lunedì 27 aprile 2015

LIKE AN HURRICANE, UNA STORIA DI TANTI ANNI FA

LIKE AN HURRICANE

Stavolta voglio raccontare di Mauro, che mi è piovuto in testa in un momento qualunque di una giornata qualsiasi, chissà da dove, e perché. Talmente piovuto che di lui non ricordo neanche il cognome.
Era una di quelle primavere percorse da troppa retorica e frasi fatte, come possono essere solo ad un certo punto della vita – a quel punto lì – una di quelle primavere fatte di fiori gialli e ormoni e brufoli. Sulle magliette portavamo le facce giovani di divi del rock, che allora giovani lo erano davvero.
Aspetta. Non lo so se è andata veramente così, se i particolari sono esattamente questi, se qui e là non ho ceduto alla tentazione di abbellire. Ma cosa importa? Questa è la storia come è riaffiorata da non-si-sa-dove, appesa ad una canzone di Neil Young…

…Once I thought I saw you in a crowded hazy bar,
dancing on the light from star to star...

…ma il succo c’è tutto.
…
Ok, va bene. Magari qualche cosetta qui e là l’ho aggiustata, ma è il ricordo, che fa questi scherzi, no?
E quindi.
Era una di quelle primavere fatte di sigarette fumate con rabbia, che senza preavviso si travestono da promessa d’estate, e ti fanno sussultare il cuore in gola. Sullo scalino della chiesa, Patrizia – anzi la, Patrizia, con l’articolo - suonava la chitarra. Era la fine di Aprile, e le rondini urlavano nel cielo e I bambini sembravano impazziti, mentre giocavano a calcio in strada e tiravano pallonate rumorose contro la saracinesca del garagista, che era la porta di un campo che si estendeva per traverso in via Marco Federici. Ma Patrizia suonava lo stesso, con quella sua chitarra con le corde di nylon. Conosceva solo La, Re, e Mi. Naturalmente maggiore, giro di La, o un’altra di quelle tonalità che non si deve imparare a fare il barrè.
Mi sarei chiesto, parecchi anni dopo, e continuo a chiedermelo anche adesso, senza miglior fortuna, se ci fosse una ragione precisa per cui in quella primavera l’aria, verso l’ora di cena avesse quel profumo deciso di futuro. Questa è solo una delle domande a cui ancora non so dare una risposta.
Ma ci sto lavorando.
Di certo, in quello scampolo di primavera che si spalancava sugli anni ottanta ci piaceva passeggiare, alla fine del pomeriggio, andando verso Via Chiodo e il lungomare, per fermarci a lungo davanti alle vetrine dei negozi di dischi a fissare e valutare le copertine dei vinili, come se quelli potessero suonare da dietro il cristallo e raccontarci le loro storie solo guardandoli.
Di certo eravamo convinti - e forse avevamo ragione, è adesso che abbiamo torto - che il rock and roll avrebbe cambiato il mondo. Altrettanto di certo, ci stavamo organizzando per capire come, lo avrebbe cambiato.
Per esempio, con le scale pentatoniche.
Eh, quelle sì.
Le pentatoniche. Ci misi un certo tempo capire che le dita non dovevano aggrapparsi alle corde come fossero pioli – appunto, di una scala – ma pattinare da una cromatica all'altra come scivolassero sul sapone e cercassero un posto dove fermarsi, a fine dirupo.
Per esempio, il futuro.
Eh beh, quello pretendeva una risposta.
Perché vedete, non è mica vera quella storia che a vent'anni si è stupidi davvero.
Balle.
A vent'anni ci si interroga ossessivamente sul senso di tutto. O almeno, quella volta lì era così, in quello scampolo di primavera in cui le mattinate passate sui libri sembravano sprecate. Forse per questo, per il rincorrersi di quelle domande troppo grandi per sperare in una risposta, o per stanchezza o per frustrazione, piano piano si finisce per dimenticarsene, di quella litania di dubbi per le quali si sta svegli la notte, con la cuffia in testa per non svegliare gli altri, e dentro la cuffia Like an Hurricane.

I am just a dreamer, but you are just a dream,
You could have been anyone to me.

