mercoledì 3 dicembre 2014

UN'IDEA CHE NON PUOI FERMARE





So poche cose, ma alcune le so con certezza.
Una, senza ombra di dubbio, è che, se non fosse esistito il Banco del Mutuo Soccorso, io sarei una persona diversa.
Negli anni, per un regalo degli dei che proteggono i pazzi, i sognatori, gli scapestrati, o semplicemente fanno in modo che prima o poi tutti questi si incontrino, per me Banco del Mutuo Soccorso ha significato dei nomi, dei volti.
Una storia condivisa.
Dei compagni di viaggio, degli amici.

Tu
ora, se vuoi,
puoi andare
oppure restare e unirti a noi…

Francesco, Vittorio. 
Incontrati nell’ufficio di un promoter discografico verso la fine degli anni ottanta. Francesco aveva appena inciso “E domani”, e dovevamo parlare di un video, che io non feci mai. Ma che importa.
Mi arrivò, inaspettata un paio di mesi dopo, la telefonata di Big.
“Volevo dirti che a me e Vittorio il tuo soggetto era piaciuto molto, ma non sempre in discografia decide l’artista. Ma volevo anche dirti che prima o poi lavoreremo assieme.”
Così, dritto per dritto. Con una semplicità che in fondo era la sua forza. 


E soprattutto, quel che aveva detto era vero.
Ci ritrovammo, neppure un anno dopo, sul set di “Hey Joe”, la bellissima cover di Hendrix arrangiata da Vittorio e cantata da Francesco assieme al Soul Man Sam Moore. Il video fu Premio Europa Cinema 1990 per la miglior videoclip europea, ed io ne fui, immeritatamente, il regista.


Hey Joe,
where are you going
with that gun in your hand?

Iniziò una lunga collaborazione, due album assieme, due video, un home video, tanti sogni e progetti. Qualcuno che non si è realizzato. Qualche altro, chissà.
Francesco.
Che voglia, e che curiosità per il mondo, per tutte le forme di espressione e d’arte. Mi chiedeva notizie dei programmi tv, della loro realizzazione. Mi faceva domande sul mondo del cinema, lui che aveva lavorato con Fellini. Aveva una voracità di capire le cose, di conoscerle, che faceva curioso pendant con quella sorta di paciosa pigrizia, che forse era solo saggezza, con cui prendeva la vita.
Francesco.
Mi metteva una soggezione inspiegabile, che non sono mai riuscito a vincere. Forse era la sua ironia tagliente, che però è sempre stata bonaria e accogliente. Forse è semplicemente che non sono mai riuscito fino in fondo a tirarlo giù da quel piedistallo sul quale lo avevo issato a 14 anni.
Nei titoli di coda di “Ciò che si vede è”, l’home video concerto del Banco che ho realizzato come regista al Palladium di Roma, dedico quel lavoro ad un ragazzino (me stesso) seduto in prima fila ad un concerto del Banco del Mutuo Soccorso, al Teatro Monteverdi di La Spezia, nella Primavera del 1974.



Tutto è nato là, anche quel piedistallo, che ironicamente abbiamo voluto riproporre in copertina dell’home video, riprendendo una vecchia copertina di un LP degli anni ’70.

Da qui messere si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarla da più in basso…

Francesco.
Con quel corpaccione e quella barba dai quali, inaspettata e stupefacente usciva quella voce incredibile.
Ricordo che, da quella prima fila del Cinema Teatro Monteverdi, non sapevo dove guardare ero come un bambino al luna park, mi voltavo di qui e di là.
Francesco, con quell’atteggiamento sornione come se fosse su quel palco per caso, ma subito dopo pronto a ribadire l’orgoglio di essere il Banco.


Il primo brano che suonarono quella sera fu “Cento mani e cento occhi”. E io non posso scordare la scala cromatica del minimoog di Vittorio, che spariglia la fanfara iniziale e ci getta nel concerto.
Fu, e non sto esagerando, una sorta di sipario che si apriva di colpo sull’età adulta e sulla sua musica. 
Che fu, per moltissimi anni, prima di tutto la musica del Banco del Mutuo Soccorso.


