giovedì 12 febbraio 2015

LA SOLITA STRADA, BIANCA COME IL SALE. UN URLO DI RIBELLIONE, IN OCCASIONE DEL FESTIVAL DI SANREMO.



Sì, però che noia.

Neanche liberi di non vedere Sanremo, siamo. Sì, perché in questo clima da controriforma, se non guardi Sanremo, o se lo critichi, sei snob, oppure, secondo una definizione che ormai non ha più alcun senso ed è completamente de-semantizzata, sei radical chic.

Mi si dirà: non ti piace? Non guardarlo e non rompere le palle.

Beh, no. Perché Sanremo non è una sagra di paese o un raduno di vecchi nostalgici di Albano e Romina. Sanremo è, ce lo dicono loro e ce lo ripetono ad ogni piè sospinto, il festival della Canzone Italiana.

Che se capisco bene il senso delle parole, ed a volte capita che uno lo colga al di là delle posizioni ideologiche, significa che si tratta di una manifestazione che pretende di rappresentare lo stato dell’arte della musica italiana e di costituirne una vetrina.

E allora no, che non sto zitto. Perché la musica italiana è anche roba mia, non solo delle conventicole di potere e sottopotere, perché da tutta la vita mi illudo che cantare significhi scandire delle parole in buona metrica con una buona divisione ritmica ed in buona intonazione (buona, non pretendo l’intonazione assoluta, altrimenti poi della Pausini che ce ne facciamo?), perché mi pare una legittima pretesa che quelle parole siano appoggiate su una costruzione musicale degna di questo nome e che – non secondario, per me – tutto questo messo insieme (parole, musica, metrica, ritmo ed intonazione) concorra a creare una cosa chiamata canzone che ha lo scopo di emozionare e di comunicare contenuti.

Non necessariamente contenuti politici e sociali, sia chiaro. Diceva John Ford che se avesse dovuto mandare un messaggio avrebbe fatto un telegramma, molto meno costoso di un film, e probabilmente la boutade vale anche per le canzoni.

Ma contenuti umani, intuizioni emozionanti, cuori caldi e pulsanti, quello sì, per dio.

Ora, non dico che non sia capitato, per caso, che qualche evento artistico degno di questo nome abbia calcato, negli ultimi anni il palco di Sanremo. Non dico neanche che quel che vi accade oggi sia a priori da buttare via. Dico che non accetto che la musica italiana sia rappresentata da un piacione lampadato che con tutta evidenza non sa neanche di cosa si stia parlando. Capitemi bene, intendo dire che la musica non è solo un oggetto con il quale riempire i carrelli dei supermercati. E’ qualcosa che ha alle spalle una storia, un apparato di conoscenze, di emozioni, di simbolicità che il nostro conduttore alla brace evidentemente non conosce. Si capisce dal modo in cui ne parla.

Poi naturalmente, in questo clima di “accontentiamoci dell’esistente” si sente dire che è garbato, elegante, che conosce i tempi televisivi, come se essere in gamba a scandire il nulla fosse un’abilità da sottolineare. Come se essere insulsi con garbo fosse più accettabile che farlo con arroganza.

Poi naturalmente, in questo clima di basso impero, le canzoni hanno arrangiamenti che spaccano, suoni della madonna, confezioni raffinatissime. Come se si andasse a cena e si apprezzasse la salsa, visto che la carne è andata a male.

Non capisco, e non reggo alla visione del “Festival della canzone italiana” per più di dieci minuti.

Ma no, non accetto questo gioco alla delegittimazione per cui chi si dissocia è snob, o radical chic. Parole, lo ripeto che non significano più nulla neppure nella bocca di chi le usa, tanto sono prive di significato, se non quello di una polemica vagamente politica, tanto ormai è tutto vago, anche la politica, neanche più si può farne una questione di schieramenti, figurarsi se ne facciamo una questione di contenuti ideali.

Sul palco di Sanremo sono passati “Nel blu dipinto di blu”, “Almeno tu nell’universo”, “Gianna”, “Vacanze romane”, “Vita spericolata”, ed ho detto solo le prime che mi vengono in mente, ma sono certo che me ne verrebbero in mente altre duecento.