E non eravamo sicuri, neanche pensandoci bene, che Neil Young stesse parlando di una donna. O di un uomo.
Perché l’incessante ripetersi di quella preghiera frustrata spiegami chi sono, spiegami dove vado, spiegami perché a poco a poco avrebbe lasciato il posto, a volte, non tanto alla rassegnazione - che per lo meno avrebbe il senso di un bilancio - ma molto peggio alla dimenticanza di sé. Che poi, mi spiegava il mio amico Roberto che aveva studiato – come me, ma lui le cose se le ricordava – tutto questo aveva a che fare anche con Pavese e col vizio assurdo e quelle cose lì.
Ma in quella primavera che – mi pare di ricordare – aveva il profumo degli aranci selvatici che crescevano lungo Corso Cavour, tutto questo pareva inammissibile. Allora si guardava oltre il crinale di domani, certi che il mondo sarebbe cambiato, e come no. Certi che era solo questione di aspettare il momento.
I tempi, lo sapevamo bene, stavano cambiando. Lo cantavano tutti, e se lo cantavano tutti voleva dire che era vero. Salvo che lo facevano, in quella primavera alla fine degli anni settanta, ormai da un decennio, senza che nulla accadesse, a provare che era tutto vero.
Renzo e Mauro loro sì, che sapevano suonare la chitarra. Mauro più di Renzo, a dir la verità,  con quella sua faccia tonda e paciosa e quella pelle olivastra e quei capelli di carbone da ragazzo del sud nato per caso, o per emigrazione, sulle rive del Golfo.
Avevano un gruppo, loro due, vattelapesca come si chiamava, e suonavano country, e soprattutto Neil Young, che a quei tempi, anche lui come tutte le altre rockstar, era giovane sul serio, e non solo di nome.
Oggi si direbbe che erano una cover band, ma allora erano solo dei tizi che suonavano Harvest come se fosse il disco.
Erano bravi, e i chitarristi negati come me, prigionieri degli accordi naturali, li guardavano con invidia e desiderio. Perché, anche se ci sarebbero stati ancora mille anni per provare scale pentatoniche e quinte diminuite, per il momento pendevamo dalle loro corde, e loro avevano in mano la chiave del mondo.
Renzo indossava un look pre-grunge – camicia a scacchi e maglietta - che sarebbe sopravvissuto alle mode e alla pioggia di Seattle. Girava per strada con la chitarra a tracolla, e suonava sempre. Dei due era quello che conoscevo meglio,  anche perché, per un certo periodo, abbiamo frequentato lo stesso giro di amicizie che si avviluppava attorno ad una radio locale.
Eravamo pazzi, oh, sì.
Si passavano serate seduti sul muretto a guardare i fari delle macchine che si rincorrevano sull'Aurelia verso la Foce e parlavamo di musica totale, che ancora oggi mi chiedo cos'è, di regia del collettivo e di musica commerciale e musica di lotta. E poi ci si chiede come mai uno viene su storto. Per forza.
In radio, Rossana era capace di fare una intera puntata sul “Tema della morte nelle canzoni di Branduardi”, e nessuno che si desse una grattatina, neanche di nascosto. E poi arrivava Roberto e le metteva su Bennato, e lei si arrabbiava.
Oh, sì, che eravamo pazzi, come no. Come tutti, prima o poi.
La radio. Si trasmetteva da uno stanzino alla base del campanile e si stava molto stretti, e la notte si lasciava aperta la porta di metallo che sigillava il pertugio per fare entrare aria, che si soffocava, là dentro. E in certe sere di quella primavera che scivolava veloce verso l’estate come uno slittino su un crinale innevato, avevamo fatto girare sul piatto Neil Young, così, come uno sberleffo al futuro.

Far across the moonbeam
I know that's who you are,
I saw your brown eyes
turning once to fire.


