domenica 29 marzo 2015

1261 GIORNI DI GUERRA e NOVE GIORNI DI CULTURA INDIPENDENTE







Il primo giorno di guerra, era il 23 Maggio 1915, anche quello me lo ricordo bene. Eh sì. Me lo ricordo bene perché quella mattina mi è piovuto in testa un pensiero che lì per lì mi è sembrato stupido. Cioè, aspetta che mi spiego: quando ho sollevato gli occhi al cielo, dopo aver bevuto il caffè, ho pensato che era uguale a quello del giorno prima. Che se non lo avessi saputo prima, per dire, che c’era la guerra, dal colore del cielo non lo avrei capito. E neanche dalla forma delle nuvole, o dalle cime degli alberi. Eravamo affacciati sul ciglio dell’estate, e sui rami c’era pieno di foglie che sembrava una festa. E invece quel giorno era iniziata la guerra, e nel cielo non c’era nessun segno.
Se ci ripenso, quel pensiero tanto stupido non era.

Ho scelto uno stralcio a caso – forse non così tanto a caso… - da “1261 giorni di guerra”, andato in scena Sabato 28 Marzo 2015 per la prima volta a Montefano, teatro La Rondinella.  Non c’ero, tra il pubblico, come decine di altre volte, per decine di altri testi. Stavolta non ho potuto essere presente, eppure quanto c’ero, con la testa, col cuore. Soprattutto perché, al di là del significato che ha per me questo testo, ero emozionato anch’io assieme a 12 esordienti che per la prima volta calcavano le tavole del palcoscenico. Gli esordienti sono gli allievi di un complice di mille imprese, quel grande attore di Luca Violini, col quale – faccio un conto a memoria e di certo sbaglio per difetto – ho già messo in scena una decina di testi. Stavolta abbiamo raccontato la storia di un vecchio postino – proprio Luca - che consegna lettere ogni mattina in un paesino dell’alto Friuli durante quegli interminabili 1261 giorni di follia e di morte asservita alle ragioni dei potenti, e le voci di quelle persone travolte dai marosi di una guerra raccontata come “di popolo” e nata probabilmente nelle cancellerie di mezza Europa. 
Mi è tornato in mente un flash di tanti, troppi anni fa, una compagnia amatoriale all'ombra del castello di Lerici, dove assieme a Paolo Cabano, Memi Passalacqua, Beppe Meconi, Caterina Perazzo, e molti altri, mettevamo in scena, con entusiasmo e con senso dell'ideale delle farse in dialetto lericino. E io il lericino non lo conoscevo, però che brividi. Che bello. Credo che parte della decisione di dedicare la vita a questo sia nata là, nella culla di un'amicizia bella, sul principio degli anni ottanta.
 
Prima della rappresentazione ho telefonato a Luca ed ho chiesto di essere messo in viva voce, per parlare con tutti, proprio tutti i dodici, che cito qui uno per uno: Domenico Amori, Stefania Terrè, Anna Rita Cesaretti, Annalisa Galeazzi, Marco Mondaini, Claudio Marchetti, Annamaria Cipolloni, Rosanna Renzi, Stella Dimare, Luca Bassi Andreasi, Raphaela Dubbini, Luisa Mazzocchi, e con Riccardo Rocchetti che ha governato il suono di 13 voci in scena. Ho sentito, dall’altra parte del telefono, delle risatine nervose e tese, che conosco bene.
Non c'è niente da fare, il teatro è peggio dell'antrace, molto più spietato della coca. Più immediato di un fulmine a ciel sereno. Ti prende e ti mangia. E lo fa per sempre.
Però che bello, che magia il teatro. Perché sa darti queste sensazioni e queste emozioni - e chi te le ripaga?
Così ho voluto fare un omaggio, con un po’ di invidia a quei dodici, che provano sensazioni – andare in scena – che sono sempre insostituibili, ma di più quando accade la prima volta. E allora mi è venuto in mente che solo la passione può convincerti a vivere di parole, o di teatro, o di cinema, o di idee in un mondo di piani di marketing e triadi, quando non di – per dirla con Edoardo Bennato – impresari di partito.