E sono passate su quel palco con qualsiasi regime (sì, regime…) e con qualsiasi clima culturale. Quindi, non è affatto una questione di snobismo o di politica. Mi si dice (non l’ho visto, ma non ho difficoltà a crederlo) che la performance di Tiziano Ferro sia stata notevole. Beh, a prescindere dal fatto che ti piaccia il genere che canta e suona, Tiziano Ferro è insindacabilmente un artista. Non un fenomeno da baraccone come troppi altri sulla passerella del conduttore bruschettato.

Non pretendo di avere soluzioni, non sarò io a dire la cosa definitiva su Sanremo.
Ma a me, se Albano e Romina si amano, non me ne frega niente.

Se Concita Wurst è o non è gay, beh, not my cup of tea.

L’unico modo che riesco a concepire per vedere questo Festival è guardarlo per ridere delle maschere che si alternano sul palco. Guardarlo come si guarda la donna con la barba o il nano più alto del mondo nelle fiere dell’est. Dove non a caso, per due soldi si possono comprare solo topolini dalla vita breve.

Se no, l’alternativa è non guardarlo, ma senza dover sopportare lo snobismo di chi etichetta come snob chi non canta col coro.

Quello sì, vorrei esprimerlo.

Ecco, l’ho detto, mi stava sul gozzo da giorni. Ora apro le falde della camicia ed aspetto la raffica del fuoco di sbarramento.

Ma spero mi sia risparmiata l’accusa di snobismo, almeno quella.

Ma credetemi: l’imperatore è nudo.

Sì.

L’imperatore è nudo.

E allora.

Guardi Sanremo chi vuole guardare (questo) Sanremo.

Per gli altri, almeno la libertà di dire: cambio canale, esco, vado al cinema, a teatro.

O mi ritiro in campagna.

Come ha fatto Gaber.

Ora, chi sparerà, miri a cuore, per favore.

martedì 10 febbraio 2015

QUELL'ASSORDANTE SILENZIO DEL 10 FEBBRAIO




Senza altre parole, un estratto dal mio testo "...quell'enorme lapide bianca."

Ci si può raggiungere attraverso il tempo? Si possono mandare messaggi attraverso gli anni? Se si, stasera voglio parlare con Enrico. Forse, un Dio pietoso il mio o il suo o quello di un altro me lo permetterà. Per dirgli una cosa, semplice. Che i giorni della nostra amicizia sono stati infranti dai giorni dell’odio. Ma se, allora, avessi capito, Enrico, io di certo non avrei taciuto.


Ooh… Ma poi, cosa c’e’ da capire? Cosa bisogna interpretare? Sangue, morte, dolore, non hanno bisogno di interpretazione: suonano da sole – così – come il rumore di chiodi nel legno delle casse. Enrico, la parola che ti aspetti da me, io non so dirla. Forse è tardi, per rifare tutti i conti, per cambiare l’inventario. I morti, tutti i morti, chiedono una cosa sola, poter riposare. Ma esigono un nome perdio, sotto il quale si possa accendere il rosso di un fiore. Una lapide, con un nome inciso sopra. Che dica: c’ero, ci sono stato, per un attimo, esistevo. Non dimenticatemi. E invece, lo scalpello che doveva incidere quel nome ha esitato. Ha temporeggiato. O peggio, si è voltato dall’altra parte.
Vedi, Enrico a volte il pensiero è piccolo. Si ribella alle eccezioni. E’  più facile pensare che le cose siano o bianche, o nere. Hai ragione, tu, qualche volta la tentazione di abolire i colori è forte. Qualche volta, alle parole difficili, si preferisce il silenzio. O i se. O i ma.  Anche io dovrò molto presto dare una spiegazione a quel Dio. E  non potrà essere una spiegazione qualsiasi.

Forse, se davvero c’e’ qualcuno, dall’altra parte, mi concederà di voltarmi indietro. E potrò vedere. E potrò ascoltare. E dall’altra parte, il silenzio che grava sulla tua storia, e su quella del tuo popolo, mi sembrerà enorme, e incomprensibile. Perché non esiste, un ideale abbastanza grande per assolvere quel silenzio. Perché nessun sogno è abbastanza grande per spiegare….…quell’enorme  lapide  bianca.             

domenica 8 febbraio 2015

BIRDMAN, OVVERO DI CHE PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D'AMORE.