Vittorio, in piedi dietro quel monte di tastiere sormontate dal minimoog (vado a memoria ma non sbaglio) con una tuta che lo fasciava e la barba da rivoluzionario cubano, schierato di fronte a Gianni foulard a fiori e capello da poeta romantico, seduto di fronte ad un piano a muro. Di quelli di legno, almeno così mi par di ricordare.
Ma forse è solo uno scherzo della nostalgia.
Gianni e i suoi macramè di note, i suoi ricami di scale armoniche ascendenti, Gianni con quella faccia efebica e acerba in mezzo a tutte quelle barbe, sulla pagina centrale di Darwin, dove erano ritratti tutti.
Guardavo lui perché era il più giovane del gruppo, al tempo non era ancora diciottenne e per me non era difficile identificarmi e pensare che forse, prima o poi… 

Ai tempi - ve lo confesso - volevo fare la rockstar. 
Poi ho capito che era meglio che la musica rimanesse un hobby e una bruciante nostalgia. Ma Gianni, in quel momento, era quel che io avrei voluto essere, così piccolo (avevo 14 anni) in quella platea di ragazzi grandi con l’eskimo e il panciotto sulla maglietta, molti uomini fatti.

Uomo
non so
se io somiglio a te
non lo so…

Dei due fratelli Nocenzi, il destino aveva deciso che quello con cui avrei avuto la conoscenza più profonda e l’amicizia più salda sarebbe stato Vittorio.


Vittorio.
Il mago ha mille incantesimi con cui ammaliarti, e mille suoni per legarti il cuore.
Ho conosciuto raramente una passione così totalizzante, incrollabile, ostinata come quella che lega Vittorio alla musica. Ci sono momenti in cui sembra davvero che per lui, di fronte alle note del piano, di fronte alle sue mani sui tasti, sparisca tutto.
Notti nel salone della sua casa di Genzano, fino all’alba, a fantasticare di un musical che allora non siamo riusciti a fare, Odisseo.
Ma forse, semplicemente, non era ancora il momento giusto.
Quelle notti, però, erano magiche.



Stendo la mia voglia di luna
Sopra le tue spalle…

Io raccontavo e lui suonava, a ruota libera, senza interruzioni.
Vittorio aveva una capacità totalizzante di lasciarsi andare alla musica, e contemporaneamente di non dimenticarne le tecniche, lo studio, la conoscenza accademica, che gli invidiavo e gli invidio profondamente. 


E’ capace di gettarsi in un brano con la scanzonatezza creativa di un ragazzino, ma senza mai perdere di vista la sua profonda cultura musicale. C’è un mondo, dietro le sue note, e ricordo perfettamente le sensazioni che portavano con sé, galleggiando nell’aria intorno al pianoforte a coda, in quel salone.
Mi colpiva, e mi colpisce, la sua voglia di progettare ancora, di gettare il cuore oltre l’ostacolo, di tendere l’arco oltre la propria immaginazione. Certe volte, lo so bene, sembra quasi non rendersi conto del mondo attorno, mentre sogna una nuova sfida.
Certe volte, forse, è davvero così.


Vittorio.
In quelle notti a Genzano, con me che immaginavo e lui che suonava, in alcuni momenti, nonostante la potenza di quella musica, mi crollava la testa.
Ma lui era inaffondabile, e sono convinto che ad un certo punto smettesse solo perché capiva che stavo per svenire dal sonno.
Ripartivo che era l’alba, sulla mia Renault 5.
Mi fischiavano le orecchie e mi faceva male il cuore, da quanto era gonfio di emozioni.