E allora mi è venuta in mente, da un’altra parte d’Italia, ma non con minore passione, un’altra iniziativa: LA CULTURA IN PIAZZA – FESTIVAL DELLA CULTURA INDIPENDENTE, che si svolge a La Spezia, dove sono nato…
…piccola città, bastardo posto…
…e che vede impegnarsi tanti amici che, anche loro, si sono scoperti incapaci di vivere senza le emozioni e i brividi che ti regala crear parole, disegnare idee, mettere in scena sogni.
Ora, ognuno di noi sa quanto è difficile far cultura in Italia. Non tanto e non solo per la pochezza miope ed ottusa delle istituzioni, anche e soprattutto, non nascondiamoci dietro un dito, perchè il cittadino medio si ciba di reality, di mariedefilippi, e altre amenità simili. Soprattutto perchè, se parli con un produttore, spesso e volentieri ti senti dire: "Sì però niente di complicato, che il periodo è difficile, la gente ha voglia di ridere"...




Voglio fare un augurio anche a loro, che saranno in piazza, nei locali che hanno scelto di ospitarli, dal 10 al 19 Aprile 2015:
La cultura dovrebbe sempre essere indipendente, cioè, letteralmente, non dipendere da nulla. Da null'altro che dalla passione. E alla testa di questa iniziativa vedo persone - alcune che conosco bene, mi azzardo a dire amici - che di passione ne hanno, da vendere. Forse è che la passione difficilmente si coniuga con le direttive e gli schieramenti, che è difficile emozionarsi quando operare nella cultura diventa solo gestione del potere o apologia dell'esitente. Quando non diventa, peggio ancora, la presa di distanza di politici sedicenti pragmatici che si nascondono dietro "la cultura non dà il pane". E allora ben vengano i corsari, ben venga questa ciurma di pirati che si ricorda che dalle nostre parti i pirati c'erano davvero, e ben difficilmente finivano la carriera nella regia marina, agli ordini di un ufficiale di sangue reale. E allora auguri Fabio, Katia, Paola, Irene, Annamaria. Auguri amici miei. Spero che tutto questo lavoro scuota un po' di anime spezzine, notoriamente refrattarie e conformiste. Perchè c'è bisogno degli indipendenti, dove i dipendenti stanno arroccati sulla gestione del possibile. (Sembra un augurio criptico, ma pensateci bene, non lo è così tanto)
E’ poco, lo so, è poco. E’ il contributo di uno spezzino in esilio, che è scappato da una città dove non trovava nulla in cui radicare il suo sogno. Quindi guardo con ammirazione loro, che continuano a lottare in un ambiente ostico.
Oggi voglio dedicare a quei dodici di Montefano, e quel manipolo di pirati di La Spezia il mio augurio che l’attesa generi sogni, una volta ogni tanto.
L’attesa. Questo è il sentimento che ho sentito nell’aria, allo spalancarsi di ogni uscio, in ogni occhiata: l’attesa.
Qualcosa è cambiato, improvvisamente, mentre i giovani – che prima erano Nello, Zeno, Ario – improvvisamente diventavano fanti, alpini, artiglieri, fucilieri. Sono partiti una mattina con la roba che avevano addosso e un sacchettino con qualche fetta di pane, e improvvisamente per le strade del paese è calato il silenzio.
Era il rumore dell’attesa.
Dell’attesa, e della paura.
E della colpa.
Sì, della colpa, non mi sono sbagliato. Ci si sente in colpa, augurandosi che il proprio figlio, marito, fidanzato, torni a casa sano.
Vedete, noi sappiamo poco di cosa succede là fuori, lassù sull’altopiano, oltre i fiumi, sulle montagne. Nessuno ci dice nulla, nessuno di racconta nulla. Sappiamo solo che ci sono i nostri ragazzi, lassù: Nello, Zeno, Ario, uomini, mariti, figli, e sappiamo anche che non torneranno tutti, a casa.
Ognuno di noi, lo sappiamo tutti, spera che non tocchi a lui.
C’è un brivido di vergogna, in quel pensiero. Perché implica il fatto che toccherà ad un altro, sarà dolore per qualcun altro, ed è brutto augurarselo, ma il dolore va cacciato con tutte le forze, via, via da questa casa.
E se è l’unico modo che non mi sfiori, che tocchi agli altri.
Ci si sente meschini, scoprendosi dentro questo pensiero.
Ci si sente fragili.
Eppure, ci si sente umani.

(da “1261 giorni di Guerra)

lunedì 16 febbraio 2015

IL TALENTO DI MISTER ANDREW, ovvero WHIPLASH: TEMPI DISPARI E SASSOLINI NELLE SCARPE




“Ma nella musica, chi decide chi è bravo? Non è una cosa soggettiva?”
“No.”