C’era un pianoforte, nell'anticamera che portava allo stanzino dove stavamo seppelliti a trasmettere, che ci ostinavamo a chiamare Radio Liguria 91. E Riccardo si lamentava che le cose migliori del giovane Nello erano per chitarra e lui, che aveva confidenza coi tasti neri e bianchi, non poteva suonarle. Così ripiegava su Antonello Venditti, che lo capirete bene, non era la stessa cosa.
Ma parlavamo di Mauro, e della sua chitarra. Una Gibson Les Paul, me la ricordo bene, o forse no, forse è uno scherzo del ricordo ma è comunque così che deve essere. Non lo conoscevo bene, Mauro, lo guardavo da lontano, ma era affascinante, con quel sorriso semplice e piano, nulla di costruito, con quei capelli corti, che allora erano una stravaganza, con quella faccia aperta da contadino calabrese che per qualche incomprensibile motivo si intonava perfettamente con le parole di un canadese scorbutico e capellone – come si diceva allora - scappato via da casa per approdare in California.
Parole nate lontano, quelle che cantava accompagnandosi con la sua chitarra, scritte sulle rive di un altro Golfo dall'altra parte del mondo, affacciato sul Tropico, che Mauro indossava con una naturalezza che spiazzava, senza capelli sugli occhi, senza sguardi torvi e senza lo spleen che - in quella primavera odorosa di mare e di idrocarburi - sembrava necessario per essere credibili.
Ma c’era qualcosa, una pace, una serenità, un appagamento, nel sorriso di Mauro, di cui già allora mi sentivo orfano. Capiamoci, quella primavera si infilava in un periodo in cui il rodimento di culo era all'ordine del giorno. In cui l’estraneità col mondo e la proclamazione della propria differenza, della propria sradicata dissociazione erano condizione necessaria.
Ma, lo avremmo capito poi, non sufficiente.
Mauro, invece, fatico a ricordarmelo senza sorriso. Era così ineffabile e lontano, nel mio ricordo. Eppure, in tutto questo, non ricordo di essermi mai chiesto fino in fondo quale fosse il segreto di quella pace che portava in giro per il mondo. Anche quando suonava. Non suonava rabbia, che pure, in quella primavera di allora come oggi, era sacrosanta. Suonava gioia.
Ecco, questo era nuovo. Così nuovo che mi sono dimenticato di chiedergli il perché.
Ma erano bravi, dio. Davvero bravissimi. E noi adoravamo Neil Young.
E così capitava che quando suonavano, Mauro, Renzo e il gruppo, di solito in qualche sala parrocchiale, era una specie di happening di provincia, provincia profonda, sonnacchiosa, esasperante e soffocante, ma lo avremmo saputo dopo.
E capita che ad un certo punto gira la voce, e girano dei manifesti scritti a mano, che dicono che loro avrebbero suonato al Don Bosco, un cinema parrocchiale, d’accordo, ma grosso, per una città piccolina, bastardo posto in cui cercare di crescere. Insomma, come si direbbe ora, un evento. Allora, era un “momento di ascolto”, come lo chiamava Vladimiro. Eravamo bravi, a dare alle cose nomi burocratici da verbale di condominio. Forse nell'illusione che diventassero più credibili se avevano vagamente un sapore di istituzionale. Salvo che poi li accoppiavamo colla sistematica negazione di qualsiasi istituzione.
Ora non mi ricordo più perché, ma ci pareva che in questo ci fosse un senso.
Dicevamo di Mauro, della sua chitarra, e del Cinema Don Bosco.
Quella sera c’eravamo tutti, intellettuali in scarpe da ginnastica, panciotti trapunti di spilline e vinili sotto braccio, perché come fai a separartene mentre fai una passeggiata in centro? E se non te ne separi per passeggiare, figurati se lo fai ad un concerto.
Di cover di Neil Young, per giunta. Quella sera le copertine di Zuma e After the gold rush si sprecavamo.
E però.
Quella sera, seduti composti sulle poltrone in velluto rosso del cinema, abbiamo per un attimo giocato a Woodstock. Anche se erano passati più di dieci anni da Woodstock, ma si sa, le cose in Italia arrivano in ritardo, figuriamoci a La Spezia. Anche se alcuni di noi erano lì – forse molti, a giudicare da come è andata poi – solo perché c’erano gli altri. 
Ma questa è un’altra storia ancora.
Ora raccontiamo questa, per come me la ricordo o per come me la voglio ricordare, e se qualcuno si ricorda meglio non me lo dica, se non è andata così.
Quella sera ad un certo punto della scaletta, Mauro dice che è arrivato il momento di “Like an Hurricane”. Oh, sì. L’uragano di quella elettrica solista che scandisce in note lunghe, tirate, un’angosciosa richiesta di qualcosa che ti travolga la vita.
Di qualcosa che te la cambi, per dire.
Nel mio ricordo, le luci del palco erano rosse, in quel momento. E tutto sembrava immerso in una pozzanghera sanguigna, e violenta. E sopra quella nuvola rossa in cui stavamo evaporando tutti, c’era la chitarra di Mauro, e quel grido angoscioso in cui ognuno di noi voleva riconoscersi, la richiesta di qualcosa che sparigliasse le carte, e che aprisse nuove porte e chiudesse i portoni, un vento nuovo che sapesse di mare e che gonfiasse le vele. Anche un uragano, purchè conducesse la barca in porti migliori.