Di cosa parliamo, quando parliamo d’amore?
Nel gioco di scatole cinesi in cui un film contiene una piece teatrale che a sua volta contiene l’opera più celebrata di Raymond Carver, è probabilmente il titolo di quest’ultima quello che più di tutti ci indirizza nella giusta direzione, ammesso che esista una giustezza in questa pellicola. Sto parlando, ovviamente, di Birdman di Alejandro Gonzàles Iñárritu. In definitiva, con sapiente senso dell'ironia, il più immaginifico dei registi dell'ultima generazione affida la chiave del suo film al campione del minimalismo, con un occhio ad "America oggi" di Altman, anch'esso tratto da Carver..

Anni dopo aver rinunciato a Birdman 4, Riggan Thomson ha adattato la celebre pièce di Raymond Carver, e si prepara a debuttare a teatro come regista e protagonista. E nell’avvicinarsi del debutto, combatte con le decine di conti che la vita, la professione, la famiglia, hanno deciso di presentargli tutti ora tutti insieme, uno sopra l’altro.
Oddio, alcuni conti mi sono sembrati in definitiva pagabilissimi: quelli con una moglie che alla fine ha saputo guardare oltre i tradimenti e le pochezze di Riggan, e gli sta vicina in ogni caso, quelli con una figlia che lo accusa di non esserci stato, ma comunque c’è, e combatte al suo fianco questa battaglia, mentre combatte personalmente quella contro la droga, quelli con una amante che è in attesa di una parola di condivisione - di accoglienza, appunto – che lui non sa, o non vuole dirle.
E allora il conto in sospeso, quello meno pagabile, sembra essere il conto con il proprio ego. O con la sovrastima di sé, viatico sicuro per il fallimento.
Riggan infatti ha avuto il grandissimo successo nei panni di un supereroe, Birdman, ma di quel grandissimo successo quasi si vergogna, perché non si sente di essere stato un vero attore, non si sente di aver fatto arte, non si sente corrispondente al suo sogno ed alla sua aspirazione: cioè essere un attore vero, trionfare in teatro, fare qualcosa di profondo ed importante. Come non è - secondo lui - la sua interpretazione di Birdman, uno dei tanti supereroi mononeuronici di cui è piena l'America - e non solo quella - e che gli ha fruttato tre blockbusters.

Insomma, proprio come Groucho Marx, Riggan non entrerebbe mai in un club che lo accettasse come socio. Perché lui è quello di Birdman, ed essere stato quello di Birdman è un episodio della sua vita che non ama ricordare.
Contemporaneamente però, Birdman è la voce del suo rancore, della sua voglia di riscatto, del suo sentirsi sottostimato e sotto accettato. In un gioco di specchi che finisce per confonderci, Riggan non sopporta di essere amato perché è stato (ed è, per molti) Birdman, ma contemporaneamente non accetta di non essere valutato quanto merita oggi, proprio perché lui è stato (ed è, anche per se stesso, Birdman).


E poi succede pure che una acida e frustrata critica teatrale che dispensa promozioni e sentenze come se avesse avuto l’investitura divina gli dica che stroncherà la piece comunque, a priori, per far giustizia di tre blockbusters con i quali Riggan ha imbrattato la cultura americana.
La critica, come qualche trombone nostrano che pontifica dalle colonne di quotidiani di tradizione ottocentesca, non sa fare altro che dire quel che non va, ma lo fa con una spietata certezza di combattere dalla parte del bene.

Codesto solo oggi possiamo dirti
Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo…

Come se la verità delle cose potesse essere pesata sulla loro ponderosità.
Come se fosse l’intellettualismo, la risposta al vuoto esistenziale di Riggan, e per esteso di tutti.
E allora di cosa parliamo, quando parliamo di amore?
Di accettare con indulgenza il proprio limite, la propria pochezza, la propria fragilità, e non affidare il nostro completamento all’approvazione degli altri.
Parliamo, ancora una volta, di provare a mostrare una parte vera di sé, quella più scorticata e vulnerabile, ma probabilmente la più vera, e lasciare che gli altri ci amino, invece che ammirarci.
“Tu hai sempre confuso l’amore con l’ammirazione.”
E’ una delle battute più efficaci e rivelatrici dell’intera – splendida - sceneggiatura. Perché pare proprio sia necessario, ad ognuno di noi, per sentirsi amato, di sentirsi accolto. Non per quel che mostra il falso sé, quello che tutti indossiamo più o meno consapevolmente sul palcoscenico della vita sociale, ma per quel che siamo davvero.
In uno strano corto circuito difficilmente spiegabile, ognuno di noi si ingegna per mostrarsi migliore e ammirevole agli altri, e poi si sente solo e poco considerato quanto gli altri mostrano di amare ed ammirare quell’artificioso falso sé che gli abbiamo spacciato come il nostro vero essere.
Discorso intricato, parrebbe. Ma, mi pare, questo è il centro di questo film, in cui il cinema dei supereroi diventa metafora di una immagine superficiale ed obbligatoriamente vincente - ma per alcuni versi anche essenziale e non contorta - che la società della comunicazione pretende da ognuno di noi.