Siamo all’incirca al minuto trenta di Whiplash, un piccolo delizioso film sul jazz di Damien Chazelle che ha trionfato al Sundance festival, e sullo schermo del cinema fiorisce questa battuta.
Anche il contesto in cui sboccia, una soffocante riunione di famiglia, è un contesto significativo.
Nel film, una piccola storia di formazione che ruota attorno al rapporto allievo maestro in un conservatorio dove si insegna musica jazz, il protagonista Andrew Neimann, che  è l’allievo (ben messo in scena da Miles Teller), è a pranzo con la famiglia, e deve subire – come milioni di altre volte nelle riunioni di famiglia, intuiamo - la santificazione dei due cugini, che stanno riscuotendo successo in campi più accettabili e riconosciuti: l’uno è campione di rugby in terza divisione, pensa un po’, l’altro ha ottenuto una borsa di studio come ricercatore universitario.
Insomma, si sottintende in famiglia, ma nemmeno troppo, son ragazzi con la testa sulle spalle che si dedicano a cose importanti, e che non perdono tempo con le favole e i sogni, come invece fa il cugino Andrew, che frequenta una scuola nella quale si impara a suonare.
E a nulla vale protestare che la “scuola” è il conservatorio di New York, dove prendono i migliori, ed anche che lui è tra i più bravi del corso.
Perché per i suoi familiari, pratici esponenti della middle class americana ma in definitiva di qualsiasi posto del mondo, la musica è solamente un giochino, un passatempo, è il luna park del “secondo me” e del “a mio avviso”, “i gusti sono gusti” e via così luogocomunizzando…
…come troppe volte capita di ascoltare anche da noi, per esempio in questi tempi di Sanremo. Come se non ci fosse un criterio oggettivo di valutazione, come se il criterio del consenso generalizzato fosse un criterio definitivo.


Eppure, a sentire Anatole France,
Se un milione di persone crede in una stupidaggine, rimane una stupidaggine.

Beh, nel mondo moderno, ed in particolare nel mondo della musica, pare proprio di no.
Insomma, al minuto trenta di questo bel film (un piccolo film, girato con un piccolo budget, che toglie l’alibi dei soldi, dietro alla mancanza dei quali si trincera la poca voglia di azzardare italiana), nel bel mezzo di quel confronto familiare che dicevamo, esplode come un fuoco artificiale questo scambio di battute.

“Ma nella musica, chi decide chi è bravo? Non è una cosa soggettiva?”

Dice il cugino, quello socialmente realizzato, quello che fa il quarterback in una squadra di terza categoria ed è convinto di avere davanti uno sfigato che perde tempo a suonare le musichette.

“No.”

Risponde serafico Andrew Neimann, e in quel no c’è tutta la sua voglia di rivendicare una diversità, di proclamarsi di un’altra razza, magari emarginata, ma meglio così.


Perché no, Santoddio, la musica non è una cosa soggettiva.
No, Santoddio. Non si diventa musicisti andando a piangere da Maria o stonando su un palco televisivo.
No, Santoddio. E se una cosa così evidente bisogna anche spiegarla, beh…
L’unico che mi viene in mente, che abbia saputo dire bene questa cosa, questo atteggiamento (che se è snob, pazienza, di qualcosa si deve pur morire…) è Vasco Rossi, nella sua “Mi si escludeva”:

Mi ricordo che sì, si escludeva
per motivi che
oggi fanno solo ridere
mi ricordo che sì, si escludeva
per primi quelli che
facevano paura: chissà perché?!?
mi ricordo che sì, si escludeva
... sempre il più debole
mi ricordo che "non si voleva"
però neanche i più brutti come me......
E avanti così...
facciamo due comunità diverse
facciamo due comunità diverse
facciamo due comunità diverse!

Nel “no” con cui Andrew risponde alla domanda sciocca di suo cugino, c’è una dichiarazione di diversità del musicista, quello vero, che arriva giusta, che aspettavo da tempo.
E allora non posso fare a meno di esultare.
Finalmente, Santo Iddio. Finalmente qualcuno l’ha detto. Basta, con la dittatura dei numeri. Ci sono dei fatti oggettivi che quantificano e identificano il talento.
E c’è un prezzo da pagare, per seguirne i dettami.
Sì. Perché Whiplash è un film sul talento.
Sulla musica, ma, inevitabilmente, sul talento.
Che non è quella parola inglese, talent, che compone insieme a show la peggior jattura che la musica abbia dovuto sopportare dai tempi dei tamburi tribali.
No, il talento non è quello dei talent show.
E neanche quello del televoto.
O meglio, Whiplash è un film sulla fatica che pretende il talento. E non solo quello musicale.
Il titolo, Whiplash, viene da un brano di Hank Levy, universalmente riconosciuto come uno dei primi esempi di Jazz-rock, cioè di quel territorio di confine dove la musica colta ha cercato di mescolarsi con quella dei giovani e giungere a più ascoltatori possibile.
Riuscendoci, per un breve periodo.
Ed ecco che anche questo piccolo indizio ci dice che la domanda di fondo è come il talento si possa coniugare con l'essere popolare, percepibile, e alla portata di tutti.
Sfida interessante, e difficile da vincere.


