme!

Ora, io non so dove sto andando a parare, peggio per chi mi ha seguito fin qui. Magari mi avesse seguito Lisa. Saprebbe quanto soffro per lei, e forse avrebbe voglia di tornare indietro. Ma magari no. E magari non è questo che voglio. Non lo so.
So che vorrei che la vita mi desse un segno. Vorrei sollevare lo sguardo al cielo, e veder fioccare meteoriti e stelle cadenti. Oppure il solleone.
Ecco sì.
Il solleone a mezzanotte e dieci, la notte di Natale. 25 dicembre. Quello sì, che sarebbe un segno. Inequivocabile…

Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite adoriamo, venite adoriamo,
Venite adoriamo il Signore Gesù.

…ma poi?
Cosa cambierebbero, in questa vita un po’ sfilacciata, in cui sono inciampato, da questa parte dell’angolo?
Vorrei che un angelo dal cielo, San Michele Arcangelo coronato di fulmini, scendesse e mi percuotesse con la sua spada.
E mi rendesse nuovo.
Pulito e vergine come il culetto di un neonato. Che mi rinnovasse il Jackpot, tanto per permettermi di sperperarlo un’altra volta. Senza Lisa e i suoi occhi invadenti oddio sì!
Senza di lei, finalmente.
Stanotte, per un attimo, mi sembra possibile.
Vedi, amico mio, sei gentile ad avermi seguito fino a qui, in questa lunga attesa.
Vedi… il rinnovamento non è una parola magica. Forse sorge dalle acque. Ma è solo il principio di un altro, ennesimo, ciclo.
E allora perché lo desideriamo e percorriamo di nuovo quei sentieri? Forse, per illuderci di vivere.
Perché ognuno ha la vita che si merita.

Di colpo, mi scopro a desiderare che quel povero cristo bambino non esca mai più, da quelle acque maleodoranti di carburante per barche a motore.
C’e’ una pellicola sottile, sul pelo del mare. E’ traslucida. Forse sono ancora gli oli solari di quest’estate. Forse è solo che è notte, e la tensione superficiale, col freddo aumenta.
Ma vorrei non si infrangesse mai.
Che quel puttino dalle guance bianche e rosse restasse la sotto, in eterno, sbattuto dalle correnti, a marcire.

Non uscire, Bambino Gesù.
Fai questo miracolo di Natale.

Dimostra a me, e al mondo, che il cambiamento e il rinnovamento sono una gabola. Che ambedue sono invenzioni per i fessi, come la fine del mondo dei Maya. Vermi di terra che si ritorcono su se stessi e si avviluppano in un nodo senza futuro.

Non rivelarti, Bambino Gesù.
Fammi questo dono.

Così sarò meno solo, in questa nicchia del tempo da cui non so uscire, come tu non esci dal mare. Fallo per me. Regalami una notte speciale, non uscire…

Il figlio di Dio, Re dell'universo,
si è fatto bambino a Betlemme!

E invece no.
E invece esce, sembra quasi che abbia gusto, a smentirmi. E alle vecchiette si inumidiscono gli occhi.
E’ nato ancora una volta.
E’ nato per morire tra tre mesi, per i peccati che loro, poverine, non possono più fare.
O che probabilmente, non hanno mai fatto.
E che io, lo prometto, farò ancora, di nuovo.
Come fumare. Lo so bene che mi ammazzerà. Ma qual è l’alternativa?
E allora continuerò ad essere disperso e sconcertato, senza via e senza speranza, come sono e fui. Produrrò peccati, te lo prometto.
Ma lo farò per te, Bambino Gesù.
Per dare un senso al tuo prossimo emergere dalle acque. Ti guardo, mentre i sub ti depongono sulla conchiglia. Sorridi, di quel sorriso senza consapevolezza dei cartoni animati che ti hanno disegnato in viso.
Ma forse sono io che ti vedo così, e sto sbagliando tutto. C’era qualcosa che dovrei ricordare, era sepolta laggiù in fondo in cima all’infanzia…  
Ma ora non la so più.
Lenta, morbida, con l’incedere tranquillizzante delle cose concrete, delle cose che si conoscono bene, quelle di ogni giorno, la processione si avvia.

Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite adoriamo, venite adoriamo,
Venite adoriamo il Signore Gesù…

Ora il prete canta nel microfono, e il megafono gracchia.
Il bambino ondeggia, le manine protese in un gesto di benedizione. Ma chi gliel’ha insegnato, a benedire, se è appena nato, se è nuovo?
Ma è davvero nuovo?
Non è lo stesso pupazzetto dell’anno scorso?
Dio, quanto vorrei crederti.

Sorride, lui.
Mi sta dicendo che tutto è stato perdonato, prima ancora che avvenisse.
Inutile peccare, in queste condizioni. Come sporcare una parete il giorno prima che venga ridipinta.
E lui, sorride.
Che ne sai, tu, che c’era lei. E che ora non c’e’ più. Che ne sai. Lisa aveva gli occhi blu, ed era bella e spietata.
Ma vedi, era un’illusione anche lei. Come se per sopravvivere avessi scelto di giustificarmi in qualcun altro.
Ma tu queste cose non le sai ti occupi di altre cose, tipo eternità e infinito. E io gioco coi miei piccoli giocattoli, risposte insignificanti come trovare la forza per dimenticare Lisa, o il coraggio di accettare la vecchiaia. Cosette, che tu non sai nemmeno.
O forse no. Le sai, tu sai tutto, sei onnisciente, in cielo in terra e in ogni luogo… le sai, ma non le ritieni importanti.
Perché in quel tuo sorriso da putto insopportabile che hai stampato sulla faccia c’è la certezza che tutto il male del mondo possa essere perdonato, e rinnovato, prima o poi.
E certi momenti mi viene voglia di pensare che devi aver ragione tu, altrimenti non vale.

Ma poi non ce la faccio, ti chiedo perdono.
Anzi, chiedo perdono a me stesso.
E allora, bambin Gesù, lasciati portare in chiesa dalle pie donne, ti stanno aspettando, non senti le campane?
Io come sempre rimarro’ fuori.
A fumare.