You are like a hurricane
There's calm in your eye.

Mauro aveva un modo strano di suonare quel pezzo. 
Lo faceva senza contorcersi, senza dimenarsi, senza piegarsi su se stesso come percosso da una incomprensibile sofferenza – a meno che non fosse quella stessa di noi tutti, quel sogno di una cosa che non riusciva a diventare realtà. E poi, quel sorriso semplice, non ostentato, non buttato in faccia a nessuno. Non la rappresentazione del dolore, in quel momento, galleggiando su quel mare di luci rosse. Ma di altro. 
Qualcosa che ci eravamo scordati di chiedergli.

And I'm gettin' blown away
To somewhere safer
where the feeling stays.

Mi pare di ricordare che andò avanti a lungo, con un insistito duello di chitarre, e che invece che la solita bolgia da concerto – anche se quella era solo la nostra piccola e privata Woodstock di provincia al Cinema Don Bosco – ci fosse, in sala, un silenzio di cristallo. Fragile ed eterno. Come se in quella chitarra che si imbizzarriva e scalciava sopra la base ritmica, capricciosa come un cavallo pazzo, ci fosse qualcosa che veniva da molto lontano, e che ancora non sapevamo, perché ci eravamo dimenticati di chiederglielo.

..I want to love you but
I'm getting blown away…


E poi, come succede sempre, perché nessuna musica può durare in eterno, quel pezzo era finito, seguito dalla solita esplosione di applausi, e, per fortuna, non dalla fiaccolata di accendini, che a quei tempi non c’erano ancora. Non gli accendini, le fiaccolate.
Io questa parte non me la ricordo benissimo, e mi aiuta l’abitudine alla messa in scena. Ma la sostanza sì, quella ce l’ho impressa nel cervello, ora che è riemersa, dopo più di trent'anni, ancorata ad una canzone di Neil Young.

Chissà cosa fa Mauro adesso. Chissà se qualcuno sa dove sia, sa come trovarlo, sa se abbia ancora in viso quel sorriso inspiegabile, perché ci eravamo sempre scordati di chiederglielo.

In quel tripudio di applausi, Mauro era venuto a proscenio, con la sua maglietta per niente rock e il suo viso aperto da figlio del sud. Aveva la sua Les Paul a tracolla, e teneva le mani sul microfono, come se cercasse la forza per iniziare a dire qualcosa.
“Io…” - disse semplicemente, con una voce esitante, emozionata, ma anche qualcos'altro.  “Io volevo dirvi che questa è l’ultima volta che suono.”
Per la seconda volta, sulle poltrone in velluto rosso del cinema Don Bosco di La Spezia, si era fatto silenzio. Che significa, che vuol dire? Che è successo?
“Io… ho voluto suonare questo pezzo perché succede qualche volta che ti travolga un uragano. E quell'uragano può cambiarti la vita.”
Lo so, qualcuno potrebbe pensare che il dialogo sia un po’ banale, anche prevedibile. Eppure è così che andò, e non sempre i momenti speciali devono essere per forza imprevedibili.
Qualche volta è sufficiente che siano veri. E quello lo era, inutile girarci attorno.
“Io…” aveva proseguito Mauro, scivolando fuori dalla cinghia della chitarra e appoggiandola al supporto come se fosse l'ultima volta che lo faceva, e lo era, “io vado in trappa.”
In trappa. In clausura.
“Vedete, ho capito che questo uragano che mi ha colpito è più che sufficiente per essere felice. E non ho bisogno di nient'altro”
C’era, tra noi del pubblico, una ridda di reazioni contrastanti. Dal commosso all'infastidito.
Già, infastidito. Perché che cavolo, non sono affari suoi? Cosa c’entrano con la musica.
C’entrano, mi sento di dire oggi. C’entrano. Anche se io sono andato per un’altra strada, anche se quell'uragano che ha colpito lui mi ha mancato, o preso di striscio, oppure non c’è proprio.
Dopo quella sera Mauro – credo – regalò la chitarra. O per lo meno in una storia di quelle che si vedono al cinema sarebbe bello che sia andata così. Sarebbe bello che quella Gibson rossa l’avesse, per esempio, Renzo.
Ma quella sera andammo via borbottando, senza sapere se questo era bello o meno, che il rito prevedibile di quel concerto fosse stato interrotto così, per dare un annuncio che ci lasciò senza parole. O magari non è andata così. Magari quell'annuncio l’ha dato un’altra volta, e i ricordi si sono mescolati nella testa.
Ma l’uragano l’aveva travolto, questo è certo.