Il talento, in questo piccolo film, è quella cosa bruciante che spinge Andrew a suonare la batteria finché non gli sanguinino le mani, che lo convince a rinunciare ad una storia d’amore, perché la vocazione a pestare i tamburi è troppo più grande, e non lascia posto per altro, nel cuore e nel cervello.
E’ una cosa imprevedibile, che ti prende e ti conduce altrove e di solito lo fa senza chiederti il permesso.
E invece, dice il professor Fletcher, magistralmente messo in scena da J. K. Simmons quasi con rassegnazione, ormai le aule del conservatorio sono invase da giovani dalle scarse motivazioni e dalla scarsa voglia di faticare, per diventare bravi.
E verrebbe da dire: professor Fletcher, venga a dare un’occhiata qui da noi.


Il burbero, quasi mefistofelico docente del conservatorio è il deuteragonista di questa storia. Il custode di soglia di un’arte che pretende tutto, un custode spietato e totalitario, senza mezze misure. Uno che assomiglia talmente tanto al sergente di Full metal jacket da chiamare uno dei suoi trombonisti “palla di lardo”. 



Lo odiamo, assieme ai suoi studenti, quando li porta alle lacrime insultandoli e minacciandoli. Lo disprezziamo quando fa scempio dei sogni di Andrew cacciandolo dal conservatorio.
Ma lo capiamo quando ci dice – e dice al suo allievo – che quella è la sua missione: ribadire, in un mondo in cui suonare e cantare è diventato l’optional, che l’arte, e il talento, sono dedizione, e fatica, e forse dolore.
E infine, lo adoriamo, il professor Fletcher, nella scena finale, in cui in uno sguardo solo passa dall’odio al rancore allo stupore ed infine all’amorevole riconoscimento di identità: alla consapevolezza di avere di fronte, finalmente, un altro musicista come lui.
E se di due comunità diverse si sta parlando, Fletcher e Andrew stanno nella stessa.


Ecco cos’è il talento di cui parla il film: qualcosa che si conquista e che pretende. Ma qualcosa che quando si è raggiunto, allora non lo devi più spiegare.

“Ma nella musica, chi decide chi è bravo? Non è una cosa soggettiva?”
“No.”


No che non lo è. Il talento è una cosa oggettiva, è una cosa tremendamente quantizzabile e verificabile, anche se generazioni di Carloconti (e molti altri prima di lui) ci vogliono convincere che alla fine volemose bene, tutto equivale a tutto, i gusti sono gusti, e ancora più alla fine, che se tanti milioni di mosche amano la cacca non possono essersi sbagliate.


giovedì 12 febbraio 2015

LA SOLITA STRADA, BIANCA COME IL SALE. UN URLO DI RIBELLIONE, IN OCCASIONE DEL FESTIVAL DI SANREMO.



Sì, però che noia.

Neanche liberi di non vedere Sanremo, siamo. Sì, perché in questo clima da controriforma, se non guardi Sanremo, o se lo critichi, sei snob, oppure, secondo una definizione che ormai non ha più alcun senso ed è completamente de-semantizzata, sei radical chic.

Mi si dirà: non ti piace? Non guardarlo e non rompere le palle.

Beh, no. Perché Sanremo non è una sagra di paese o un raduno di vecchi nostalgici di Albano e Romina. Sanremo è, ce lo dicono loro e ce lo ripetono ad ogni piè sospinto, il festival della Canzone Italiana.

Che se capisco bene il senso delle parole, ed a volte capita che uno lo colga al di là delle posizioni ideologiche, significa che si tratta di una manifestazione che pretende di rappresentare lo stato dell’arte della musica italiana e di costituirne una vetrina.

E allora no, che non sto zitto. Perché la musica italiana è anche roba mia, non solo delle conventicole di potere e sottopotere, perché da tutta la vita mi illudo che cantare significhi scandire delle parole in buona metrica con una buona divisione ritmica ed in buona intonazione (buona, non pretendo l’intonazione assoluta, altrimenti poi della Pausini che ce ne facciamo?), perché mi pare una legittima pretesa che quelle parole siano appoggiate su una costruzione musicale degna di questo nome e che – non secondario, per me – tutto questo messo insieme (parole, musica, metrica, ritmo ed intonazione) concorra a creare una cosa chiamata canzone che ha lo scopo di emozionare e di comunicare contenuti.