In Birdman c’è infatti una figlia convinta che se non appari, su internet, su Facebook, su Twitter, allora non esisti. Anche in questo caso, ho la sensazione che non ci sia stata neanche troppa forzatura della realtà. Un popolo di bimbiminkia e una moltitudine di leoni da tastiera è convinta che la realtà sia nella rete, nei selfie, nelle votazioni on line, nell’ipocrisia del like, e così via.


E allora, di cosa parliamo, quando parliamo d’amore?
Edward Norton  dando vita a Mike Shiner, il coprotagonista talentuoso, ingestibile, geniale, scorticato (ma fragile in alcuni risvolti, soprattutto nei dialoghi con la figlia di Riggan)ci offre la sua risposta.
Di nulla, parliamo, perché non siamo mai veri. O per lo meno, lui non lo è. O meglio, lo è solo in un attimo preciso, quando è sul palco.
“Solo quando sono in scena sono vero”



Un altro paradossale gioco di specchi e di doppi, per cui solo nella finzione della recitazione Mike è veramente se stesso, mentre nel resto della sua vita recita e indossa una maschera che lo tiene lontano dagli altri.
Il regista ci confeziona un finale aperto, depistante, bara anche un po’ rispetto alla grammatica della narrazione, ma non importa.
Non mi addentrerò nel "come va a finire" per non rovinare la sorpresa, ma mi pare che il centro del film, e il suo cuore caldo, pulsante ed emozionante, sia in questo disperato bisogno d’amore, che, come scrivevano gli Stadio in una canzone di anni fa, non fa dormire.
Salvo essere capaci di dargli un nome, delle coordinate, dei luoghi e delle facce, a questo bisogno. E così, la domanda di Carver si ripropone prepotente come prepotente è l’entrata in scena di Edward Norton.
Di che parliamo quando parliamo d’amore?
Parliamo – mi sento di azzardare - della necessità di essere veri, e di quanto difficile, quasi impossibile sia esserlo in un mondo che ci pretende supereroi senza debolezze e che ci insegna a negare e dissimulare le crepe. Parliamo della necessità, invece, di prendere quelle crepe e mostrarle, sbatterle in faccia ai nostri simili e a chi si candida a volerci bene. Perchè è nella consapevolezza della nostra fragilità che risiede l'unica possibilità di essere amati sul serio.


Quindi, parliamo di essere accettati, probabilmente,
E, un passo dopo, di accettarsi. 
Di essere accolti, mi sento di dire. 
E immediatamente dopo, di accogliersi.
Solo che non è un percorso facile, accettarsi ed accogliersi, e farsi accettare mostrandosi per quel che si è. Cioè di essere poca cosa, alla fine dei conti.
Pieni di limiti, di errori precedenti, che addirittura nel film di Inarritu non sono irreparabili, ed è vero che uno può sbagliare con la moglie, con la figlia, con l’amante, ma può, in definitiva, al netto di un po’ di malinconia e di qualche recriminazione, averle presenti, e con meno spigoli di un maglione d’angora.


E allora, di cosa parliamo, quando parliamo d’amore?
Parliamo, probabilmente, della necessità di fare i conti con la pochezza, di farci pace.
Parliamo della verità dell’uomo, che è sempre qualcosa di molto diverso, mi sembra, da quel che vorrebbe da noi un sistema competitivo per il quale vali perché hai fatto tre Birdman ed hai incassato miliardi, e sei un coglione perché hai rifiutato il quarto. 

Anche se tu non sei, Birdman.