Chissà se invece non l’ha portata con sé, quella chitarra. Oppure no.
Chissà se a volte sente ancora Neil Young, oppure se lo canta nella testa, nelle prime luci dell’alba, mentre si avvia a cantare le lodi, o guardando le brume salire dalla terra, mentre lavora nell'orto, e probabilmente sorride.

Chissà.

domenica 29 marzo 2015

1261 GIORNI DI GUERRA e NOVE GIORNI DI CULTURA INDIPENDENTE







Il primo giorno di guerra, era il 23 Maggio 1915, anche quello me lo ricordo bene. Eh sì. Me lo ricordo bene perché quella mattina mi è piovuto in testa un pensiero che lì per lì mi è sembrato stupido. Cioè, aspetta che mi spiego: quando ho sollevato gli occhi al cielo, dopo aver bevuto il caffè, ho pensato che era uguale a quello del giorno prima. Che se non lo avessi saputo prima, per dire, che c’era la guerra, dal colore del cielo non lo avrei capito. E neanche dalla forma delle nuvole, o dalle cime degli alberi. Eravamo affacciati sul ciglio dell’estate, e sui rami c’era pieno di foglie che sembrava una festa. E invece quel giorno era iniziata la guerra, e nel cielo non c’era nessun segno.
Se ci ripenso, quel pensiero tanto stupido non era.

Ho scelto uno stralcio a caso – forse non così tanto a caso… - da “1261 giorni di guerra”, andato in scena Sabato 28 Marzo 2015 per la prima volta a Montefano, teatro La Rondinella.  Non c’ero, tra il pubblico, come decine di altre volte, per decine di altri testi. Stavolta non ho potuto essere presente, eppure quanto c’ero, con la testa, col cuore. Soprattutto perché, al di là del significato che ha per me questo testo, ero emozionato anch’io assieme a 12 esordienti che per la prima volta calcavano le tavole del palcoscenico. Gli esordienti sono gli allievi di un complice di mille imprese, quel grande attore di Luca Violini, col quale – faccio un conto a memoria e di certo sbaglio per difetto – ho già messo in scena una decina di testi. Stavolta abbiamo raccontato la storia di un vecchio postino – proprio Luca - che consegna lettere ogni mattina in un paesino dell’alto Friuli durante quegli interminabili 1261 giorni di follia e di morte asservita alle ragioni dei potenti, e le voci di quelle persone travolte dai marosi di una guerra raccontata come “di popolo” e nata probabilmente nelle cancellerie di mezza Europa. 
Mi è tornato in mente un flash di tanti, troppi anni fa, una compagnia amatoriale all'ombra del castello di Lerici, dove assieme a Paolo Cabano, Memi Passalacqua, Beppe Meconi, Caterina Perazzo, e molti altri, mettevamo in scena, con entusiasmo e con senso dell'ideale delle farse in dialetto lericino. E io il lericino non lo conoscevo, però che brividi. Che bello. Credo che parte della decisione di dedicare la vita a questo sia nata là, nella culla di un'amicizia bella, sul principio degli anni ottanta.
 
Prima della rappresentazione ho telefonato a Luca ed ho chiesto di essere messo in viva voce, per parlare con tutti, proprio tutti i dodici, che cito qui uno per uno: Domenico Amori, Stefania Terrè, Anna Rita Cesaretti, Annalisa Galeazzi, Marco Mondaini, Claudio Marchetti, Annamaria Cipolloni, Rosanna Renzi, Stella Dimare, Luca Bassi Andreasi, Raphaela Dubbini, Luisa Mazzocchi, e con Riccardo Rocchetti che ha governato il suono di 13 voci in scena. Ho sentito, dall’altra parte del telefono, delle risatine nervose e tese, che conosco bene.
Non c'è niente da fare, il teatro è peggio dell'antrace, molto più spietato della coca. Più immediato di un fulmine a ciel sereno. Ti prende e ti mangia. E lo fa per sempre.
Però che bello, che magia il teatro. Perché sa darti queste sensazioni e queste emozioni - e chi te le ripaga?
Così ho voluto fare un omaggio, con un po’ di invidia a quei dodici, che provano sensazioni – andare in scena – che sono sempre insostituibili, ma di più quando accade la prima volta. E allora mi è venuto in mente che solo la passione può convincerti a vivere di parole, o di teatro, o di cinema, o di idee in un mondo di piani di marketing e triadi, quando non di – per dirla con Edoardo Bennato – impresari di partito.