“Rodolfo! Rodolfo!”
Rudi, camicia bianca immacolata e jeans impeccabili e scarpa da tennis bianca. Non è mica poco, per quei tempi, tutto quel rigore formale. Rudi era – ed è – un principe inglese capitato per caso ai Castelli con una chitarra in mano. Ma poi no. La chitarra, in mano a lui, non è un caso, è un destino.
Lo inseguimmo, io e il mio immancabile vecchio amico di giorni e pensieri, l’oggi professor Roberto Danese, giù per una delle strade centrali di La Spezia.


Era la mattina dopo il concerto, e stavamo tornando da scuola. Quel giorno il bottino era stato ricco. Avevamo già beccato, su una panchina dei giardinetti, Francesco di Giacomo e Gianni Nocenzi che chiacchieravano con quell’astruso (per noi) accento romano di Businèss.
Incredibile, ci eravamo detti. Parlano di soldi anche loro. Ma come. La musica non è di tutti?
Questo eravamo tentati di pensare, in quello scorcio di anni settanta.
Poi per fortuna ci siamo convinti che la musica sì, è di tutti. Ma non c’è assolutamente niente di male a farne un lavoro. Quanto meno, quando sei bravo, che non capita sempre.
E nel loro caso, nel caso del Banco, non erano bravi. 
Erano bravissimi.

Rodolfo.
Quella giornata non aveva finito di farci regali e così ci gettammo all’inseguimento di Rodolfo (“Ma è proprio lui?” “Ma sì che è lui!”) che si aggirava in mezzo alla folla di Via Prione (via pedonale) con una borsa di Tolfa a tracolla.
“Rodolfo!”

Non mi rompete,
ve ne prego
ma lasciate che io dorma questo sogno
sia tranquillo
da bambino
sia che puzzi del russare da ubriaco…

E alla fine, dopo aver fatto finta di non sentire un paio di volte (come dargli torto?) si fermò e ci fece gli autografi, su un foglio a quadretti.
Rodolfo. 


Mi ha sempre stupito l’imperturbabilità sul palco e fuori. L’esatto contrario del chitarrista sudato e scamiciato dell’iconografia rock. Si muove sul palco con una parsimonia di movimenti che fa sospettare che davvero economizzi per convogliare tutto lì, sulle corde.
Con Rodolfo ho lavorato in studio di registrazione su alcuni brani ispirati al mio testo teatrale “Dunque lei ha conosciuto Tenco?” che Rudi ha composto e riproposto più volte – per esempio a Villa Celimontana. Quindici giorni di lavoro intenso, bello, rilassato. E ad un certo punto, un giorno qualsiasi, si materializza Francesco: "Che state a ffà?"


Figurarsi se non lo sapeva, che "stavamo a ffa.". Due ore dopo avevamo inciso una delle più intense e struggenti versioni di “Lontano Lontano” che io abbia mai ascoltato.
O meglio, quale “avevamo inciso”.
Avevano, loro due. Io stavo lì, oltre il vetro, seduto a fianco al mixer, e per l’ennesima volta, da quando ho conosciuto quella banda di straordinari uomini e musicisti, ringraziavo gli dei del dono che mi avevano fatto.

Perché vedete, non è che io me la sono aggiustata a posteriori.
Il Banco del Mutuo Soccorso è stato davvero il mito della mia giovinezza. 


E di migliaia di altri, lo so.
Solo che io ho avuto dagli dei della musica un regalo impagabile. Che in quel caso era essere là con loro, mentre suonavano e cantavano.
E, lo dico con un po’ di brivido, ma so che è vero, fare nel mio piccolo parte di quella storia.

Mi sono chiesto più volte cosa avessero di speciale quelle musiche, quelle parole, loro stessi.

E lontano lontano nel tempo…

Mi mancherai, Francesco.
Mi stai già mancando.
Anche se non è che ci vedessimo così spesso, ma sapevo che c’era la tua ironia, il tuo modo scanzonato di guardare alla vita, alla musica, alla storia. Sapevo che c’era tutto questo, e tante volte mi bastava. Che errore che ho fatto.
Eppure la strada per Zagarolo la conoscevo, ci voleva poco, eri là.