E anche se, a forza di insistere, il mondo ha fatto venire il dubbio perfino a te.

lunedì 5 gennaio 2015

DITELE CHE L'HO PERDUTA QUANDO L'HO CAPITA. PENSIERI DOPO LA VISIONE DI "GONE GIRL"



E così pensava l'uomo di passaggio
mentre volava alto nel cielo di Napoli
rubatele anche i soldi rubatele anche i ricordi
ma lasciatele sempre la sua dolce curiosità
ditele che l'ho perduta quando l'ho capita
ditele che la perdono per averla tradita.




Gone girl, che è titolo molto più bello dell’Italiano “L’amore bugiardo” che pure rimanda al romanzo a cui il film è ispirato, è una storia sull’identità.
O, per dirla in termini psicanalitici, che qualche volta non guastano, sul vero sé.
E’ la storia, mi permetto di insistere, della dimenticanza di sé, della propria essenza, di quelle cose che veramente necessitiamo per essere felici. E’ la storia del tradimento di un sogno, e del livoroso tentativo di redimerlo nella vendetta, a costo di varcare i cancelli della follia.
Ed è una bella storia, ben costruita, ben scritta e ben raccontata. Una di quelle storie che mi sarebbe piaciuto scrivere.
Non tanto, e non solo, perché da una bella sceneggiatura è nato un bel film. Ma anche perché affronta un terreno tanto controverso e facile alla manipolazione ideologica ed agli slogan come la dinamica tra i sessi con una disincantata voglia di chiarezza – direi – scientifica, nella quale non c’è aprioristicamente il sesso prevaricatore e quello vittima, ma semmai c’è da chiedersi, come si chiedono ad un certo punto i nostri protagonisti: “Cosa ci siamo fatti.”
Al plurale, ecco sì. Uomo, e donna. Ambedue prigionieri, in un gioco di mascheramenti, falsità, insostenibili ruoli indossati per compiacere l’amato – o l’amata.
Mi pare questa, la vera notizia, la vera novità del film: l’avere analizzato le dinamiche, spesso distruttive, tra i sessi (o almeno lo sono quelle di cui narra il film) come la storia non tanto di un sesso violento e poco razionale contro un sesso intelligente, empatico e vittima, quanto la storia del dolore esistenziale che comporta l’allontanarsi dalla propria vera essenza per indossare – specificatamente nel rapporto di coppia – dei ruoli che finiscono per andare stretti, per soffocare, per incancrenirsi nel rancore e nella voglia di vendetta.
Ed è ancor più bello che la penna che ha scritto questa sceneggiatura  sia quella di una donna, Gillian Flynn.
Lo dico, consapevole che questa affermazione, che è anti nulla, ma semplicemente a favore della chiarezza che non ha bisogno di categorie ideologiche, potrebbe essere causa di polemiche. 
Lo dico consapevole che su certi temi si cammina sulle uova, e ci si espone facilmente ad attacchi.
Ma lo dico.





Su Gone girl si è scatenata, collateralmente al dibattito sul film, anche la polemica da parte di chi cerca di decidere se si tratti di un film femminista o misogino, e i tentativi a mio parere un po’ velleitari di farlo rientrare a tutti i costi nel dibattito sul femminicidio.
Lo annoto solo en passant, senza nulla togliere alla sacrosanta battaglia contro la violenza nei confronti delle donne, perché mi pare che il film non ci stia parlando di femminismi o maschilismi, ma della violenza quotidiana che si sviluppa all’interno di un rapporto di coppia, e nel quale, mi pare di capire, ambedue sono protagonisti, ed ambedue vittime.
Mi terrò lontano dalle polemiche di parte, perché non è un mistero che sono convinto che le ideologie, tutte, abbiano la cattiva abitudine di mettere filtri davanti agli occhi di chi guarda, e di indurre in tentazione chi commenta: quella di forzare le argomentazioni – in questo caso di un film – al proprio assunto di partenza.
E qui, l’analisi, spietata, di David Fincher e di Gillian Flynn, che è anche l'autrice del romanzo, è sulla dinamica della vita di coppia.

Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell' energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato
vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza,
inseguendo la scienza o il peccato...

 


Il film si apre su una testolina bionda di una bella ragazza (ragazza, dico non a caso, non donna…) e su una mano di uomo che gioca coi suoi capelli. Poi, irrompe la voce fuori campo di lui:

«Quando penso a mia moglie penso sempre alla sua testa. Immagino di aprirle quel cranio perfetto e srotolarle il cervello in cerca di risposte alle domande principali di ogni matrimonio: – a cosa pensi? – ; – come ti senti? – ; – che cosa ci siamo fatti? – ».

