lunedì 4 giugno 2012

Ciò che si vede, è. (parte seconda)

CIO' CHE SI VEDE E' (PARTE SECONDA)

La verità è che io ricordo perfettamente la prima volta che ho sentito il Banco e anche quale pezzo fosse: La danza dei grandi rettili, ma... dalla metà in poi.
La spiegazione è presto detta.
Ascoltai Darwin in cassetta, prima di comprarmelo in vinile. La cassetta me l'aveva prestata il solito Roberto Danese, che già da allora era avanti nelle tendenze letterarie musicali e culturali. Non per niente è diventato docente universitario. Ebbene, il mio amico maitre a penser  in jeans e scarpe da ginnastica mi allungò la cassettina col tono dell'oracolo e io mi accinsi a sentirla nel mio registratorino a cassette, unica fonte di musica in casa mia, prima che vincessi la battaglia del giradischi per ascoltare i Long Playing. Insomma, in quella versione in cassetta, per qualche imperscrutabile motivo, ma suppongo fosse per bilanciare le due facciate, "La danza dei grandi Rettili" era divisa in due. Metà in coda al lato A, metà in testa al lato B.
E io, inopinatamente, sbadato come sempre sarei stato nel resto della mia vita, iniziai dal lato B.




Altrettanto bene ricordo il primo brano del Banco che ascoltai dal vivo, sempre in quel 1974 e in quel Teatro Monteverdi: era "Cento Mani, Cento occhi". Lo ricordo perfettamente perchè era il mio primo concerto dal vivo e mi sentivo orgoglioso e spaventato per le nuove responsabilità dell'età. E così, mi è rimasta impressa la scala cromatica che Vittorio strappava fuori dal polymoog in apertura di concerto, come fosse una quinta teatrale che si schiude.




Darwin è, da sempre, il mio album. E', assieme a "L'isola di niente" della PFM, ad Aqualung dei Jethro Tull, a Dark side of the moon e a Tubular bells, l'album che più di tutti mi causa un immediato, e inevitabile flashback: metà degli anni settanta, e ritorno.







Darwin, assieme al Salvadanaio è l'album che ho visto riarrangiare e risuonare da Vittorio, Francesco, Rodolfo e Pierluigi, che ancora era nel gruppo, assieme a Tiziano Ricci, al basso. Di Darwin ricordo il momento sublime dell'incisione, che facemmo a teatro vuoto, di "750.000 anni fa... l'amore".
Lo facemmo in occasione della registrazione di "Ciò che si vede è", il video concerto che registrammo al Palladium di Roma nel 1992.



"750.000 anni fa l'amore" era un monumento, e mi inquietava l'idea di non riuscire a riprenderlo nel modo che si meritava.
Soprattutto Vittorio aveva una visione mistica, quasi sacrale di quel pezzo. Ma probabilmente io molto più di lui, per quel fan quattordicenne che mi portavo dentro e che non voleva saperne di lasciare il passo al professionista.
Allora avevamo immaginato una situazione raccolta, silenziosa, nella quale all'improvviso emergesse, violenta e ferina, l'immagine della donna. Per questo pensai che l'ideale era il teatro vuoto, con tutto quell'allure di metafisicità fuori da tempo che porta con sè.
E più ancora che la splendida interpretazione di Francesco Di Giacomo e la sapienza pianistica di Vittorio Nocenzi, mi torna in mente il silenzio.
Il silenzio alla fine della registrazione.
Ora, per capirci. In sala c'erano solamente i tecnici, gente abituata a scaricare casse come se nulla fosse mentre sul palco avviene di tutto, anche che scenda dal cielo Jim Morrison coronato di fulmini e ci annunci l'inizio dell'era dell'Acquario. Gente che tutto ha visto e che non si emoziona di fronte a nulla.
Eppure, alla fine di quell'esecuzione, calò sul Palladium  un silenzio che ancora mi rimbomba nelle orecchie.
Se ne dovette accorgere anche Francesco, che era refrattario ai momenti troppo contemplativi ed applicava una sorta di contrappasso ironico.
Se ne dovette accorgere perchè afferrò un tramezzino tra quelli che ci eravamo portati il quel lungo full immersion e, con la sua solita verve, commentò:
"Semo la vera produzione proletaria Tizià. Il lucidalabbra lo famo co' l'olio di tonno..."




La ragazza la registrammo a parte, e ricordo che l'idea del carbone spalmato sulla faccia fu ancora una volta di Francesco. Trovammo questa ragazzina amica del direttore della fotografia - o parente, non ricordo bene... - e iniziammo a girare. Lei indossava una canottierina di filo, e ci rendemmo conto che - come dire - stonava con l'immagine della donna dell'età della pietra. 
Ma nessuno di noi ebbe il coraggio di chiederle di mettersi a seno nudo, e se si guarda bene la sequenza, qui e là la spallina della canottiera fa capolino, nonostante i miei sforzi per mascherarla con le dissolvenze.

750.000 anni fa l'amore è il brano di "Ciò che si vede è" che ricordo con più grande emozione. Perchè anch'io volli essere lasciato solo nel pullman regia , come soli, sul palco, erano Francesco e Vittorio.
E là dentro, liberato dal ruolo di regista e dalla timidezza, cantai a squarciagola, all'unisono con Francesco, per l'intero pezzo.
Magari meno bene, ma con lo stesso cuore.