Non necessariamente contenuti politici e sociali, sia chiaro. Diceva John Ford che se avesse dovuto mandare un messaggio avrebbe fatto un telegramma, molto meno costoso di un film, e probabilmente la boutade vale anche per le canzoni.

Ma contenuti umani, intuizioni emozionanti, cuori caldi e pulsanti, quello sì, per dio.

Ora, non dico che non sia capitato, per caso, che qualche evento artistico degno di questo nome abbia calcato, negli ultimi anni il palco di Sanremo. Non dico neanche che quel che vi accade oggi sia a priori da buttare via. Dico che non accetto che la musica italiana sia rappresentata da un piacione lampadato che con tutta evidenza non sa neanche di cosa si stia parlando. Capitemi bene, intendo dire che la musica non è solo un oggetto con il quale riempire i carrelli dei supermercati. E’ qualcosa che ha alle spalle una storia, un apparato di conoscenze, di emozioni, di simbolicità che il nostro conduttore alla brace evidentemente non conosce. Si capisce dal modo in cui ne parla.

Poi naturalmente, in questo clima di “accontentiamoci dell’esistente” si sente dire che è garbato, elegante, che conosce i tempi televisivi, come se essere in gamba a scandire il nulla fosse un’abilità da sottolineare. Come se essere insulsi con garbo fosse più accettabile che farlo con arroganza.

Poi naturalmente, in questo clima di basso impero, le canzoni hanno arrangiamenti che spaccano, suoni della madonna, confezioni raffinatissime. Come se si andasse a cena e si apprezzasse la salsa, visto che la carne è andata a male.

Non capisco, e non reggo alla visione del “Festival della canzone italiana” per più di dieci minuti.

Ma no, non accetto questo gioco alla delegittimazione per cui chi si dissocia è snob, o radical chic. Parole, lo ripeto che non significano più nulla neppure nella bocca di chi le usa, tanto sono prive di significato, se non quello di una polemica vagamente politica, tanto ormai è tutto vago, anche la politica, neanche più si può farne una questione di schieramenti, figurarsi se ne facciamo una questione di contenuti ideali.

Sul palco di Sanremo sono passati “Nel blu dipinto di blu”, “Almeno tu nell’universo”, “Gianna”, “Vacanze romane”, “Vita spericolata”, ed ho detto solo le prime che mi vengono in mente, ma sono certo che me ne verrebbero in mente altre duecento.

E sono passate su quel palco con qualsiasi regime (sì, regime…) e con qualsiasi clima culturale. Quindi, non è affatto una questione di snobismo o di politica. Mi si dice (non l’ho visto, ma non ho difficoltà a crederlo) che la performance di Tiziano Ferro sia stata notevole. Beh, a prescindere dal fatto che ti piaccia il genere che canta e suona, Tiziano Ferro è insindacabilmente un artista. Non un fenomeno da baraccone come troppi altri sulla passerella del conduttore bruschettato.

Non pretendo di avere soluzioni, non sarò io a dire la cosa definitiva su Sanremo.
Ma a me, se Albano e Romina si amano, non me ne frega niente.

Se Concita Wurst è o non è gay, beh, not my cup of tea.

L’unico modo che riesco a concepire per vedere questo Festival è guardarlo per ridere delle maschere che si alternano sul palco. Guardarlo come si guarda la donna con la barba o il nano più alto del mondo nelle fiere dell’est. Dove non a caso, per due soldi si possono comprare solo topolini dalla vita breve.

Se no, l’alternativa è non guardarlo, ma senza dover sopportare lo snobismo di chi etichetta come snob chi non canta col coro.

Quello sì, vorrei esprimerlo.

Ecco, l’ho detto, mi stava sul gozzo da giorni. Ora apro le falde della camicia ed aspetto la raffica del fuoco di sbarramento.

Ma spero mi sia risparmiata l’accusa di snobismo, almeno quella.

Ma credetemi: l’imperatore è nudo.

Sì.

L’imperatore è nudo.

E allora.

Guardi Sanremo chi vuole guardare (questo) Sanremo.

Per gli altri, almeno la libertà di dire: cambio canale, esco, vado al cinema, a teatro.

O mi ritiro in campagna.

Come ha fatto Gaber.

Ora, chi sparerà, miri a cuore, per favore.