Poi lei si volta, lo guarda, ha gli occhi grandi, e belli, e strani, perché non sappiamo dire se sono sconcertati, abbandonati, innamorati, o cosa.
O cosa.


Ma la verità è che la chiave del film non è tanto nello sguardo di lei, Amy, ma nello sguardo del marito, che è il nostro stesso punto di vista.
Perché Amy, interpretata dalla bellissima Rosamund Pike, esiste solo nella misura in cui è frutto del punto di vista di qualcuno.
Amy non esiste, in definitiva, ma indossa il ruolo che di volta in volta qualcuno sceglie per lei. Lo ha fatto fin da bambina, quando padre e madre le hanno costruito addosso il personaggio della “Mitica Amy”, una serie di romanzi per ragazzi ispirati a lei, ma nei quali la protagonista cartacea sta sempre un passo avanti, costringendola ad un inseguimento senza speranza lungo i sentieri dell’adolescenza, o ad una resa senza condizioni.
« Mitica Amy è sempre stata un passo avanti a me !»

Amy ha da tempo abdicato alla sua vita, ha deciso di essere quel che gli altri vogliono che sia. Si è tirata addosso il fardello di realizzare i sogni delle persone che ama – o che crede di amare.
Nelle “Cronache Marziane” di Ray Bradbury lo scrittore immagina un pretino che giunge su Marte per coronare il suo sogno, portare la Fede ai nativi ed ai coloni. Una notte, nella sua chiesetta costruita con mezzi di fortuna, un po' simile a quelle del vecchio west, viene svegliato dal suono di una goccia che cade ritmicamente sul pavimento. Corre in chiesa e trova, sopra l'altare, Cristo, vivo, crocifisso. La goccia è il suono del suo sangue che cade a terra. Il pretino, che non crede ai suoi occhi, cade in ginocchio invocando il miracolo: quello è dunque il segno che il Signore approva la sua missione, E' il segno che gli darà il suo sostegno per convertire Marte?

Prima di proseguire, si impone una parentesi. I marziani, come sono descritti da Bradbury, sono una sorta di mutaforma telepatici. Percepiscono cioè i desideri e i sogni di chi hanno davanti, e li incarnano. Su Marte, alcuni dei coloni hanno ritrovato i genitori morti da anni, altri la donna della loro vita che non sono riusciti a conquistare, e così via.
Tutto questo per dire che, mentre il pretino intona il Te deum di ringraziamento, dalle labbra del Cristo morente arrivano, fioche, alcune parole: “E’ bello, quel che mi stai dicendo. Ma ora posso andare? Sto morendo dissanguato…”
Il povero marziano mutaforma, condannato ad assumere le sembianze dei sogni degli altri, rischia di morire per incarnare (mai verbo fu più adeguato) il desiderio del pretino.

Lo stesso vale per Amy. E una mattina , al culmine della frustrazione per essersi svegliata così lontana da sé da non riconoscersi, Amy decide che la colpa è del marito, Nick, interpretato da Ben Affleck.
Ora, sia chiaro, anche a Nick puzza un po’ la coscienza, e le sue colpe ce le ha eccome. Ma è come se Amy gli imputasse non tanto l’averle anteposto le necessità della famiglia di origine, non solo l’averla di fatto costretta a sacrificare la sua carriera, non solo le sue meschinità e i suoi tradimenti di maschio, ma anche il fatto, che, sia pure senza chiederlo, l’ha costretta ad essere altro da sé.
E per questa colpa lo ha giudicato, e condannato.