E allora mi è venuta in mente, da un’altra parte d’Italia, ma non con minore passione, un’altra iniziativa: LA CULTURA IN PIAZZA – FESTIVAL DELLA CULTURA INDIPENDENTE, che si svolge a La Spezia, dove sono nato…
…piccola città, bastardo posto…
…e che vede impegnarsi tanti amici che, anche loro, si sono scoperti incapaci di vivere senza le emozioni e i brividi che ti regala crear parole, disegnare idee, mettere in scena sogni.
Ora, ognuno di noi sa quanto è difficile far cultura in Italia. Non tanto e non solo per la pochezza miope ed ottusa delle istituzioni, anche e soprattutto, non nascondiamoci dietro un dito, perchè il cittadino medio si ciba di reality, di mariedefilippi, e altre amenità simili. Soprattutto perchè, se parli con un produttore, spesso e volentieri ti senti dire: "Sì però niente di complicato, che il periodo è difficile, la gente ha voglia di ridere"...




Voglio fare un augurio anche a loro, che saranno in piazza, nei locali che hanno scelto di ospitarli, dal 10 al 19 Aprile 2015:
La cultura dovrebbe sempre essere indipendente, cioè, letteralmente, non dipendere da nulla. Da null'altro che dalla passione. E alla testa di questa iniziativa vedo persone - alcune che conosco bene, mi azzardo a dire amici - che di passione ne hanno, da vendere. Forse è che la passione difficilmente si coniuga con le direttive e gli schieramenti, che è difficile emozionarsi quando operare nella cultura diventa solo gestione del potere o apologia dell'esitente. Quando non diventa, peggio ancora, la presa di distanza di politici sedicenti pragmatici che si nascondono dietro "la cultura non dà il pane". E allora ben vengano i corsari, ben venga questa ciurma di pirati che si ricorda che dalle nostre parti i pirati c'erano davvero, e ben difficilmente finivano la carriera nella regia marina, agli ordini di un ufficiale di sangue reale. E allora auguri Fabio, Katia, Paola, Irene, Annamaria. Auguri amici miei. Spero che tutto questo lavoro scuota un po' di anime spezzine, notoriamente refrattarie e conformiste. Perchè c'è bisogno degli indipendenti, dove i dipendenti stanno arroccati sulla gestione del possibile. (Sembra un augurio criptico, ma pensateci bene, non lo è così tanto)
E’ poco, lo so, è poco. E’ il contributo di uno spezzino in esilio, che è scappato da una città dove non trovava nulla in cui radicare il suo sogno. Quindi guardo con ammirazione loro, che continuano a lottare in un ambiente ostico.
Oggi voglio dedicare a quei dodici di Montefano, e quel manipolo di pirati di La Spezia il mio augurio che l’attesa generi sogni, una volta ogni tanto.
L’attesa. Questo è il sentimento che ho sentito nell’aria, allo spalancarsi di ogni uscio, in ogni occhiata: l’attesa.
Qualcosa è cambiato, improvvisamente, mentre i giovani – che prima erano Nello, Zeno, Ario – improvvisamente diventavano fanti, alpini, artiglieri, fucilieri. Sono partiti una mattina con la roba che avevano addosso e un sacchettino con qualche fetta di pane, e improvvisamente per le strade del paese è calato il silenzio.
Era il rumore dell’attesa.
Dell’attesa, e della paura.
E della colpa.
Sì, della colpa, non mi sono sbagliato. Ci si sente in colpa, augurandosi che il proprio figlio, marito, fidanzato, torni a casa sano.
Vedete, noi sappiamo poco di cosa succede là fuori, lassù sull’altopiano, oltre i fiumi, sulle montagne. Nessuno ci dice nulla, nessuno di racconta nulla. Sappiamo solo che ci sono i nostri ragazzi, lassù: Nello, Zeno, Ario, uomini, mariti, figli, e sappiamo anche che non torneranno tutti, a casa.
Ognuno di noi, lo sappiamo tutti, spera che non tocchi a lui.
C’è un brivido di vergogna, in quel pensiero. Perché implica il fatto che toccherà ad un altro, sarà dolore per qualcun altro, ed è brutto augurarselo, ma il dolore va cacciato con tutte le forze, via, via da questa casa.
E se è l’unico modo che non mi sfiori, che tocchi agli altri.
Ci si sente meschini, scoprendosi dentro questo pensiero.
Ci si sente fragili.
Eppure, ci si sente umani.