Attenzione, non sto mitizzando nessuno di loro, li conosco bene, uno per uno e li ho conosciuti sufficientemente da essere consapevole anche dei loro difetti. 
Vittorio, Francesco, Rodolfo, Pierluigi.
E da accettarli, quei difetti, e accoglierli come fanno gli amici.
Sto dicendo che mi sono chiesto più volte quale fosse l’ingrediente segreto che rendeva questo gruppo, quelle note, quei versi, speciali.
Quell’idea, lo devo dire.

Quell'idea che non puoi fermare.




Mi sono detto che ho sempre percepito, stando con loro, quanto alta e potente fosse l’idea, il sogno di una cosa, la voglia di fare musica e di metterci parole, anche solo per creare del bello, che mica è poco in un mondo come il nostro.
Non credo di fare retorica.
Credo che l’ascolto, per esempio, di “Canto nomade per un prigioniero politico”, fatto a 14 anni, mi abbia reso una persona migliore.

Lamenti di chitarre sospettate a torto
sospirate piano
e voi donne con lo sguardo altero
bocche come melograno
non piangete, perché io
Sono nato libero



E lo dico senza paura di far sorridere qualcuno.
Dico che quando ho conosciuto Francesco, e Vittorio, che quelle parole e quella musica avevano scritto, io non ci ho trovato – tra loro e quelle parole, e quelle note – la minima contraddizione.
Che quel brano, come tutti quelli che mi sono arrivati al cuore (potrei anche fare un elenco, ma sarebbe lungo) era esattamente come erano loro.
Non c’era soluzione di continuità, tra i solchi del vinile e le persone che ho incontrato.


Vedete, a sedici anni si pretende che il proprio mito sia senza macchia e senza paura, alto come l’ideale e incontaminato come il giardino dell’Eden. 
Francesco, se gliel’avessi detto allora, mi avrebbe sbertucciato di certo, preoccupato com’era, sempre, di non varcare quella metaforica soglia che separa, di un solo passo, il sublime dal ridicolo.
Ma forse, a sedici anni, è giusto così.
A cinquanta, sono felice di avere conosciuto delle persone complesse, sfaccettate, ma ricche. Così ricche da aver segnato ed incanalato, in qualche modo, la mia vita.
L’epigrafe che apre il mio ultimo romanzo “Dura pioggià cadrà” è il testo di un brano del Banco, tratto da Darwin, Miserere alla storia:

Gloria a Babele,
rida la sfinge ancora per millenni
si fabbrichi nel cielo fino a Sirio
schiumino i cavalli sulla via lattea
Ma
quanta vita ha ancora il tuo intelletto
se dietro a te scompare
la tua razza?

Parole che ho ascoltato ogni sera, per un paio d’anni, a Radio Liguria Sud, dove diciottenne avevo il mio programma, che iniziava appunto con la sigla: Miserere alla storia. 
Parole che credo che mi abbiano comunicato un’ansia di volare alto, di guardare la storia dell’uomo (come diceva San Paolo) dal punto di vista degli ultimi giorni.
Anche se probabilmente gli ultimi giorni a cui pensava Francesco non sono esattamente quelli di Paolo di Tarso.

Sarò a Gran Teatro, sabato sera, per UN’IDEA CHE NON PUOI FERMARE.



Perché mi inorgoglisce pensare di far parte di quell’idea.
Mi mancherà Francesco, è inutile che ci giri attorno.
E non sarò neppure originale, in questo: mancherà a tutti.
Non amo le commemorazioni, ma ci sarò, perché questa non può e non deve essere una commemorazione.
Ma nel mio caso, un giusto riconoscimento a qualcuno che una tacca sulla mia vita ce l’ha lasciata eccome.



E sarò io
l’anfora, dove tu
poserai le tue chiare lacrime.
Ma di più,
io…