Gone girl si sviluppa lungo due filoni: da un lato, la scomparsa di Amy, e i flashback che attraverso il suo diario raccontano la storia d’amore tra lei e Nick, fin dal primo incontro.
Dall’altro, l’invadente ruolo dei media e la manipolazione delle coscienze, attraverso patetiche e melodrammatiche giornaliste (di cui noi in Italia abbiamo purtroppo esperienza quotidiana) capaci di sbattere il mostro in prima pagina – femminicida fedifrago e senza scrupoli come ogni uomo - un giorno, per celebrare la palinodia del marito modello il giorno dopo.
E naturalmente, sguazzare nel luogo comune in ognuno dei due casi.
Questo secondo elemento, che si fonda su un personaggio di giornalista a mio parere poco originale e stereotipato, è la parte meno riuscita del film.
Coinvolgente, e degno di soffermarsi, è invece lo sviluppo del tema dell’identità, che nella fattispecie è per Amy raggiungibile solo fuggendo dalla sua vita, e al prezzo dell’incursione nel delirio.
Mi pare che si tratti di cinema che racconta una mancanza, non tanto di una figura maschile o femminile (certo, anche di quelle) ma soprattutto di un centro. Di un perno attorno al quale giri tutto.
In Matteo 6:21, Gesù dice: "Dov'è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore".
Mi pare che la ricerca struggente di questo tesoro, sul quale depositare il cuore, sia il dramma di Nick ed Amy.
Perché Amy è carnefice soprattutto di se stessa, e si forza, dolcemente, ad essere figlia modello, fidanzata perfetta...

«Quando ho conosciuto Nick ho capito che lui voleva una strafica»

...nuora capace di sacrificare il proprio destino alla malattia della suocera, femmina fatale, mantide…
E poi, un giorno, la ragazza (non la donna, lo ribadisco) sparisce.
Sparita.
Gone girl.
Alla ricerca forse della propria vera dimensione, forse della morte, forse della vendetta, non mi addentro, lo dirà la visione del film.
Ma chissà quale sarà il prezzo di questa ricerca, perché c’è sempre un prezzo. O quale la posta in palio.

Ma in tutto questo non abbiamo parlato di Nick, che, torno a dirlo, ha la sua rispettabile serie di cadaveri nell’armadio, ma non è una semplice vittima di questo gioco di falsificazioni e di falsi sé, ma anzi ne è l’inevitabile complice, quasi come se la menzogna e il tradimento – non tanto e non solo quello fisico – fossero l’unica forma possibile di convivenza che – alla lunga – possa reggere.
E come se, in definitiva, proprio quello possa essere l’unico modo che ha per riconquistare la perduta età dell’oro: inscenare il marito compunto, ferito, reo confesso, disperato, perché nessun’altra mossa gli concede il comune sentire – e la fanfara mediatica – se non quella di adattarsi al ruolo di carnefice designato.

 In un vecchio film di Roberto Russo interpretato da Monica Vitti, che valse alla grandissima Monica l’Orso d’argento a Berlino, si narra la storia di una coppia in crisi nella quale, un bel giorno, il marito annuncia alla moglie di avere un’amante di fantasia.


Esattamente, si è innamorato di una donna che non esiste, l’unico modo, io credo, per innamorarsi di una donna perfetta. Il genio femminile di Monica Vitti sta nel fatto di accettare la sfida, scendere in competizione con la rivale nel mondo dell’immaginario, sfidarla, pregarla, insultarla, ma riprendersi, alla fine, il suo uomo, dopo avergli dimostrato di essere capace, per amore, di seguirlo anche nella pazzia.





Nick fa qualcosa di simile, ma lo fa, in definitiva, per non amore, per vigliaccheria, o forse solo per una improvvisa presa di coscienza nichilistica che quella della menzogna è l’unica via percorribile nei rapporti tra persone.
Laddove, come suggerito prima, quei rapporti si scoprano improvvisamente privi di un senso e di una direzione.
Nick non è carnefice e neanche è vittima della situazione. E’ abulico, rassegnato complice di qualcosa che in fondo neanche ha voglia di cambiare.



Amy invece sì, lei ci ha provato a cambiare. Ha provato a sparigliare le carte, a strappare via un paio di capitoli del libro della sua vita, quello della Mitica Amy, che fa tutto al meglio e sta sempre un passo avanti a lei, per provare a scriverne altri, e trovarsi improvvisamente fuori dal falso sé, libera di scegliere di vivere, o di morire.

Ma solo per scoprire, improvvisamente e dolorosamente, di non essere capace neppure di quello, perché non si può, mi pare, scegliere di vivere o di morire se non di fronte ad una pietra di paragone, qualcosa per cui valga la pena di.
Qualcosa che, mi pare di capire, Amy non ha.
Ed è questo, mi sento di dire, il suo vero dramma.
Che poi, è lo stesso di Nick.