(da “1261 giorni di Guerra)

lunedì 16 febbraio 2015

IL TALENTO DI MISTER ANDREW, ovvero WHIPLASH: TEMPI DISPARI E SASSOLINI NELLE SCARPE




“Ma nella musica, chi decide chi è bravo? Non è una cosa soggettiva?”
“No.”

Siamo all’incirca al minuto trenta di Whiplash, un piccolo delizioso film sul jazz di Damien Chazelle che ha trionfato al Sundance festival, e sullo schermo del cinema fiorisce questa battuta.
Anche il contesto in cui sboccia, una soffocante riunione di famiglia, è un contesto significativo.
Nel film, una piccola storia di formazione che ruota attorno al rapporto allievo maestro in un conservatorio dove si insegna musica jazz, il protagonista Andrew Neimann, che  è l’allievo (ben messo in scena da Miles Teller), è a pranzo con la famiglia, e deve subire – come milioni di altre volte nelle riunioni di famiglia, intuiamo - la santificazione dei due cugini, che stanno riscuotendo successo in campi più accettabili e riconosciuti: l’uno è campione di rugby in terza divisione, pensa un po’, l’altro ha ottenuto una borsa di studio come ricercatore universitario.
Insomma, si sottintende in famiglia, ma nemmeno troppo, son ragazzi con la testa sulle spalle che si dedicano a cose importanti, e che non perdono tempo con le favole e i sogni, come invece fa il cugino Andrew, che frequenta una scuola nella quale si impara a suonare.
E a nulla vale protestare che la “scuola” è il conservatorio di New York, dove prendono i migliori, ed anche che lui è tra i più bravi del corso.
Perché per i suoi familiari, pratici esponenti della middle class americana ma in definitiva di qualsiasi posto del mondo, la musica è solamente un giochino, un passatempo, è il luna park del “secondo me” e del “a mio avviso”, “i gusti sono gusti” e via così luogocomunizzando…
…come troppe volte capita di ascoltare anche da noi, per esempio in questi tempi di Sanremo. Come se non ci fosse un criterio oggettivo di valutazione, come se il criterio del consenso generalizzato fosse un criterio definitivo.


Eppure, a sentire Anatole France,
Se un milione di persone crede in una stupidaggine, rimane una stupidaggine.

Beh, nel mondo moderno, ed in particolare nel mondo della musica, pare proprio di no.
Insomma, al minuto trenta di questo bel film (un piccolo film, girato con un piccolo budget, che toglie l’alibi dei soldi, dietro alla mancanza dei quali si trincera la poca voglia di azzardare italiana), nel bel mezzo di quel confronto familiare che dicevamo, esplode come un fuoco artificiale questo scambio di battute.

“Ma nella musica, chi decide chi è bravo? Non è una cosa soggettiva?”

Dice il cugino, quello socialmente realizzato, quello che fa il quarterback in una squadra di terza categoria ed è convinto di avere davanti uno sfigato che perde tempo a suonare le musichette.

“No.”

Risponde serafico Andrew Neimann, e in quel no c’è tutta la sua voglia di rivendicare una diversità, di proclamarsi di un’altra razza, magari emarginata, ma meglio così.


Perché no, Santoddio, la musica non è una cosa soggettiva.
No, Santoddio. Non si diventa musicisti andando a piangere da Maria o stonando su un palco televisivo.
No, Santoddio. E se una cosa così evidente bisogna anche spiegarla, beh…
L’unico che mi viene in mente, che abbia saputo dire bene questa cosa, questo atteggiamento (che se è snob, pazienza, di qualcosa si deve pur morire…) è Vasco Rossi, nella sua “Mi si escludeva”:

Mi ricordo che sì, si escludeva
per motivi che
oggi fanno solo ridere
mi ricordo che sì, si escludeva
per primi quelli che
facevano paura: chissà perché?!?
mi ricordo che sì, si escludeva
... sempre il più debole
mi ricordo che "non si voleva"
però neanche i più brutti come me......
E avanti così...
facciamo due comunità diverse
facciamo due comunità diverse
facciamo due comunità diverse!

Nel “no” con cui Andrew risponde alla domanda sciocca di suo cugino, c’è una dichiarazione di diversità del musicista, quello vero, che arriva giusta, che aspettavo da tempo.
E allora non posso fare a meno di esultare.
Finalmente, Santo Iddio. Finalmente qualcuno l’ha detto. Basta, con la dittatura dei numeri. Ci sono dei fatti oggettivi che quantificano e identificano il talento.
E c’è un prezzo da pagare, per seguirne i dettami.
Sì. Perché Whiplash è un film sul talento.
Sulla musica, ma, inevitabilmente, sul talento.
Che non è quella parola inglese, talent, che compone insieme a show la peggior jattura che la musica abbia dovuto sopportare dai tempi dei tamburi tribali.
No, il talento non è quello dei talent show.
E neanche quello del televoto.
O meglio, Whiplash è un film sulla fatica che pretende il talento. E non solo quello musicale.
Il titolo, Whiplash, viene da un brano di Hank Levy, universalmente riconosciuto come uno dei primi esempi di Jazz-rock, cioè di quel territorio di confine dove la musica colta ha cercato di mescolarsi con quella dei giovani e giungere a più ascoltatori possibile.
Riuscendoci, per un breve periodo.
Ed ecco che anche questo piccolo indizio ci dice che la domanda di fondo è come il talento si possa coniugare con l'essere popolare, percepibile, e alla portata di tutti.
Sfida interessante, e difficile da vincere.


Il talento, in questo piccolo film, è quella cosa bruciante che spinge Andrew a suonare la batteria finché non gli sanguinino le mani, che lo convince a rinunciare ad una storia d’amore, perché la vocazione a pestare i tamburi è troppo più grande, e non lascia posto per altro, nel cuore e nel cervello.
E’ una cosa imprevedibile, che ti prende e ti conduce altrove e di solito lo fa senza chiederti il permesso.
E invece, dice il professor Fletcher, magistralmente messo in scena da J. K. Simmons quasi con rassegnazione, ormai le aule del conservatorio sono invase da giovani dalle scarse motivazioni e dalla scarsa voglia di faticare, per diventare bravi.
E verrebbe da dire: professor Fletcher, venga a dare un’occhiata qui da noi.


Il burbero, quasi mefistofelico docente del conservatorio è il deuteragonista di questa storia. Il custode di soglia di un’arte che pretende tutto, un custode spietato e totalitario, senza mezze misure. Uno che assomiglia talmente tanto al sergente di Full metal jacket da chiamare uno dei suoi trombonisti “palla di lardo”. 



Lo odiamo, assieme ai suoi studenti, quando li porta alle lacrime insultandoli e minacciandoli. Lo disprezziamo quando fa scempio dei sogni di Andrew cacciandolo dal conservatorio.
Ma lo capiamo quando ci dice – e dice al suo allievo – che quella è la sua missione: ribadire, in un mondo in cui suonare e cantare è diventato l’optional, che l’arte, e il talento, sono dedizione, e fatica, e forse dolore.
E infine, lo adoriamo, il professor Fletcher, nella scena finale, in cui in uno sguardo solo passa dall’odio al rancore allo stupore ed infine all’amorevole riconoscimento di identità: alla consapevolezza di avere di fronte, finalmente, un altro musicista come lui.
E se di due comunità diverse si sta parlando, Fletcher e Andrew stanno nella stessa.


Ecco cos’è il talento di cui parla il film: qualcosa che si conquista e che pretende. Ma qualcosa che quando si è raggiunto, allora non lo devi più spiegare.

“Ma nella musica, chi decide chi è bravo? Non è una cosa soggettiva?”
“No.”


No che non lo è. Il talento è una cosa oggettiva, è una cosa tremendamente quantizzabile e verificabile, anche se generazioni di Carloconti (e molti altri prima di lui) ci vogliono convincere che alla fine volemose bene, tutto equivale a tutto, i gusti sono gusti, e ancora più alla fine, che se tanti milioni di mosche amano la cacca non possono essersi sbagliate.